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1 Corinzi 15, 12-28. Testo biblico e predicazione tenuta durante il culto della domenica delle Palme 20 aprile 2014 in Scala dei Giganti

 

1 Corinzi 15 , 12 – 28

Ora, se si predica che Cristo è stato risuscitato dai morti, come mai alcuni tra voi dicono che non c’è risurrezione dai morti? Ma se non vi è risurrezione dai morti, neppure Cristo è stato risuscitato. E se Cristo non è stato risuscitato, vana dunque è la nostra predicazione e vana pure è la vostra fede. Noi siamo anche trovati falsi testimoni di Dio, poiché abbiamo testimoniato di Dio, che egli ha risuscitato il Cristo, il quale egli non ha risuscitato, se è vero che i morti non risuscitano. Difatti, se i morti non risuscitano, neppure Cristo è stato risuscitato. E se Cristo non è stato risuscitato, vana è la vostra fede, e voi siete ancora nei vostri peccati. Anche quelli che sono morti in Cristo, sono dunque periti. Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini.

Ma ora Cristo è stato risuscitato dai morti, primizia di quelli che sono morti. Infatti, poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti. Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati, ma ciascuno al suo turno: Cristo, la primizia; poi quelli che sono di Cristo, alla sua venuta; poi verrà la fine, quando consegnerà il regno nelle mani di Dio Padre, dopo che avrà ridotto in nulla ogni principato, ogni potestà e ogni potenza. Poiché bisogna ch’egli regni finché abbia messo tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico che sarà distrutto, sarà la morte. Difatti, Dio “ha posto ogni cosa sotto i suoi piedi”. Ma quando dice che ogni cosa gli è sottoposta, è chiaro che colui che gli ha sottoposto ogni cosa, ne è eccettuato. Quando ogni cosa gli sarà stata sottoposta, allora anche il Figlio stesso sarà sottoposto a colui che gli ha sottoposta ogni cosa, affinché Dio sia tutto in tutti.

Ci sono alcune cose che rimangono impresse… Mi ricordo che, ormai un po’ di anni fa, in una riunione degli animatori giovanili delle chiese delle Valli valdesi, uno di loro osservò in maniera anche un po’ amara che il fatto che Gesù sia risorto, in fondo in fondo lo allontana da noi… Che la Pasqua, insomma, è quasi il contrario del Natale: lì ricordiamo il suo essere diventato come noi, qui quello strano evento che lo fa esplodere al di sopra di noi, lo fa diverso rispetto a tutti noi…

Quell’osservazione, da parte di un giovane fortemente impegnato nella chiesa, mi colpì molto. Semmai ce ne fosse stato bisogno, era infatti un’ulteriore prova che noi cristiani del Ventunesimo secolo non sentiamo più la risurrezione come la prospettiva che ci aspetta… come una nostra realtà.

E allora è il caso di parlare proprio di questo: della “nostra” risurrezione. Perché questo è oggi il problema per noi.

Ascoltiamo allora quello che Paolo, dopo aver parlato della risurrezione di Gesù nei primi undici versettidel capitolo 15 dell’epistola ai Corinzi che abbiamo appena ascoltato, dice nei versetti successivi, dal 12 al 28, parlando invece appunto della nostra risurrezione.

( leggere 1 Corinzi 15, 12-28 )

Diciamo subito una cosa: la risurrezione di Gesù non ci fa problema. E il fatto che siamo qui oggi ne è la prova.

Non ci fa problema, anzitutto perché è un bellissimo racconto, il lieto fine della storia di un uomo giusto che sembrava sconfitto una volta per tutte dalle forze del male, e invece vince, e con lui vince il bene. E se anche avessimo dei dubbi sulla sua storicità, la risurrezione di Gesù è un bel mito fondatore della nostra religione, e ai miti non si chiede se siano veri o no, si chiede che ci siano, e che svolgano il loro ruolo… E, poi comunque è bello fare Pasqua, è bello per i bambini e per noi adulti, e dal momento che non può esserci Pasqua senza risurrezione, ci conviene tenercela, questa antica credenza…

Ma se poi questo mito, questa venerabile e veneranda tradizione, pretende di toccarci veramente, se pretende di essere una realtà e anzi, come dicevo prima, la nostra realtà… allora è un’altra cosa. Allora fa problema. Perché… morire e poi risorgere, cioè ritornare alla vita con un corpo che è ancora il nostro e che però è anche diverso (perché la risurrezione è proprio questo “ancora il nostro corpo”, non è un evento tutto spirituale come l’immortalità o la trasmigrazione delle anime), vivere una nuova esistenza che nemmeno possiamo immaginare come mai potrà essere, viverla tutti quanti… tutti gli esseri umani apparsi sulla terra lungo i milioni d’anni d’esistenza della nostra umanità, e viverla per l’eternità, cioè in un tempo al di fuori dal tempo, anche questo per noi inimmaginabile. Chi può davvero crederci?

Noi non siamo più gli uomini e le donne del passato, imbevuti di miti e di miracoli… Abbiamo una mentalità di tipo scientifico, e certo la risurrezione è tutto meno che un evento che sia possibile verificare scientificamente. E allora per noi, la nostra risurrezione è un evento irreale… un evento incredibile…

Così alla risurrezione, nostra e dei nostri cari, noi non ci crediamo quasi più. Chi ha a che fare – come capita a me – con persone colpite da un lutto, sa come l’ipotesi di una possibile nuova vita del proprio caro defunto è oggi talmente nebulosa… così avvolta da incertezze, da essere di fatto irrilevante.

In una casa in lutto, si parla della morte, delle sue modalità, delle sofferenze e della fine delle sofferenze, si ricorda la persona scomparsa, la sua storia, i suoi affetti, la sua fede… insomma, si parla di tante cose, ma quasi mai della sua risurrezione… Non è che la si neghi… forse è peggio: non ci si pensa…

L’unico che ne parla (se ne parla) è il pastore, durante il funerale, ma spesso ha l’impressione di parlare di qualcosa di cui si deve parlare in occasione della morte di un cristiano, ma che non tocca poi tanto chi lo ascolta… qualcosa di scontato in una chiesa, ma di fatto un enorme punto interrogativo, o poco più…

* * *

Insomma (è la stranezza della storia umana), proprio con la nostra modernissima mentalità scientifica, siamo tornati al tempo dell’apostolo Paolo.

Anche allora, infatti, molti membri della chiesa di Corinto credevano alla risurrezione di Gesù, e invece non credevano alla loro. Dicevano: “Noi siamo già risorti spiritualmente, perché diventare cristiani ci ha cambiato la vita rispetto al nostro paganesimo di prima! Ma quanto a una risurrezione corporale dopo la nostra morte… questo non lo crediamo… Gesù è risorto perché era il Figlio di Dio, e la morte non poteva tenere avvinto nei suoi lacci un essere divino come lui, ma quanto a noi… Dio, il “Purissimo Spirito” per eccellenza, che può farsene mai del nostro corpo di carne, ossa, cartilagini? Quello che conta è solamente l’anima, la nostra componente spirituale che è il nostro vero io: e sarà proprio lei, l’anima, che già ora è ci unisce nella fede e nella preghiera al Signore Risorto, a rimanere per sempre insieme a lui. E poi, tornando al corpo, è fatto di materia destinata a perire. Come possiamo credere o anche solo pensare che gli elementi di cui è composto il nostro fisico, quegli elementi che la morte decompone e disperde nella terra e nell’acqua, e che poi la natura riutilizza… possano rimettersi insieme e tornare alla vita?”.

Questi erano i pensieri di tanti cristiani di Corinto. E questi sono i pensieri di tanti di noi.

E cosa dice Paolo confrontandosi con questi “pensieri” dei nostri antichi padri di Corinto, e con i nostri ?

L’abbiamo ascoltato: “Se non c’è la risurrezione dei morti, neppure Cristo è stato risuscitato. E se Cristo non è stato resuscitato, la nostra predicazione è vana, ed è vana anche la vostra fede”… “o credi che anche tu risorgerai, o tu non sei cristiano. Essere cristiano è credere che Gesù è risorto. E se è risorto lui, risorgiamo anche noi, se noi non risorgiamo, nemmeno lui risorge”.

La risurrezione di Cristo, insomma, non è un fatto che riguarda solo lui: la sua è la tua risurrezione! O tutti assieme a lui, o nessuno! Non c’è via di mezzo!

E questo ha una sua logica, sulla quale vorrei provassimo a riflettere.

La risurrezione, l’abbiamo detto adesso, non è l’immortalità dell’anima. È una realtà “corporale”, “materiale”: risorgi con un corpo, o non risorgi… e abbiamo già sentito quali difficoltà questo provocasse a Corinto, e sappiamo che in noi provoca esattamente le stesse difficoltà.

Ma cos’è un corpo? È soltanto carne, ossa, sangue, materia cerebrale… o è anche qualcos’altro? Nella Bibbia non si parla dell’anima: l’essere umano si identifica con la sua corporeità, ogni uomo e ogni donna è fondamentalmente il proprio corpo.

Ma il corpo non è solo materia. Il corpo è l’organo… lo strumento.. il sistema di comunicazione che rende possibili le nostre relazioni e perciò la nostra vita, perché la nostra vita è relazione. Il nostro corpo infatti, e con lui il nostro “io”, non può sussistere se non è collegato, in maniera vitale, anzitutto al suo ambiente: un corpo ha bisogno d’aria, d’acqua, di cibo, e poi degli altri viventi: già all’inizio del nostro stesso esistere, noi nasciamo da altri… dai nostri genitori… il nostro corpo è un prodotto di altri corpi…

E poi abbiamo bisogno per vivere, per crescere, per formare noi stessi, per diventare quello che noi siamo… di essere circondati dagli altri esseri umani.

Sì, noi siamo ciò che siamo, non solo perché i nostri genitori ci hanno dato la vita, ma anche perché loro e tante altre persone ci hanno fatto da maestri: ci hanno insegnato a vivere, a conoscere il mondo, e siamo quel che siamo perché, anche da adulti siamo stati e siamo tuttora influenzati e plasmati dalle nostre amicizie, dal nostro ambiente di lavoro, dai libri, dai giornali, dai viaggi, dalla radio, dalla televisione, da internet, dalla musica…

Insomma, noi siamo quello o quella che gli altri hanno contribuito a costruire… Siamo il prodotto di una cultura che non è innata in noi, e che ci viene data, e parliamo una lingua che altri hanno creato e parlato ben prima di noi e che ci hanno comunicato… e che è diventata così nostra che senza di lei non potremmo nemmeno formulare i nostri pensieri, forse nemmeno provare i nostri affetti…

E tutto questo, questa continua ininterrotta comunicazione… questo reciproco scambio vitale di informazioni … tutto avviene tramite il corpo, e vale anche il contrario: il nostro corpo vive in questo scambio. E quando lo scambio cessa, noi moriamo.

Pensate quanto questo sia strano e quanto sia anche chiaro: quando siamo morti, il nostro corpo materiale c’è ancora, ma noi non ci siamo più. E perché non ci siamo più?

Di chi muore si dice giustamente che è mancato. Noi non ci siamo più perché siamo al tempo stesso il fattore e il prodotto di una continua comunicazione fra noi e gli altri… e quando questa comunicazione s’interrompe, quando “manca”, siamo noi che “manchiamo”. La morte è la fine dello scambio, la fine delle comunicazioni che ci “fanno”… ci mantengono vivi.

Ma allora, se le cose stanno così, noi capiamo perché Gesù non può essere risorto solo lui! La risurrezione di un corpo che – abbiamo detto – è un sistema di comunicazione, e vive di scambio e di comunicazione, senza alcun altro con cui comunicare, sarebbe un’assurdità! Insomma, per vivere la sua vita corporale di risorto, Gesù ha bisogno di noi, come ha avuto bisogno di altri esseri umani per vivere sulla terra la sua vita di “figliolo dell’uomo”!

Davvero – come dicevo prima: o tutti o nessuno! La risurrezione è una realtà collettiva, che riguarda un insieme: l’insieme dell’umanità. Davvero, come dice Paolo, Cristo risuscitato dai morti è la “primizia”. Se lui è veramente risuscitato, non possiamo non risuscitare anche noi, per vivere, per comunicare per sempre con lui e fra di noi…

* * *

E quando dico “noi” intendo dire “tutti”.

Una caratteristica positiva della nostra epoca è la consapevolezza molto chiara – molto più chiara che non nel passato – che l’umanità è “una”.

Questa consapevolezza nasce è alimentata da tante cose che il progresso ci mette a disposizione. Mi vengono alla mente le foto della terra, per certi aspetti persino toccanti, scattate dagli astronauti, e che si vedono in tutte le enciclopedie: mostrano il nostro bel pianeta blu sullo sfondo del nero dello spazio, e viene veramente da pensare che su questo corpo variamente colorato e luminoso e che corre nello spazio infinito, abbiamo tutti una sorte comune. Viene da pensare a una comune fragilità condivisa, e vengono anche alla mente le informazioni che lo studio del DNA umano sta dando ai genetisti, che dimostrano che tutti gli esseri umani hanno una stessa origine, fanno parte della stessa famiglia.

Se questa consapevolezza la applichiamo alla risurrezione, proprio l’unità fondamentale dell’umanità esige che tutti, tutti, tutti risorgiamo: viviamo insieme e ci salviamo insieme. Noi siamo troppo legati gli uni agli altri perché anche solo uno possa andare perduto. Siamo come un’enorme tela multicolore, che non può rinunciare a un solo filo sotto pena di sfilacciarsi tutta… È difficile immaginare un essere umano che non abbia mai amato nessuno, o che non sia mai stato amato da nessuno, e allora, perché nessuno viva la sua risurrezione con il dolore dell’assenza di chi ama e di chi lo ama, tutti risorgeremo! È la meravigliosa esigenza di solidarietà della risurrezione. Che ci deve già qui, già sul nostro pianeta blu in volo nello spazio, portare a vivere in maniera totale proprio la solidarietà.

Perché anche qui la mia felicità dipende dall’amore degli altri verso me e dal mio amore verso di loro, e da questo scambio d’amore dipende anche la loro felicità, la felicità di tutti. Io non posso pensare: “Ho fatto la mia parte nella vita, per me e per i miei cari, gli altri si arrangino”. Le guerre, le violenze, le ingiustizie che avvelenano e disgregano l’umanità sono le mie: ne sono responsabile con tutti gli altri umani…

La risurrezione di Gesù, “primizia” della nostra, ci assicura che il male non riuscirà a trionfare, e che allora i nostri sforzi per vivere già adesso la beatitudine della solidarietà, non andranno perduti.

Non a caso, Paolo conclude questo grande capitolo tutto dedicato alla risurrezione, con un’esortazione che è anche una grande parola di consolazione: “Perciò, fratelli miei carissimi, (per il fatto che Cristo è risorto e anche noi risorgeremo) state saldi, incrollabili, sempre abbondanti nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore” (1 Cor. 15, 58).

La risurrezione è anche questo: la garanzia di Dio che nulla di quello che abbiamo fatto andrà perduto; ritroveremo tutto: ogni sforzo, ogni azione, ogni progetto, ogni carezza e lacrima…

* * *

Ma questa dilatarsi della risurrezione a abbracciare tutti gli esseri umani e tutta la realtà, non è l’ultima parola su di essa. C’è ancora un altro aspetto, importantissimo – cui già abbiamo accennato – ma che va esplicitato, messo in luce: la risurrezione non riguarda soltanto l’umanità, ma l’intero creato, ma tutto l’universo!

Non siamo solo legati fra di noi, siamo legati anche al nostro mondo, anche alla stella più lontana, in cielo. Quante volte ci siamo incantati a guardare il firmamento, e questo ci ha arricchito nei pensieri, ha suscitato nuovi sentimenti, ci ha reso più profondi… Ebbene, anche il “nostro” mondo che ci incanta risorgerà con noi, e questa risurrezione sarà una “ricreazione”!

Paolo nella sua grande lettera ai cristiani di Roma, a un certo punto dice: “La creazione aspetta con impazienza… nella speranza che sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloriosa libertà dei figli di Dio” (cfr Romani 8, 19-21).

Cosa ha dato all’apostolo la sensibilità per cogliere il sospiro d’attesa e di speranza del creato, se non la sua esperienza dell’amore di Dio e la sua fede nella risurrezione di Gesù come caparra e anticipo della risurrezione di ogni cosa? E proprio facendo fondamento sull’amore di Dio e sulla sua potenza di ridare vita alla vita, esprime qui la profonda convinzione che se un solo essere umano che ha vissuto nel mondo… se Gesù è già salvato, anche il mondo lo sarà interamente. Paolo questo lo crede e per questo egli spera ed ha fiducia: ciò qui è stato creato da Dio, sarà ricreato da lui.

Noi viviamo nel mondo, ne subiamo l’influenza, lo trasformiamo con le nostre mani e la nostra intelligenza: è veramente il “nostro” mondo, e noi siamo “suoi”.

E come noi, neanche esso andrà perduto. Ritroveremo tutto: i suoni che hanno avvolto e stimolato l’anima dei grandi musicisti, i colori e le forme che hanno ispirato i pittori e gli scultori, le equazioni e le leggi che hanno dato il “la” ai matematici, e gli animali con la loro meravigliosa varietà, e la bellezza e l’immensità delle cose che con la loro presenza hanno arricchito l’anima di ognuno… tutto sarà ricreato assieme a noi… È la grande promessa che illumina il finale del libro dell’“Apocalisse; “Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra… e colui che siede sul trono disse: – Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (cfr Apocalisse 21, 1. 5).

Proprio questa promessa fondata sull’agire di Dio che rinnova ogni cosa, dev’essere per noi stimolo e ammonimento a non sciupare, già qui e ora, questo mondo che è destinato al suo rinnovamento. Non mi soffermo su questo… lo lascio alla vostra considerazione… Tutti conosciamo i tanti appelli e le tante grida d’allarme su quel che stiamo facendo al nostro mondo e su come rischiamo di ridurlo in pochi anni… su come lo stiamo rovinando… su come stiamo trasformando il“sospiro delle creazione” di cui parlava Paolo in un misero rantolo…

* * *

Oggi, Pasqua di resurrezione, dobbiamo dirci parole di speranza. E la parola di speranza che la fede ci detta è che davvero, noi avremo “nuova terra” e “nuovo cielo”. E in questa “nuova terra”, e sotto il “nuovo cielo”, ci ritroveremo tutti quanti. Saremo “ricreati”. Io sarò ricreato, e con stupore e gioia scoprirò accanto a me il mio “comitato di accoglienza”: la cerchia dei parenti e degli amici, dei fratelli e sorelle nella fede con i quali ho vissuto la mia vita. E nel loro calore, io coglierò il calore dell’accoglienza di Dio e capirò di far parte della “comunione dei santi”. E mi vedrò come non mi sono mai visto. Comprenderò quello che sono stato, vedrò il senso di tutto quel che ho fatto, o non ho fatto. E mi potrò misericordiosamente giudicare: tanta gente aiutata senza neanche saperlo, e tanto male fatto senza neppure rendermene conto… Così, su un “fondo scena” di ringraziamenti e anche di profondi pentimenti, potrò aprirmi al perdono delle mie sorelle e dei miei fratelli umani…

Entrerò in un processo infinito di conoscenza e amore. E intuirò che non potrò mai conoscere pienamente Dio, ma che non mi annoierò mai a passare la mia eternità a lasciarmi colmare da lui.

                                                                                       Ruggero Marchetti

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