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Marco 11, 1-11. Testo biblico e predicazione tenuta durante il culto della domenica delle Palme 13 aprile 2014 in San Silvestro-Cristo Salvatore

 

Marco 11 , 1 – 11

 

 

Quando furono giunti vicino a Gerusalemme,a Betfage e Betania, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: “Andate nel villaggio che è di fronte a voi. Appena entrati,troverete legato un puledro d’asino, sopra il quale non è montato ancora nessuno; scioglietelo e conducetelo qui da me. Se qualcuno vi dice: – Perché fate questo? -, rispondete: – Il Signore ne ha bisogno, e lo rimanderà subito qua -”.

 

Essi andarono e trovarono un puledro legato alla porta, fuori, sulla strada, e lo sciolsero. Alcuni tra quelli che erano lì presenti dissero loro: “Che fate? Perché sciogliete il puledro?”. Essi risposero come Gesù aveva detto. E quelli li lasciarono fare.

 

 

Essi condussero il puledro a Gesù, gettarono su quello i loro mantelli ed egli vi montò sopra. Molti stendevano sulla via i loro mantelli; ed altri delle fronde che avevano tagliate nei campi.

 

Coloro che andavano avanti e coloro che venivano dietro gridavano:

 

 

Osanna!

 

Benedetto colui che viene nel nome del Signore!

 

Benedetto il regno che viene,

 

il regno di Davide, nostro padre!

 

Osanna nei luoghi altissimi!”

 

 

Gesù entrò a Gerusalemme nel tempio. E dopo aver osservato ogni cosa intorno, essendo già l’ora tarda, uscì per andare a Betania con i dodici.

 

 

 

Siamo a Gerusalemme alla fine del sesto secolo avanti Cristo. È ancora chiamata da tutti la Città del re Davide, ma non ha più un re né un trono. È un piccolo capoluogo di un altrettanto piccola provincia dell’impero della Persia. Un capoluogo che vive di rimpianto: il rimpianto del regno che c’è stato e adesso non c’è più.

 

Ora c’è solo la sete di sopravvivenza di un popolo che cerca di difendere, in un attaccamento molto forte alla legge del suo Dio, la propria identità. Per il resto, nessuna speranza di grandi cambiamenti e nessun sogno di una nuova libertà: troppo forte è il dominio, e troppo grande, quasi infinito, è il potere del Gran Re della Persia.

 

 

 

E però anche in quella situazione , c’è qualcun oche si ostina a sognare. È un profeta, e si chiama Zaccaria. Zaccaria sogna la venuta di un re. Ma certo, in quelle condizioni, il suo è un re diverso da tutti gli altri re. Così diverso da essere irreale, proprio appunto soltanto un “re da sogno”.

 

Noi questo lo sappiamo, perché Zaccaria, il suo sogno l’ha cantato, e qualcuno l’ha messo per iscritto, e è giunto fino a noi e oggi l’abbiamo letto: “Esulta grandemente, o figlia di Sion, manda grida di gioia, o figlia di Gerusalemme. Ecco, il tuo re viene a te; egli è giusto e vittorioso, umile, in groppa a un asino, sopra un puledro, il piccolo dell’asina” (Zaccaria 9,9).

 

È proprio un “re da sogno”, il re di Zaccaria. Anzitutto, il suo arrivo dovrebbe procurare una vera gioia, un entusiasmo sincero. Ma noi sappiamo bene che i grandi condottieri, quando entrano in trionfo nelle città da loro conquistate, in realtà fanno paura, e se la popolazione li accoglie tripudiante, è solo quasi sempre perché spera di rabbonirli, di renderli clementi, in modo che essi frenino i guerrieri che li seguono, avidi di bottino e di violenza…

 

Qui invece c’è una gioia genuina, perché questo sovrano non arriva soltanto da “vincitore”. È un re “giusto” e porta la giustizia: un modo tutto nuovo di vivere i rapporti fra gli umani; non più violenza, e niente più paure. Non più lo sfruttamento del ricco verso il povero, ma una vera armonia, in cui ognuno può mettere i suoi doni – quello che è e che ha – al servizio degli altri in tutta libertà… Ed è anche un re“umile”. E questo è eccezionale, per un re! Ha lo sguardo amorevole di chi sa compatire. Non impone se stesso, ma si offre come la guida mite e premurosa che ti conduce verso un mondo nuovo, che non sia più il dominio dell’uno sopra i molti, ma sia fraternità, un prendersi per mano e un sostenersi.

 

 

Perché questo sia chiaro sin da subito, questo re grande ed umile arriverà – come abbiamo ascoltato – su un asinello che non lo eleva sopra tutti gli altri, ma lo mantiene ad un livello umano: un re che non ti squadra dall’alto verso il basso, ma un uomo tra gli uomini, vera guida di tutti, e di tutti salvezza, perché a tutti fratello.

 

 

* * *

 

Veniamo adesso al nostro testo d’oggi delle Palme, che, dal tempo di Zaccaria, ci fa fare un balzo avanti nel tempo di ben cinque secoli.

 

La prima cosa che dobbiamo dire è che, in tutto questo tempo, il sogno del profeta non s’è ancora realizzato: il suo “re giusto, vittorioso e umile” rimane appunto ancora solo un sogno, non s’è fatto realtà. É arrivato un altro re Alessandro il Grande. Ha attraversato Gerusalemme con la forza del turbine, e ha proseguito la sua corsa verso il Nilo, per diventare anche il nuovo faraone… E poi sono arrivati i suoi successori, i re d’Egitto e Siria, e infine Roma. E Israele è passato da un padrone all’altro, coi suoi ricordi del regno di una volta e col suo attaccamento sempre più scrupoloso alla legge di Dio.

 

 

Ma ecco, viene Gesù, col gruppo dei discepoli. E quando è ormai alle sue viste di Gerusalemme, decide di entrare nella Città di Davide proprio secondo l’immagine del “re di sogno” finora mai arrivato. Per questo, lui che è sempre andato a piedi, dà a due dei suoi discepoli lo strano incarico di prendere in prestito un “puledro d’asina”.

 

In quel mezzo millennio, il sogno di Zaccaria era diventato il sogno “ad occhi aperti” di tutti in Israele: tutti immaginavano, desideravano, aspettavano la venuta del “re giusto, vittorioso e umile”. E poiché fra quei “tutti” c’erano anche i discepoli di Gesù, di fronte a quel suo comando inaspettato e a quel giovane animale che gli viene portato perché vi monti sopra, essi non possono non concludere che allora, finalmente, Gesù s’è deciso a mostrarsi per quello che è! L’avevano capito già da tempo, almeno dalla confessione di Pietro a Cesarea di Filippo, che Gesù è il “Cristo di Dio”, il nuovo Re Messia che porta a compimento l’antica profezia, il sogno centenario! Adesso finalmente lo capiranno tutti. Perché entrerà in Gerusalemme e caccerà i pagani, ed instaurerà il suo regno che non sarà mai scosso, perché regno di Davide, ma anche regno di Dio.

 

 

Ecco allora l’esplosione di gioia, ecco che ognuno si toglie il suo mantello, ed alcuni finiscono sull’asino per essere la sella di Gesù, e gli altri sono stesi sulla strada, a formare il tappeto per il re! Ed alcuni discepoli fanno da battistrada, altri vengono dietro, e tutti agitano le frasche che hanno colto dai campi, e cantano a gran voce la gioia che hanno in cuore: “Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il regno che viene, il regno di Davide, nostro padre! Osanna nei luoghi altissimi!”.

 

E gli altri pellegrini che sono come loro sulla strada, osservano stupiti quel piccolo corteo che procede festoso tra la marea di gente che sale per la Pasqua, e poi fanno un sorriso un po’ beffardo. Perché… proviamo un attimo a metterci nei loro panni: certo, vedendo l’asino e udendo le parole dei discepoli, anche loro hanno ripensato al “re di sogno” del profeta Zaccaria. Ma poi, guardando e anche odorando loro malgrado quei mantelli su cui siede quel “re”: i poveri mantelli impolverati, laceri, sudati, che chissà da quanto tempo ricoprivano il corpo dei discepoli, si sono forse detti: “Questi poveretti gridano ‘Benedetto’… inneggiano al ‘regno che viene’… Certo però, se anche quell’uomo sull’asinello è un re, come essi dicono, è il re degli straccioni!”.

 

 

E davvero – se la guardiamo con un pizzico di distacco – è una scena che in fondo è un po’ ridicola: Gesù, seduto sul suo somarello preso in prestito, su quei mantelli sporchi e scoloriti, doveva proprio sembrare “il re degli poveracci”!

 

Ma se alzi i tuoi occhi dai mantelli e arrivi fino a lui, fino al suo volto, allora il sorriso beffardo ti si spegne in bocca… allora capisci perché quei suoi discepoli non pensano affatto d’essere ridicoli, e inneggiano e gridano felici; capisci che quel piccolo corteo è davvero “regale”. Perché cogli nel viso di quell’uomo una luce speciale, ed i suoi occhi ti parlano di Dio, del suo potere e della sua bontà. E anche se non ha né diadema né scettro, ti dà veramente l’impressione d’essere più re lui, nella sua povertà, che il Cesare di Roma, con tutte le sue porpore e i suoi ori. E ti viene di unirti a quelle voci, e di cantare “Osanna!” (“Dio salva!”), anche te; ti viene di aprire il cuore alla speranza che davvero, in quel “re tra gli stracci”, Dio interverrà, già interviene a salvare.

 

 

In quel re “silenzioso”. Perché poi c’è anche questo: lungo tutta la scena dell’arrivo a Gerusalemme, Gesù tace.

 

Il suo ingresso è trionfale solo per i discepoli, che nella loro euforia hanno già cancellato dalla mente le sue parole sulla passione e la croce che l’attendono, ma non per lui. Scegliendo di portare a compimento la profezia di Zaccaria, ha fatto la prima mossa nella partita mortale che gli sta davanti, e sa che ora sta entrando nel cuore del dolore, incontro alla sua fine. Certo quando tutto sarà compiuto, sarà lui a vincere, e sarà pienamente il “re giusto e vittorioso” desiderato e atteso… ma sarà una vittoria a caro prezzo: a prezzo della vita!

 

Per questo Gesù tace. Per questo non si unisce e nemmeno sconfessa, le acclamazioni di coloro che sono attorno a lui: da un lato essi s’ingannano aspettandosi da lui l’immediata restaurazione delle fortune di Gerusalemme, e tuttavia, al tempo stesso, non s’ingannano quando affermano e cantano che è il Messia.

 

Il suo silenzio, allora, accoglie le speranze, e le corregge. È un silenzio che dice: “Sì, io sono il Messia, e io salverò. Ma non come voi vi aspettate”.

 

Seduto su quel mucchio di poveri mantelli, Gesù non è meno sovrano di quanto le parole dei discepoli suggeriscano, ma il suo “regno che viene” è “altro da”, ed insieme è “più di” di quanto essi non osino pensare.

 

 

* * *

 

Il senso del nostro essere qui oggi in questo culto lo troviamo proprio in quella strana e magnetica figura che abbiamo contemplato in groppa a un somarello: il “re degli straccioni”, che però è il solo vero re a cui vale la pena di affidare noi stessi, e i nostri sogni, e le nostre speranze, per una vita che non sia solamente un sopravvivere…

 

Rispondendo alla sua Parola, abbiamo confessato la nostra fede in Dio, quel Dio che per noi è, e non può non essere il Dio di Gesù Cristo.

 

E in questa fede, nei giorni che verranno, vogliamo camminare tutti insieme, proprio come Zaccaria che sognava di andare incontro al suo “re del sogno”, proprio come quei discepoli che sulla salita di Gerusalemme cantavano l’“osanna”… Lo vogliamo fare come persone che cercano, perché sono state trovate; che vogliono amare, perché – sia pure in maniera forse anche un po’ confusa – sentono che qualcuno da sempre già le ha amate; che vogliono sperare – nonostante le incertezze, le paure, la mancanza di prospettive che affliggono il nostro tempo – perché intuiscono che ci deve essere… c’è un progetto, e allora ci deve essere e c’è un significato per tutte le cose, e per tutti noi e per ciascuno di noi, che il male, l’ingiustizia, la violenza e la morte non avranno l’ultima parola sulla nostra esistenza, ma c’è un’altra parola, luminosa e più grande, che alla fine ci farà comprendere anche quello che oggi sembra assurdo.

 

Ebbene, tutto questo… il nostro ricercare, amare, sperare… tutto questo è Gesù. È in lui e viene con lui, e da lui viene a noi. E ci rende possibile quel che altrimenti possibile non è: la riconoscenza.

 

 

Il grido entusiasta… l’ “osanna” che la folla ha rivolto a Gesù quando è entrato a Gerusalemme, è stato infatti anche questo: il miracolo della riconoscenza. Proprio così… “il miracolo della riconoscenza”, perché, per essere riconoscenti gli esseri umani hanno bisogno di un prodigio interiore che li renda capaci di contraddire se stessi, la loro natura.

 

Non è infatti vero che in noi regna la legge del rancore verso chi ci ha fatto del bene, perché il bene ricevuto ci fa sentire debitori, ed essere debitori non ci piace? E non è forse vero che siamo sempre pronti all’ironia verso chi è troppo buono?

 

La riconoscenza umana non è amore: è altro, è l’avvinghiarsi al beneficio ricevuto, sperando di poterlo conservare o che ci sia dell’altro da ricevere; sì, la nostra gratitudine non ama il benefattore per quello che è, ma per ciò che ci ha dato e che ci potrà ancora dare.

 

E certo, nel corteo che grida a Gesù la sua riconoscenza, c’è tanta, troppa riconoscenza umana: tanti di quelli che gridano “Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il regno che viene, il regno di Davide, nostro padre!”, lo fanno perché sperano che colui che proclamano re dia il suo regno anche a loro: dietro a lui già vedono spuntare la gloria e la vendetta, e eserciti e bottino, e flotte di Israele che entrano a vele spiegate nel mare di Roma…

 

 

E però non ci sono solo loro. In quel corteo che avanza piano piano, c’è – ne abbiamo già parlato l’altra volta – Bartimeo figlio di Timeo, il cieco di Gerico appena risanato da Gesù. Ed insieme con lui, a gettare i mantelli sulla via e a cantare l’“osanna”, noi possiamo pensare ci siano tutti gli altri a cui Gesù ha ridato perdono, salute, dignità. Ci sono gli indemoniati liberati in Galilea, c’è il lebbroso risanato e purificato, c’è l’uomo con la mano paralizzata della sinagoga di Cafarnao, e c’è l’emorroissa, e la figlia di Giairo, che era morta e ora vive… e ci sono tutti gli ammalati portati a lui sui loro giacigli, “nei villaggi, nelle città, nelle campagne” (cfr Mc10, 56 ss.), e c’è il sordomuto al quale Gesù ha detto “Effatà”, aprendogli così bocca ed orecchie… e il cieco di Betsaida, e tanti altri…

 

Sì, li possiamo pensare tutti lì, che vivono il miracolo della riconoscenza, che cantano l’”osanna” perché sono grati a Gesù e gli vogliono bene, vogliono bene a lui, e sono felici di quel suo bel momento.

 

E dinanzi al loro canto, forse stonato, perché gli ex muti non hanno ancora imparato a cantare bene, non importa più tanto che fra sei giorni gli altri che cantano con loro capovolgano il loro “Benedetto” nel grido “Crocifiggilo!”… Se Giuda tradirà, Pietro rinnegherà e gli altri fuggiranno… loro, i beneficati da Gesù, non lo tradiranno, e piangeranno la sua morte di croce…

 

 

Uniamoci con loro al corteo “straccione” di Gesù, anche se forse siamo un po’ “fuori posto”: siamo tutti vestiti troppo bene; non abbiamo mantelli un po’ sudati che ci possiamo togliere e possiamo gettare sulla groppa dell’asino o per terra… Però va bene anche così. Gesù è così buono che ci accetta anche vestiti bene…

 

È importante, però, vestiti a parte, il modo in cui ci uniamo al suo corteo. Unirsi alla piccola folla mentre canta il suo “osanna!” non è poi così difficile: non è mai troppo difficile far festa, e anzi, è spontaneo e è bello… Però, se tutto quanto è solo “osanna!”, se è soltanto la gioia delle Palme, domani tutto già sarà finito.

 

Per fortuna si canta con la bocca. E non cogli occhi e neanche con le orecchie.

 

Allora, mentre cantiamo anche noi il nostro “osanna!”, teniamo gli occhi fissi su Gesù e con le orecchie ascoltiamo il suo silenzio… lasciamoci incantare dalla quieta dignità e dalla celata maestà del solo vero re degno di questo nome… e poi mettiamoci dalla parte dei “più poveri dei poveri”, di quegli sventurati che Gesù ha risanato e che ora vivono il miracolo della riconoscenza… Noi lo possiamo e lo dobbiamo fare: quanti motivi abbiamo di essere grati al Signore!

 

 

Se sarà così, se ci uniremo a loro, noi come loro non lo tradiremo.

 

E allora non soltanto questa storia non finirà con il Venerdì santo, ma ogni giorno sarà un giorno d’inizio. L’inizio della “seconda parte del cammino” con Gesù.

 

Dovremo camminare, e camminare stanca; e forse qualche volta la paura avrà la meglio anche sulla nostra riconoscenza, e allora ci fermeremo, o forse addirittura ci tireremo indietro… scapperemo, come sono scappati i dodici e tanti altri.

 

Ma dopo il fallimento e dopo la sconfitta, se l’abbiamo davvero conosciuto anche soltanto un poco, ritorneremo da Gesù, perché sappiamo che ci accoglierà. Ci chiederà soltanto, come ha fatto con Pietro: “Di’ un po’: ma mi vuoi bene?”. E noi diremo “Sì”, e torneremo a stare assieme a lui, e gusteremo ancora la riconoscenza.

 

 

E sarà bello ritrovarci insieme, tutti quanti; vedere come il sogno sognato da un profeta tanti secoli fa, s’è realizzato oltre ogni speranza e fa vera la vita… la fa già vera adesso.

 

E non importa se per molti di noi la vita è ormai un po’ appassita: insieme con Gesù, insieme fra di noi, la vita è sempre bella, è sempre una realtà, anche quando le lacrime ci solcano le guance, da vivere felici…. perché noi siamo amati e ci possiamo amare, e siamo consolati e possiamo sperare, siamo beneficati e possiamo vivere il miracolo della riconoscenza.

 

                                     

                                         Ruggero Marchetti

 

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