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Apocalisse 5, 1-14. Testo biblico e predicazione tenuta durante il culto unificato della domenica dell’Ascensione 1° giugno 2014 in San Silvestro-Cristo Salvatore

 

Apocalisse 5 , 1 – 14

Vidi nella destra di colui che sedeva su trono un libro scritto di dentro e di fuori, sigillato con sette sigilli. E vidi un angelo potente, che gridava a gran voce: “Chi è degno di aprire il libro e di sciogliere i sigilli?”. Ma nessuno, né in cielo, né sulla terra, né sotto la terra, poteva aprire il libro né guardarlo. Io piangevo molto, perché non si era trovato nessuno che fosse degno di aprire il libro e di guardarlo. Ma uno degli anziani mi disse: “Non piangere! Ecco, il leone della tribù di Giuda, il discendente di Davide, ha vinto per aprire il libro e i suoi sette sigilli”.

Poi vidi, in mezzo al trono e alle quattro creature viventi e in mezzo agli anziani, un Agnello in piedi, che sembrava essere stato immolato, e aveva sette corna e sette occhi, che sono i sette spiriti di Dio mandati per tutta la terra. Egli venne e prese il libro dalla destra di colui che sedeva sul trono. Quando ebbe preso il libro, le quattro creature viventi e i ventiquattro anziani si prostrarono davanti all’Agnello, ciascuno con una cetra e delle coppe d’oro piene di profumi che sono le preghiere dei santi. Essi cantavano un cantico nuovo, dicendo:

Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli,

perché sei stato immolato e hai acquistato a Dio con il tuo sangue

gente di ogni tribù, lingua, popolo e nazione,

e ne hai fatto per il nostro Dio un regno e dei sacerdoti,

e regneranno sulla terra”.

E vidi, e udii voci di molti angeli intorno al trono, alle creature viventi e agli anziani; e il loro numero era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia. Essi dicevano a gran voce:

Degno è l’Agnello che è stato immolato

di ricevere la potenza, la ricchezza, la sapienza,

la forza, l’onore, la gloria e la lode”.

E tutte le creature che sono nel cielo, sulla terra, sotto la terra e nel mare, e tutte le cose che sono in essi, udii che dicevano:

A Colui che siede su trono e all’Agnello

siano la lode, l’onore, la gloria e la potenza nei secoli dei secoli”.

Le quattro creature viventi dicevano: “Amen”. E gli anziani si prostrarono e adorarono.

Lettura di Luca 24, 36-53

Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato su nel cielo”.

L’Ascensione nella sua più classica formulazione: Gesù lascia i discepoli, si sottrae alla loro vista e si perde nelle profondità del cielo, che vengono a formare come un velo tra lui e loro.

Cosa accade a Gesù? Non lo sappiamo.

O forse no… forse lo sappiamo, perché c’è un libro che ce lo fa sapere. È l’Apocalisse, l’ultimo libro della Bibbia, che la chiude aprendola al futuro. O, meglio, lo vedremo, aprendola alla storia.

Apocalisse vuol dire“rivelazione”, “svelamento”, “apertura del velo” che normalmente è teso a separare il cielo dalla terra. È apertura del cielo, e visione del cielo. Ed in questa visione, è visione di Gesù, che ora è nel cielo.

Ascoltiamo il capitolo 5 del libro dell’Apocalisse.

Lettura di Apocalisse 5, 1-14

Luca 24 e Apocalisse 5. Abbiamo ascoltato questi due testi e, se avete fatto caso, c’è qualcosa di strano: il primo, ambientato sulla terra, si chiude nel segno della gioia: “Essi, adoratolo, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio, benedicendo Dio”. Il secondo invece, che ci porta nel cielo, davanti al trono stesso di Dio, si apre con l’immagine di un pianto:“Io piangevo molto”… così è detto.

Insomma, sulla terra c’è la gioia e nel cielo si piange… È veramente strano, e però fino a un certo punto, perché – questo forse è già un primo insegnamento – cielo e terra sono più uniti, più compenetrati l’uno dell’altra di quanto comunemente non si pensi. Sono uniti in Dio, che non è solo il Signore del cielo e della terra, ma nel cielo e sulla terra è presente in maniera tutta particolare in Gesù, che – come ci ha ricordato la lettera agli Efesini 4,9 s. –“è disceso nelle parti più basse della terra” ed è “salito al di sopra di tutti i cieli per riempire ogni cosa”. Gesù, che allora è presente qui in terra e è presente anche lì, nella sfera celeste, dove non ha più senso dire “lì”.

Per questo, sulla terra, i discepoli “tornano a Gerusalemme con grande gioia”: perché sanno che, se Gesù che non è più davanti a loro, ora è dentro di loro, e con lui c’è Dio stesso; e per questo, nel cielo, Giovanni ”piange molto” perché in Gesù “salito al di sopra di tutti i cieli” , nulla di ciò che è umano: il pianto, la paura, la fragilità, la consolazione, il sollievo… nulla è più estraneo al cielo.

E veramente il pianto di Giovanni è un pianto umano: è compassione e consapevolezza della miseria umana. Piange, Giovanni, perché “nella destra di colui che è seduto sul trono” – nella destra di Dio – c’è un libro, un rotolo “scritto di dentro e di fuori, sigillato con sette sigilli” ; e “nessuno, in cielo sulla terra e sotto la terra, era in grado di aprirlo e di guardarlo”: di conoscere ciò che è scritto in esso. E questo è terribile, è grave, perché in quel libro c’è la nostra storia, la storia di ciascuno di noi, e tutte quante le storie di noi tutti, riunite insieme a formare l’unica storia collettiva dell’umanità.

È infatti, quel rotolo, il libro del progetto di Dio sugli uomini e gli eventi. E finché resta chiuso il progetto rimane inaccessibile: la nostra storia ci resta sconosciuta… oscura ed enigmatica.

Il pianto di Giovanni esprime allora l’angoscia di ogni creatura umana che non sa cosa fare o che pensare, la fatica di vivere di chi non trova un senso al proprio esistere… non riesce a interpretare quello che è e che fa, e vive un’esistenza composta di frammenti… spesso di assurdità… Ed è anche – quel pianto – il dubbio del credente che non può mai sapere cosa chiede in concreto per sé, per i suoi cari e per il mondo, quando dice in preghiera: “Sia fatta la tua volontà”, perché non la conosce, la volontà di Dio…

Ma ecco, su tutto questo irrompe un grande “ma”. C’è il rimedio a quello smarrimento ed alla paura e al pianto di chi vive smarrito: “Ma uno degli anziani mi disse: – Non piangere! Ecco, il leone della tribù di Giuda, il discendente di Davide, ha vinto per aprire il libro e i suoi sette sigilli”.

Non piangere”… non è più tempo di lacrime! È invece il tempo della consolazione e della gioia… È il tempo di guardare innanzi a sé verso colui che viene.

E consolato, e stupito, e già gioioso, Giovanni alza i suoi occhi che non piangono più: “Vidi, in mezzo al trono e alle quattro creature viventi e in mezzo agli anziani, un Agnello in piedi, che sembrava essere stato immolato, e aveva sette corna e sette occhi, che sono i sette spiriti di Dio mandati per tutta la terra”.

Quell’agnello – o meglio, quel giovane ariete poderoso – è Gesù! È il Cristo crocifisso che ha donato se stesso come il vero “agnello pasquale”, e che per questo ha ancora nella gola lo squarcio insanguinato della propria uccisione; ed è il Cristo risorto che ora regna, con la forza stessa di Dio di cui le “sette corna” sono immagine, sul mondo e sulla storia.

È bella, ed è profonda, quest’immagine dell’”agnello” che è “in piedi” ed insieme è “immolato”: tiene unite ed esprime la Pasqua di Gesù, la sua morte e la sua risurrezione.

Ed in Cristo che ha vinto, noi vinciamo con lui. Ritroviamo la forza che ci manca, per dar senso al non senso. I suoi “sette occhi”, simbolo dello Spirito di Dio che percorre il mondo, portano luce nella nostra vita e ci fanno vedere quello che noi da soli non vedremmo; capire quel che, altrimenti, resterebbe incomprensibile: il progetto che Dio ha pensato per noi – e che ora finalmente Cristo svela – è il progetto della nostra salvezza.

E adesso quel progetto è la realtà. É questo il senso del gesto solenne con cui l’”Agnello immolato” eppure “vivente” s’avvicina al trono di Dio per tutti inaccessibile, e prende dalla sua destra il libro “sigillato con sette sigilli”.

Sì, il progetto di Dio adesso è in mano a Cristo! E lo aprirà “un sigillo dopo l’altro” e noi ne conosceremo il contenuto. E allora, tutto – persone, eventi, speranze, sofferenze – tutto troverà un senso, ed un suo compimento…

Di tutto questo, Giovanni e le sue chiese faranno l’esperienza lungo il prosieguo dell’Apocalisse… Ma già adesso, già subito, la gioia può e deve divampare!

Perché già adesso sai che la tua storia è custodita ed è portata avanti da Gesù, tuo Signore e fratello. Adesso sperimenti nel tuo cuore cosa sentiva in cuore e che voleva dire veramente Paolo quando scrivendo a Roma dettava a Terzio, il suo scriba del momento, quelle parole che sono inchiostro e canto: “Sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future; né potenza, né altezza, né profondità, né alcun altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù” (Romani 8, 38-39).

Sì, la gioia dell’Apostolo è adesso la tua gioia, e la gioia di tutti, e la gioia del cielo:“I quattro esseri viventi”, e i “ventiquattro anziani”, cantano “il cantico nuovo” dell’“Agnello”: Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai acquistato a Dio con il tuo sangue gente di ogni tribù, lingua, popolo e nazione, e ne hai fatto per il nostro Dio un regno e dei sacerdoti, e regneranno sulla terra”.

E questo canto si diffonde e va, e coinvolge anche gli angeli: tutte le loro“miriadi di miriadi e migliaia di migliaia”, si uniscono al concerto celeste della riconoscenza.

E dal cielo quel canto abbraccia poi la terra, coinvolge ogni creatura, ogni realtà: “Tutte le creature, nel cielo, sulla terra, sotto terra e nel mare, e tutte le cose che sono in essi, udii che dicevano: A Colui che siede su trono e all’Agnello siano la lode, l’onore, la gloria e la potenza nei secoli dei secoli”.

Vedete come è andata sviluppandosi e come adesso trova compimento quell’unione “divina e umana” fra il cielo e la terra di cui parlavamo all’inizio?

Il pianto di Giovanni ha portato davanti al trono di Dio lo smarrimento dell’uomo sulla terra, le sue angosce e la paura del suo presente e per il suo futuro.

Ma ora che l’Agnello, cheGesù morto, risorto e asceso al cielo, ha preso nella mano il progetto di Dio… adesso che il futuro che ci attende è il suo futuro che è già dietro di noi, perché Cristo già ha vinto una volta per tutte sul male e sulla morte… ora esplode la gioia, e si dilata dal cielo a colmare di sé tutta la terra; si va a ricongiungere alla “grande gioia” dei discepoli che tornavano indietro da Betania… si fa benedizione che si unisce al loro “benedire”.

Adesso tutti sanno che possono attendere ogni cosa dal Cristo vincitore, e sanno che quell’attesa non rimarrà delusa…

* * *

Aquesto punto comprendiamo che cosa è andato a fare Gesù in cielo: c’è asceso con il corpo con cui ha vissuto la sua storia umana, per esservi intronizzato Signore della storia. Ciò che l’Apocalisse ci ha fatto contemplare è, infatti, proprio questo: un’intronizzazione che s’è svolta secondo tutti i crismi delle cerimonie ufficiali d’insediamento dei sovrani dell’antichità. Dopo che erano state mostrate al popolo le prove che giustificavano la sua salita al regno, si proclamava pubblicamente il nome del nuovo re, si annunziava il suo pieno diritto ad ascendere al trono, ed infine, la folla lo acclamava esultando, e gli rendeva omaggio come al suo solo, autentico sovrano. Qui, l’”Agnello che fu immolato e ora è il Vivente nei secoli dei secoli” si presenta maestoso al centro dell’assemblea celeste. Poi si avvicina a Dio e prende dalla sua mano la prova della dignità e del potere che gli sono conferiti: il“libro sigillato” del progetto divino. E i testimoni in cielo di questa cerimonia, lo acclamano e proclamano che da adesso e per sempre appartengono a lui “la forza, la ricchezza, la sapienza e la potenza, e l’onore, e al gloria e ogni lode”.

Ma allora, se Cristo è qui insediato Signore del mondo e della storia; se tutto d’ora in poi è già e sarà per sempre sottoposto alla sua sovranità, allora chi lo loda, gli deve l’obbedienza.

Già, “l’obbedienza”. Una parola scomoda per noi, ma che è e rimane al cuore della fede come l’altra faccia della medaglia. Dietrich Bonhoeffer ci ha lasciato sull’esistenza cristiana quest’insegnamento: “Solo chi crede obbedisce, e solo chi obbedisce crede”. La prima frase, “solo chi crede obbedisce”, non ci fa problema: noi riformati lo sappiamo bene che l’obbedienza è la conseguenza della fede, così come il frutto viene dall’albero. Ma dobbiamo imparare a ritenere anche parte dell’affermazione di Bonhoeffer, “solo chi obbedisce crede”, che invece ci piace molto meno, perché ci sentiamo l’odore – per noi niente affatto gradevole – delle “buone opere”…

Ricordiamoci sempre pero, che quando Gesù ha chiamato i suoi primi discepoli, lo ha fatto con una parola di comando: “Venite dietro a me!” (cfr Marco 1, 16 ss), e Simon Pietro e gli altri hanno dovuto obbedire e andare dietro a lui. E anche in questo libro dell’Apocalisse, Cristo si rivolge ai credenti definendoli “servi”, uomini e donne chiamati all’ubbidienza.

Insomma, la fede nasce da un comando concreto a cui si deve obbedire, ed è sempre così. E chi non obbedisce, anche se dice d’essere un credente, è piuttosto un illuso che “crede di credere”.

Quanti oggi si lamentano anche sinceramente di non aver ricevuto il dono della fede? Ma nessuno può e deve meravigliarsi del suo non poter credere, finché non si cura di obbedire al comandamento di Gesù. Se tu non sottometti a quella “spada affilata e a doppio taglio” che è la sua Parola (cfr Apocalisse 1, 16) una passione che ti rende schiavo, o i tuoi sogni colpevoli, o un rancore, o un’inimicizia, non puoi poi lamentarti se ti senti arido, non riesci a pregare. Se rifiuti la parola del comando, non puoi invocare la parola della grazia, perché come potrai invocare e lodare come tuo Signore colui al quale hai negato l’obbedienza?

Sì, “solo chi obbedisce” “crede” davvero, e può vivere la gioia di chi – come abbiamo ascoltato – si scopre “re e sacerdote per il nostro Dio”.

È un altro aspetto importante su cui vale la pena soffermarsi: in Israele i “re” e i “sacerdoti” venivano consacrati in funzione del popolo, per guidarlo secondo il volere di Dio e per intercedere davanti a lui perché le sue richieste venissero ascoltate e i suoi peccati fossero perdonati. Ed ecco allora che come per incanto, anche noi, resi dal nostro credere re e sacerdoti per il nostro Dio” riceviamo da lui la libertà di vivere non più per noi stessi ma per gli altri. Sì, la nostra obbedienza è in fondo proprio questo: la libertà (perché obbedire al Signore è libertà!) di prenderci cura degli altri al cospetto di Dio, e pregare e intercedere per loro, perché Dio doni anche a loro la sua pace che è la pienezza d’ogni benedizione e perché li perdoni come perdona noi…

Così, vedete, l’ascensione di Gesù diventa anche la nostra. Anche questo sembra strano, e in effetti lo è, ma noi qui oggi coi nostri piedi ben piantati a terra, siamo però al tempo stesso elevati verso il cielo.

Parlando proprio della sua ascensione, l’autore della lettera agli Ebrei a un certo punto scrive: “Cristo è entrato nel cielo stesso… per comparire ora alla presenza di Dio per noi” (cfr Ebrei 9,24)… Questo “per noi” è fantastico: ci dice infatti che come la sua morte sulla croce e come la sua risurrezione dal sepolcro, così anche l’ascensione di Gesù è avvenuta “per noi”, che se dopo essere “entrato nel cielo”,“ora” Gesù “compare alla presenza di Dio”, lo fa “per noi”: sta lì solo per questo, per pregare, intercedere “per noi”…

Ma allora, se è così, ogni volta che noi ci ritroviamo insieme per pregare per gli altri e per il mondo, facciamo esattamente quello che fa Gesù là “su nel cielo”:“compariamo alla presenza di Dio per i nostri fratelli e le nostre sorelle”. È proprio quella nostra strana ascensione “con i piedi per terra” di cui parlavo prima… e di cui, soprattutto, dobbiamo e possiamo essere riconoscenti al Signore, che ci unisce a Gesù…

E la riconoscenza si fa canto… e il nostro canto anch’esso sale al cielo… si fa “ascensione” anche lui… diventa parte del cantico di giubilo di cui l’Apocalisse ci ha fatto udire l’eco: il canto di “tutte le creature” che – se porgiamo l’orecchio per udirlo – irrompe da ogni dove e ricolma di sé tutte le cose: “A Colui che siede su trono e all’Agnello siano la lode, l’onore, la gloria e la potenza nei secoli dei secoli”.

                                                                                                     Ruggero Marchetti

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