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Giovanni 6, 1-15. Testo biblico e predicazione tenuta durante il culto della domenica 18 maggio 2014 in San Silvestro-Cristo Salvatore

 

Giovanni 6 , 1 – 15

Dopo queste cose Gesù se ne andò all’altra riva del mare di Galilea, cioè il mare di Tiberiade. Una gran folla lo seguiva, perché vedeva i miracoli che egli faceva sugli infermi. Ma Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli.

Or la Pasqua, la festa dei Giudei, era vicina. Gesù dunque, alzati gli occhi e vedendo che una gran folla veniva verso di lui, disse a Filippo: «Dove compreremo del pane perché questa gente abbia da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; perché sapeva bene quello che stava per fare.

Filippo gli rispose: «Duecento denari di pani non bastano perché ciascuno ne riceva un pezzetto». Uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro, gli disse: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cosa sono per tanta gente?». Gesù disse: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. La gente dunque si sedette, ed erano circa cinquemila uomini.

Gesù, quindi, prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì alla gente seduta; lo stesso fece dei pesci, quanti ne vollero. Quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché niente si perda». Essi quindi li raccolsero e riempirono dodici ceste di pezzi che di quei cinque pani d’orzo erano avanzati a quelli che avevano mangiati.

La gente dunque, avendo visto il miracolo che Gesù aveva fatto, disse: «Questi è certo il profeta che deve venire nel mondo».

Gesù, quindi, sapendo che stavano per venire a rapirlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, tutto solo.

Perché i vangeli sono quattro e non uno solo? Ve lo siete mai chiesto?

Perché il Signore conosceva la stereofonia ben prima dei nostri più o meno sofisticati impianti, e ha voluto che ascoltassimo la storia e le parole di Gesù proprio così, in stereofonia, con quattro diverse casse di risonanza, ognuna delle quali ci porta lo stesso unico evangelo, con risonanze ed echi differenti rispetto alle altre tre.

E così noi ascoltiamo Gesù da diverse prospettive, e con diverse sfumature, ed i particolari assumono nelle varie versioni un diverso risalto… e tutto questo è un approfondimento ed un arricchimento… una benedizione.

Questa “stereofonia evangelica” vale in particolare per il racconto della “moltiplicazione dei pani e dei pesci” che oggi abbiamo ascoltato nella versione che ce ne dà Giovanni, e che è anche presente ben due volte in Marco e una volta ciascuno in Matteo e Luca.

Per capire quanto sia importante per la comprensione del testo cogliere somiglianze e differenze nelle varie versioni, ascoltiamo adesso la prima “moltiplicazione dei pani e dei pesci” nel vangelo più antico:Marco 6, 30-44.

Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato. Ed egli disse loro: «Venitevene ora in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un poco». Difatti, era tanta la gente che andava e veniva, che essi non avevano neppure il tempo di mangiare.

Partirono dunque con la barca per andare in un luogo solitario in disparte. Molti li videro partire e li riconobbero; e da tutte le città accorsero a piedi e giunsero là prima di loro. Come Gesù fu sbarcato, vide una gran folla e ne ebbe compassione, perché erano come pecore che non hanno pastore; e si mise a insegnare loro molte cose.

Essendo già tardi, i discepoli gli si accostarono e gli dissero: «Questo luogo è deserto ed è già tardi; lasciali andare, affinché vadano per le campagne e per i villaggi dei dintorni e si comprino qualcosa da mangiare». Ma egli rispose: «Date loro voi da mangiare». Ed essi a lui: «Andremo noi a comprare del pane per duecento denari e daremo loro da mangiare?». Egli domandò loro: «Quanti pani avete? Andate a vedere». Essi si accertarono e risposero: «Cinque, e due pesci». Allora egli comandò loro di farli accomodare a gruppi sull’erba verde; e si sedettero per gruppi di cento e di cinquanta. Poi Gesù prese i cinque pani e i due pesci, e, alzati gli occhi verso il cielo, benedisse e spezzò i pani, e li dava ai discepoli, affinché li distribuissero alla gente; e divise pure i due pesci fra tutti.

Tutti mangiarono e furono sazi, e si portarono via dodici ceste piene di pezzi di pane, ed anche i resti dei pesci. Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini”.

Probabilmente avete colto i molti particolari che questi due racconti hanno in comune, e insieme anche le molte differenze.

Anzitutto è comune il miracolo operato da Gesù sui pani e i pesci, e poi è comune il fatto che tutti mangiano a sazietà, e anzi lasciano molti avanzi che vengono raccolti. E in questi “fatti comuni” non mancano altre somiglianze nei due racconti: sia in Marco che in Giovanni il luogo del prodigio è presso un lago; la moltiplicazione parte dalla stessa quantità di“cinque pani e due pesci”, così come è la stessa la quantità delle persone che mangiano: “cinquemila uomini”, e quella del denaro che – si dice all’inizio – bisognerebbe spendere per sfamare tutti: “duecento denari”.

Però poi ci sono – eccome! – le differenze. E le differenze che Giovanni introduce nel suo testo vanno in una sola direzione: tutto qui è presentato in modo che il segno prodigioso compiuto da Gesù non sia semplicemente il potere straordinario di sfamare tante persone riunite insieme, ma un segno che ci fa guardare a lui, a Gesù, come all’assoluto protagonista del racconto, e così ci aiuta a capire sempre più e sempre meglio chi è.

Sì, Gesù è davvero il protagonista. E questo sempre, dall’inizio alla fine.

Anzitutto, Giovanni apre la sua narrazione dicendoci che “salì sul monte e là si pose a sedere”. Non è una notazione geografica (siamo presso la riva del “mare di Galilea”, e lì non ci sono montagne… al massimo qualche piccolo dosso…) ma teologica. Nella Bibbia infatti, dal Sinai in poi, il monte è sempre il luogo della rivelazione di Dio. Qui allora, fin da subito, Giovanni ci vuole far capire che quello che Gesù sta per fare noi lo dobbiamo intendere come un gesto di rivelazione, mediante il quale cogliamo in lui Dio stesso presente sulla terra.

Poi, tutto parte dalla sua iniziativa. In Marco la folla sta ascoltando Gesù da molte ore, ed alla fine ha fame, ed il luogo è deserto e per comprare qualcosa da mangiare sarebbe necessario disperdersi nei villaggi circostanti. La moltiplicazione dei pani e dei pesci è il modo che Gesù inventa per venire incontro a quella situazione di difficoltà mantenendo la gente accanto a sé. Nel Quarto vangelo, invece, la folla non è neppure ancora arrivata che Gesù già chiede a Filippo (ed è lui, e nessun altro, che pone il problema): “Dove compreremo del pane perché questa gente abbia da mangiare?”.

Poi, quando si tratta di distribuire ai “cinquemila uomini” i pani e i pesci della moltiplicazione, Gesù non li dà ai discepoli “perché li distribuiscano alla gente”, come accade in Marco. No, qui fa tutto lui: è lui che “distribuisce alla gente seduta” prima i pani e poi i pesci; e è ancora sempre lui che comanda di raccogliere i pezzi avanzati, “perché niente si perda”.

E alla fine – e questo è completamente assente in Marco – l’attenzione della folla è tutta solo per lui. I presenti si dicono l’un l’altro, con stupore e entusiasmo: “Questi è certo il profeta che deve venire nel mondo”, e addirittura lo vogliono “rapire per farlo re”.

Ma se è sicuramente vero che Gesù è “re”, il suo “regno” – come dirà a Pilato – “non è di questo mondo” (cfr Gv 19,36), e così “si ritira sul monte, tutto solo”: soltantolui ed il Padre che l’ha mandato nel mondo per essere, come dirà nella seconda parte del capitolo, quando presenterà se stesso come “il pane della vita”, “il cibo che dura in vita eterna” (cfr Gv 6, 22 ss.).

* * *

Un’assemblea di fine anno ecclesiastico è un po’ come un compleanno: un altro anno è passato, uno nuovo spunta all’orizzonte, e allora è tempo di bilanci: guardiamo al passato, a quello che è successo e che s’è fatto, ma guardiamo anche in avanti, alle nostre prospettive. Forse, almeno lo spero, il raffronto che abbiamo provato a fare tra la moltiplicazione dei pani e dei pesci in Giovanni ed in Marco, ci può aiutare nelle nostre riflessioni.

Negli anni sessanta e settanta, la chiesa valdese ha fatto la scelta di un impegno concreto nella società, a livello sociale e anche politico.

Possiamo dire che in quegli anni ormai lontani, la chiesa scelse la versione di Marco del racconto della moltiplicazione, che anzi, proprio alla luce di quella scelta, venne letto come il racconto della “condivisione”. Il miracolo in sé fu infatti relegato in secondo piano e al centro dell’attenzione fu messa la “distribuzione” del cibo agli affamati: certo, tutto nasce da Gesù– dalla potenza del suo amore – ma poi “la palla” passa a noi, i suoi discepoli di oggi che, come hanno fatto i discepoli di ieri, dobbiamo usare le nostre mani per prendere “pani e pesci” e darli a chi non ne ha, a ciascuno la porzione che gli spetta perché possa saziarsi.

Così l’impegno per la condivisione, il sogno e la lotta per una società ed un mondo più giusti, la difesa dei diritti dei più poveri… tutto questo ha caratterizzato la nostra chiesa, anche a costo di qualche spaccatura.

Oggi è cambiato molto, quasi tutto. C’è stato il crollo delle ideologie, il ritorno al privato, il postmoderno con le sue frantumazioni, il trionfo del mercato e della libera circolazione delle merci, la globalizzazione economica. In Italia, e non solo, la politica è quel che è, e nella crisi della politica e dell’impegno politico, anche quell’impegno politico della nostra chiesa è entrato in crisi…

Ma s’è aperto per noi un versante nuovo. Da qualche anno la nostra chiesa e in una situazione che, pur con tutte le naturali differenze, ha però molte somiglianze con quella che ha vissuto subito dopo l’emancipazione, nella seconda metà dell’Ottocento.

Allora la chiesa valdese seppe, con coraggio e intelligenza, impegnarsi in un grosso sforzo di evangelizzazione inserendosi in quel grande fenomeno storico che fu il Risorgimento. Tutti sappiamo che il papa Pio IX fu l’avversario numero uno dell’unità d’Italia, con scomuniche e interdetti a tutto spiano. Ebbene, la nostra chiesa fu in grado di rappresentare una valida alternativa cristiana per molti che, impegnati nelle guerre d’Indipendenza, non si riconoscevano più nella chiesa di Roma, ma restavano credenti. Quante comunità del Centro e del Sud Italia sono nate con i colportori che arrivavano pochi giorni e a volte poche ore dopo la fine dei vecchi regimi clericali; o perché il sindaco o il comitato liberale di un paese chiamavano un pastore evangelico per una predicazione pubblica!

Oggi la nostra chiesa sta trovando un suo spazio fra quella parte di opinione pubblica, che è preoccupata per la laicità del nostro Stato e trova in noi la straordinaria e “inaudita” realtà di una chiesa che sa essere laica.

Segno della nostra crescente visibilità in questi ambienti sono le scelte dell’Otto per mille in nostro favore, come sapete, salite lo scorso anno a oltre mezzo milione. Se pensiamo che le dichiarazioni di valdesi e metodisti saranno in tutto sì e no quindicimila, le dichiarazioni di persone esterne alle nostre comunità, sono tante, al di là d’ogni possibile aspettativa!

E poi c’è un altro fenomeno, forse ancora più significativo di questo, che pure a prima vista colpisce di più. Un fenomeno presente soprattutto delle grandi e medie città. Ogni anno c’è un certo numero di persone che bussa alla porta delle nostre comunità, chiede di frequentare dei corsi di formazione, e poi di essere ammesso nella chiesa. Qualche esempio: a Milano ogni anno il corso di catechismo per adulti vede la partecipazione di 15/20 persone; a Palermo, i membri di chiesa entrati negli ultimi anni sono oltre cinquanta; e sono tanti anche a Torino, e ce ne sono a Roma e un po’ in tutte le chiese di città; e anche qui da noi, nelle nostre piccole comunità, come troverete scritto nella Relazione, in questi ultimi anni abbiamo avuto una decina di ammissioni. In genere sono uomini e donne di livello culturale medio-alto. È un po’ il nostro limite ma è anche la nostra specificità; le persone meno acculturate si rivolgono piuttosto ad altre chiese evangeliche.

E non c’è solo questo. Questi nuovi fratelli e sorelle hanno una motivazione che li spinge a impegnarsi nelle comunità, e così, ad esempio, quando è trascorso il tempo fissato dalle nostre Discipline, molti di loro accettano di candidarsi a membri del Consiglio di chiesa, o si offrono come deputati al Sinodo o alle Conferenze Distrettuali; e ce ne sono alcuni che – dopo un periodo di partecipazione piena alla vita della chiesa – chiedono di iniziare il percorso di accesso al pastorato: degli ultimi tredici studenti in Facoltà, ben dieci non sono di origine valdese o metodista, con tutti i problemi che questo fatto comporta per quel che riguarda la conoscenza approfondita della vita delle chiese, ma anche con tutta la ricchezza di novità e varietà che questo porta con sé…

Perché queste persone vengono da noi? In genere, proprio come nell’Ottocento, per una forte delusione nei confronti della chiesa cattolica-romana, a cui – mi sembra – neanche l’indubbio fascino mediatico di Papa Francesco riesce perlomeno ancora a porre rimedio.

* * *

Ma veniamo più direttamente a noi. In questa situazione, qual è la parte che ci dobbiamo assumere e che dobbiamo vivere? E qual è la nostra responsabilità davanti a quella fetta di opinione pubblica o, meglio, a quelle persone che ci guardano con interesse, e a volte ci si accostano… e davanti a noi stessi, e davanti al Signore?

Insomma… cosa dobbiamo fare?

Semplicemente. impegnarci ad essere quello che sempre, con un certo vanto diciamo di essere, e che però, spesso, non siamo: non semplici “fedeli” chiamati ad ubbidire a qualcuno che ti dice quello che devi credere, pensare e fare, ma cristiani “adulti” che vivono la loro fede in modo serio, libero, responsabile.

Già… ma, ancora una volta: cosa dobbiamo fare esattamente per essere davvero dei credenti liberi e responsabili?

La risposta a questa domanda è la stessa che Gesù – proprio nel capitolo 6 del quarto vangelo, che si apre con racconto di oggi della moltiplicazione – diede a quei suoi compatrioti che gli chiedevano la medesima cosa: “Cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?”: “Questa è l’opera di Dio, che crediate a colui che egli ha mandato” (cfr Gv 6, 28-29).

Dobbiamo cioè riscoprire, ma sul serio!, Gesù come colui in cui crediamo e al quale ci affidiamo totalmente. Dobbiamo cioè rimetterlo al centro della nostra esistenza.

In questo senso – diversamente da quando eravamo giovani – è forse il caso di non leggere più il racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci secondo la versione di Marco, ma secondo quella di Giovanni che (come abbiamo visto) è tutta quanta incentrata sulla rivelazione che Gesù ha fatto di se stesso come il“profeta” e il “re” e che Israele ed il mondo attendevano, e anzi, ben di più, l’incarnazione stessa del “nuovo patto” (ricordate? è colui che – come il Dio dl Sinai – sta “sul monte” e di lì accoglie il popolo), che porta a compimento le promesse di Dio.

Sì, sorelle e fratelli, dobbiamo rimettere Gesù al centro della nostra vita. Detta in chiesa, una frase così sembra la scoperta dell’acqua calda, ma non lo è.

In realtà è un appello, perché noi riscopriamo la portata e la bellezza di poter dire, ma di dirla col cuore: “Noi crediamo in colui che Dio ha mandato, e su questa fede ci giochiamo la vita”.

Nel concreto, credere in Gesù ed affidarsi a lui, rimetterlo al centro della nostra esistenza, significa incontrarlo là dove lui ha voluto che noi lo incontrassimo: nella Scrittura. Che tutta, dall’inizio alla fine, ci parla di lui, prima come l’Atteso e poi come il Venuto.

Ché poi la chiesa c’è soltanto per questo: per farci incontrare Gesù e per farcelo incontrare insieme, in modo da condividere fra noi la gioia di quest’incontro che dà senso alla vita, e anche per arricchirci gli uni gli altri conversando pensieri, sentimenti, i propositi che l’incontro con Gesù suscita in ciascuno.

Ma noi approfittiamo davvero della chiesa per farci incontrare Gesù e per incontrarlo insieme? La partecipazione dei nostri membri di chiesa al culto, e quindi all’ascolto della predicazione della parola di Dio, che per la Confessione elvetica per tutti noi importante, è il momento per eccellenza in cui si può e si deve incontrare il Signore vivente ed operante, non è particolarmente esaltante, e se il nostro studio biblico è tutto sommato ben frequentato, lo è per la presenza di tante persone esterne alle nostre comunità interessate alla conoscenza della Bibbia, mentre molti fratelli e sorelle di chiesa danno a volte l’impressione, ma voglio precisare che è solo un’impressione, che per loro quel momento non sia poi così importante…

Noi non dobbiamo, non vogliamo, non possiamo essere come quelle tante persone autorità del nostro paese che parlano delle radici cristiane dell’Italia… che – come un ex Presidente del Senato – scrivono libri dal titolo “Perché in Italia non possiamo non dirci cristiani”, e poi, se glielo chiedi, personalmente si confessano agnostici. Noi vogliamo essere cristiani “veri”, e il contenuto, l’essenza, il cuore di questo nostro essere è e può essere solo Gesù Cristo.

Questa – come dicevo prima – è la nostra responsabilità davanti alle tante persone che guardano con curiosità e attenzione, e a volte s’avvicinano, alla piccola chiesa “diversa e alternativa” che noi siamo in Italia.

Ma è anche la nostra responsabilità di fronte ai nostri figli e figlie, ed ai nostri nipoti. Guardiamo attorno: quanti giovani, anche solo giovani adulti, sono qui fra di noi?

Ma poi comunque, alla fine, non si tratta nemmeno di responsabilità verso gli altri. Si tratta della serietà con cui noi vogliamo vivere e coltivare la nostra fede. Serietà, e gioia.

Karl Barth, il famoso teologo riformato del secolo scorso, una volta, parlando proprio dei teologi, ha detto: “O un teologo è gioioso, o non è un vero teologo”.

Vale anche per l’essere cristiano: un cristiano o è gioioso, o è cioè felice di aver incontrato e di continuare a incontrare Gesù ogni giorno della sua vita, e è tanto più felice perché lo può anche incontrare regolarmente nella comunità assieme agli altri credenti come lui, oppure, se per lui la fede è soltanto abitudine, tradizione, eredità familiare, ma non l’incontro vivo col Vivente, deve ritrovare i motivi di fondo del suo dirsi cristiano, perché forse – nemmeno se ne è accorto – ma non lo è più.

Affido tutto questo alla nostra riflessione.

Finisco con un testo che già abbiamo letto alcune volte, ma che è sempre bello leggere, e leggere insieme: 1 Giovanni 1,1-4. Per me,il testo per eccellenza della testimonianza e della gioia:

Quel che era dal principio, quel che abbiamo udito, quel che abbiamo visto con i nostri occhi, quel che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato della parola della vita (poiché la vita è stata manifestata e noi l’abbiamo vista e ne rendiamo testimonianza, e vi annunziamo la vita eterna che era presso il Padre e che ci fu manifestata), quel che abbiamo visto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché voi pure siate in comunione con noi; e la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo perché la nostra gioia sia completa”.

                                                                                                    Ruggero Marchetti

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