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Ezechiele 18, 1-4. 20-32. Testo biblico e predicazione tenuta domenica 6 luglio 2014 nel corso del culto estivo unificato in Scala dei Giganti

Ezechiele 18 , 1 – 4 . 20 – 32

La parola del Signore mi fu rivolta in questi termini: «Perché dite nel paese d’Israele questo proverbio: “I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati?”. Com’è vero che io vivo, dice Dio, il Signore, non avrete più occasione di dire questo proverbio in Israele. Ecco, tutte le vite sono mie; è mia tanto la vita del padre quanto quella del figlio; chi pecca morirà.

( . . . )

La persona che pecca è quella che morirà, il figlio non pagherà per l’iniquità del padre, e il padre non pagherà per l’iniquità del figlio; la giustizia del giusto sarà sul giusto, l’empietà dell’empio sarà sull’empio. Se l’empio si allontana da tutti i peccati che commetteva, se osserva tutte le mie leggi e pratica l’equità e la giustizia, egli certamente vivrà, non morirà. Nessuna delle trasgressioni che ha commesse sarà più ricordata contro di lui; per la giustizia che pratica, egli vivrà. Io provo forse piacere se l’empio muore? dice Dio, il Signore. Non ne provo piuttosto quando egli si converte dalle sue vie e vive? Se il giusto si allontana dalla sua giustizia e commette l’iniquità e imita tutte le abominazioni che l’empio fa, vivrà egli? Nessuno dei suoi atti di giustizia sarà ricordato, perché si è abbandonato all’iniquità e al peccato; per tutto questo morirà.

Ma voi dite: “La via del Signore non è retta…” Ascoltate dunque, casa d’Israele! È proprio la mia via quella che non è retta? Non sono piuttosto le vie vostre quelle che non sono rette? Se il giusto si allontana dalla sua giustizia e commette l’iniquità, e per questo muore, muore per l’iniquità che ha commessa. Se l’empio si allontana dall’empietà che commetteva e pratica l’equità e la giustizia, rimarrà in vita. Se ha cura di allontanarsi da tutte le trasgressioni che commetteva, certamente vivrà; non morirà.

Ma la casa d’Israele dice: “La via del Signore non è retta”. Sono proprio le mie vie quelle che non sono rette, casa d’Israele? Non sono piuttosto le vie vostre quelle che non sono rette? Perciò, io vi giudicherò ciascuno secondo le sue vie, casa d’Israele, dice Dio, il Signore. Tornate, convertitevi da tutte le vostre trasgressioni e non avrete più occasione di caduta nell’iniquità! Gettate via da voi tutte le vostre trasgressioni per le quali avete peccato; fatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo; perché dovreste morire, casa d’Israele? Io infatti non provo nessun piacere per la morte di colui che muore, dice Dio, il Signore. Convertitevi dunque, e vivete!

Perché dite nel paese d’Israele questo proverbio: I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati?”.

In realtà, nel momento in cui Dio rivolge questo suo “perché” ad Ezechiele, non siamo ”nel paese d’Israele”, inteso come la terra in cui Israele normalmente vive la sua storia e che da esso ha preso il nome. Qui il “paese” è piuttosto l’insieme delle varie località babilonesi in cui vivono i figli e le figlie dei deportati di Israele, la seconda generazione dell’esilio. È tra quella gente infatti che è di moda il proverbio che il Signore ha citato.

Un proverbio, un modo di dire, oggi diremmo uno slogan, che suscita la reazione negativa di Dio perché, di fatto, è diventato una parola di ribellione contro di lui, e quasi una bestemmia.

C’era stata nel passato tutta una predicazione che presentava il Signore come il Dio che puniva le colpe dei padri nei figli “fino alla terza o alla quarta generazione” (cfr ad esempio, Esodo 20,5). Ora però, gli uomini e le donne cresciuti nell’esilio a Babilonia non ne possono più di sentirsi ripetere che il loro vivere in servitù in un paese straniero è la conseguenza delle colpe commesse dai loro padri. “Già” – mormorano a denti stretti – “i padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati”, ma questo non è giusto, e anzi ci indigna! Se la catastrofe della conquista di Gerusalemme e delle stragi e delle deportazioni è stata la giusta punizione per quello che loro, i padri, avevano combinato, cosa c’entriamo noi, che non eravamo ancora neanche nati?

Ma voi siete i loro figli…”. E con questo?… Se Dio è giusto come sempre si dice, come può mai permettere… anzi di più!… come può mai volere che noi soffriamo e siamo schiavi a causa delle colpe di chi ci ha generato? Quando degli innocenti pagano al posto dei colpevoli, non venite a parlare di “giustizia divina”!Un Dio che fa così, non è affatto un Dio giusto, è invece un Dio “contabile”, per il quale ad una certa colpa deve corrispondere in modo matematico una certa punizione, ma poi non si preoccupa se quella punizione colpisce un innocente soltanto perché è stato generato dal colpevole… Insomma un Dio così non lo puoi amare né lo puoi servire… è un idolo crudele…

In questa situazione, Ezechiele fa una cosa straordinaria: reinterpreta l’insegnamento della Bibbia alla luce del modo nuovo di vivere e pensare il rapporto con Dio, col mondo e con se stessi determinato dall’esilio, perché s’è reso conto che continuare come se nulla fosse mai avvenuto a predicare l’insegnamento tradizionale per cui immancabilmente la punizione di Dio si estende su più generazioni successive, significa far crescere fra gli esiliati la disperazione e la contestazione.

Sì, Dio è e rimane giudice, ma è tutto meno un idolo che si possa racchiudere in un proverbio. Così, dopo aver contestato la visione di una trasmissione automatica della colpa e della conseguente punizione da una generazione all’altra, il profeta sviluppa una tesi nuova: la giustizia di Dio segue l’evoluzione della vita.

E in questo modo, dall’immagine del Dio “idolo ingiusto e remoto” che s’erano fatti, Ezechiele conduce i suoi ascoltatori a convertirsi ad un’altra immagine di Dio: il Dio che viene a noi mostrandoci il suo viso, e si rivela come nostro Padre, che cerca di trasmetterci la vita.

Un insegnamento davvero straordinario, questo di Ezechiele. Parlando a noi da quella Babilonia che di li a poco tempo diventerà l’Impero dei Medi e dei Persiani, questo antico profeta ci rivela che, prima ancora che fossero decretate le leggi, per tradizione assolutamente immutabili, appunto “dei Medi e dei Persiani”, le norme che troviamo nella Bibbia sono di tutt’altro tipo: non sacre ed immutabili, invece, sempre suscettibili d’essere modificate, adattate, superate da altre norme più vicine alla vita degli esseri umani del tempo in cui la Bibbia viene letta. La Bibbia insomma, non è un codice di leggi, ma è il libro del Dio vivente scritto da esseri umani anch’essi viventi. E Dio si prende la libertà, e la dona anche a noi, di cambiare le sue norme, perché non è il tiranno, ma è il compagno della nostra esistenza, che desidera la nostra realizzazione e la nostra felicità, già qui su questa terra, perché ci vuole bene, Ci vuole tanto bene, da cambiare anche idea, quando la situazione lo richieda.

* * *

Ma vediamoli insieme, la reinterpretazione ed il superamento dell’insegnamento tradizionale secondo cui le colpe dei padri sono destinate a ricadere sui loro figli, che in questa pagina Ezechiele porta avanti a favore degli ebrei esuli in Babilonia.

Come accennavo prima, all’inizio Dio (perché poi – anche questo è importante – chi parla in questa pagina non è Ezechiele, ma Dio stesso che si serve di lui come del suo portavoce) reagisce a quello slogan che ne faceva un idolo raccogliendo la sfida. Lo fa con tutto se stesso, giurando su se stesso: “Come è vero che io vivo”, così esclama. E così da un lato ci fa vedere che è davvero indignato, e dall’altro che qui ne va della sua stessa vita col suo popolo.

Poi, subito, si impegna a smascherare la falsità che quel proverbio contiene in sé, perché affermare in maniera indiscriminata che “i padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati”, significa di fatto sostenere che Dio vede gli esseri umani come una sorta di massa indifferenziata in cui ogni figlio resta come agglutinato al padre. Non è così: “Ecco” – dice il Signore – “tutte le vite sono mie; è mia tanto la vita del padre quanto quella del figlio”. Tutte le esistenze, nessuna esclusa appartengono a Dio che ne è il solo Creatore, ma questo allora vuol dire che, prima ancora di appartenere al padre naturale, ogni figlio appartiene a lui, a Dio! E ciò è determinante. Di colpo, di fronte a questa affermazione, l’influenza del padre sul figlio subisce un ridimensionamento sostanziale: diventa una realtà normale, qualche volta anche pesante, ma non è un’influenza che condiziona da capo a piedi la vita, l’azione, la sorte del figlio.

Poi, ecco la grande parola del versetto 20:“La persona che pecca è quella che morirà, il figlio non pagherà per l’iniquità del padre, e il padre non pagherà per l’iniquità del figlio”. Il padre e il figlio, che da un punto di vista naturale sono chiaramente legati l’uno all’altro, per lo sguardo di Dio sono due creature, due esseri diversi. Così, di fronte a lui, ognuno deve farsi carico solo delle conseguenze dei suoi atti: “La giustizia del giusto sarà sul giusto, l’empietà dell’empio sarà sull’empio”.

Certo, per tornare alla prima frase, sentir dire: “La persona che pecca è quella che morirà”, è impressionante, e però non va compresa come una condanna che fulmina il colpevole. Ricordate Adamo ed Eva di fronte a Dio nell’Eden? Il Signore Dio aveva detto al primo uomo che nel momento in cui avesse mangiato dell’albero della conoscenza del bene e del male, “certamente sarebbe morto” (cfr Genesi 2,17). Quando però Adamo ne ha mangiato, non è affatto caduto a terra stroncato dalla sentenza divina. Ha continuato a vivere, ma in una condizione ben diversa, molto più miserabile di prima. Così è anche qui: è annunciata alla “persona che pecca” la possibilità reale che la morte prenda possesso della sua esistenza e della sua persona. La morte di cui però parla Ezechiele non è la morte fisica, ma una realtà più complessa: per la Bibbia, viviamo “a intensità variabile”, e solo nella giusta relazione con Dio la vita attinge al suo massimo grado di intensità, è veramente degna d’essere vissuta. Se invece pecchi vivi un po’ di meno… con un’intensità diminuita… già sperimenti in te cos’è la morte… E se poi sei un “empio”, se cioè ti sei definitivamente separato dalla comunione con Dio, allora, benché tu sembri ancora essere vivo, in realtà sei morto: vivi senza vivere, vivi come un cadavere, uno zombie…

In questa prospettiva, la nostra frase così impressionante: “La persona che pecca è quella che morirà”, non deve suonare come una condanna: è un avvertimento, un ultimo accorato appello che ti chiama con forza a conversione.

E in risposta all’appello di Dio ci si può convertire, e bisogna farlo adesso.

Troviamo infatti nella nostra pagina una meravigliosa parola di speranza proprio per quell’“empio” per il quale sembrava non ci fosse speranza: “Se l’empio si allontana da tutti i peccati che commetteva, se osserva tutte le mie leggi e pratica l’equità e la giustizia, egli certamente vivrà, non morirà. Nessuna delle trasgressioni che ha commesse sarà più ricordata contro di lui; per la giustizia che pratica, egli vivrà”. Un errore anche grave del passato, e persino tutto il comportamento colpevole di un’intera vita, non ipotecano mai definitivamente il presente e l’avvenire di nessuno: se l’empio si converte, “egli vivrà”. “Vivrà” perché Dio gli vuol bene, vuole bene anche a lui, ed il suo desiderio è che egli viva. Sono le altre bellissime parole del Signore: “Provo forse piacere se l’empio muore? Non ne provo piuttosto quando egli si converte dalle sue vie e vive?”. Come il brigante crocifisso con Gesù del vangelo di Luca, l’“empio che s’è allontanato da tutti i suoi peccati” vedrà anch’egli il sorriso del Signore e udrà la sua parola di salvezza: “Oggi sarai con me nel paradiso” (cfr Lc 23,43).

Ma l’amore di Dio che è a fondamento di questa grande parola di speranza determina al tempo stesso la grande serietà di questo appello. E questa serietà ci dice anche che dall’altro lato della barricata, “il giusto” non può dormire sugli allori: “Se il giusto si allontana dalla sua giustizia e commette l’iniquità e imita tutte le abominazioni che l’empio fa, vivrà egli? Nessuno dei suoi atti di giustizia sarà ricordato, perché si è abbandonato all’iniquità e al peccato; per tutto questo morirà”.

Dicevo prima che la conversione dell’“empio” deve avvenire “adesso”. E questo “adesso”, l’insistenza sul presente, vale anche per il giusto: davanti a Dio non potremo appoggiarci sui meriti passati. Ci troveremo innanzi a lui ognuno come è in quel preciso momento della sua esistenza, e il suo giudizio non terrà conto alcuno di ciò che avremo fatto in precedenza, né di ciò che avremmo potuto fare. Davanti a Dio conta solo il presente… conta quello che siamo e solo quello.

Ma certo questo può sembrare ingiusto: la malvagità di tutta una vita, riscattata da una conversione magari anche all’ultimo momento, proprio come quella del brigante sulla croce, che fino ad allora non ero sicuramente stato un “buon ladrone”, ma un “ladrone” e basta… e al contrario, e ancora peggio, tutta un’esistenza buona e pia, il lungo impegno a vivere ogni giorno secondo la volontà di Dio e a far del bene agli altri, tutto questo può essere rovinato da un unico momento di follia… Viene da dire insomma, quello che – come ci riferisce Ezechiele – ha detto effettivamente “la casa d’Israele”: “La via del Signore non è retta”.

Ma ecco la risposta del Signore, una risposta che poi sono due domande, fra l’altro ripetute per due volte: “È proprio la mia via quella che non è retta? Non sono piuttosto le vie vostre quelle che non sono rette?”. Non state a giudicare le mie vie… perché io sono Dio e voi… voi siete voi, e resta sempre vero quel che vi ho detto per bocca di Isaia: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie” (Isaia 55,8). Non potete speculare con me facendo conto di ciò che avete fatto nel passato. Per me vale il presente, e solo quello, ed ho il pieno diritto di “giudicare ciascuno di voi secondo le sue vie”, là dove l’han portato.

Ma poi non è questo che conta! Quello che veramente conta è che io sono pronto a rinunciare al mio diritto di giudicarvi, perché non voglio giudicarvi, ma salvarvi. E qui oggi nel presente vi chiamo a conversione, tutti quanti, perché voglio salvarvi tutti quanti!

È l’invito finale, appassionato e grande, che val proprio la pena di ascoltare di nuovo: “Tornate, convertitevi da tutte le vostre trasgressioni e non avrete più occasione di caduta nell’iniquità! Gettate via da voi tutte le vostre trasgressioni per le quali avete peccato; fatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo; perché dovreste morire, casa d’Israele? Io infatti non provo nessun piacere per la morte di colui che muore, dice Dio, il Signore. Convertitevi dunque, e vivete!”.

Davvero vale pena di ascoltare e riascoltare queste parole, perchéallora ti rendi conto che l’immagine del Dio “idolo” dello slogan dell’“uva acerba” e dei “denti allegati” non è vera! Sì, Dio non è un idolo, non è una divinità lontana e terrificante che ci vuole veder morti. È il Padre che ci ama e che vuole e anzi “ha piacere” che “viviamo”.

E per questo ci fa dono di se stesso nella parola che oggi abbiamo ascoltato. Una parola che ci vuole nuovi e perciò ci rinnova: “Tornate, convertitevi”, là dove ritornare al Signore significa osservare in una maniera nuova e sincera la sua volontà, allontanandosi da ogni atto malvagio; è davvero “farsi un cuore nuovo e uno spirito nuovo”… Questo è il presente e questo è anche il futuro che il Signore ci dona e al tempo stesso esige da ciascuno di noi. Perché sta a noi “farci un cuore nuovo e farci uno spirito nuovo”, accogliendo la sua parola, facendola nostra, in modo che sia vita della nostra vita…

* * *

Riflettiamo ancora un po’ su questa pagina e facciamolo ancora a partire dallo slogan degli Israeliti esuli a Babilonia. Un proverbio – abbiamo visto – inaccettabile, perché ci dà di Dio l’immagine idolatrica di un despota desideroso solo di punire senza guardare su chi la punizione va a cadere, ma che però può darci degli spunti per provare a comprendere come funzionino veramente le cose nel nostro umano esistere di generazione in generazione, e come Dio si renda presente ed agisca in questo nostro esistere.

Anzitutto, dal punto di vista della nostra umanità, se dire che “i padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati?”, significa ricordare che i figli sono condizionati dai loro padri, questo è vero!

Non è forse vero infatti, che tutti noi siamo quello che siamo, col nostro aspetto fisico ed il nostro colore della pelle, e con la nostra lingua e la nostra cultura, e la nostra condizione economica e la nostra religione, perché siamo nati da certi genitori e non da altri, e in un certo paese, e non altrove?

Ma questo allora vuol dire che siamo quel che siamo perché altri ci hanno fatti così, e noi non possiamo farci niente? Che siamo solo esseri “costruiti”, in qualche modo passivi… beneficiari o vittime, senza la loro personale responsabilità, di certe situazioni non volute né create da noi che però sono le nostro situazioni?

La parola di Dio in bocca a Ezechiele ci consola ed insieme ci ammonisce dicendoci che no… non è così!

Se da una parte è vero che per la nostra nascita in quel contesto piuttosto che in un altro, noi ci troviamo iscritti in certe situazioni e circostanze che ci condizionano, e che – come quegli esiliati a Babilonia – io non posso sentirmi responsabile di una situazione che non ho creato e che mi trovo a dover subire, dall’altra parte io posso, e anzi debbo prendere coscienza della mia condizione, ed assumermi poi la responsabilità che posso e debbo assumere.

Se non sta a me portare il peso degli errori dei miei predecessori, la mia responsabilità d’essere umano è quella di rompere questo processo, che spesso sembra fatale e non lo è, per cui ogni figlio è condannato a pagare gli errori del padre e della madre, soprattutto perché non tocchi poi ai miei figli di dover pagare le conseguenze dei miei errori. Insomma, io non posso dire “Ciascuno per sé”, perché poi sappiamo benissimo che c’è un legame che ci unisce gli uni agli altri, e quando questo legame ha il bellissimo nome di “solidarietà”, spezzarlo è una gran colpa! Ma non debbo per forza neanche dire: “ Io subisco ciò che gli altri hanno fatto” e così crearmi l’alibi per evadere dalla mia responsabilità. Al contrario, io posso e debbo dire: “Sono responsabile di frantumare la catena d’ingiustizia nella quale mi trovo implicato a motivo della mia nascita in questo luogo ed in questo paese”. E questo oggi per noi del primo mondo ricco significa spezzare la catena ingiusta del nostro arricchimento sfrenato, a spese delle altre parti e degli altri popoli della terra.

Per fare questo, dobbiamo convertirci (ancora una volta: “Tornate, convertitevi”) riconoscendo come troppo spesso abbiamo la tendenza a sottostimare la nostra magari modesta ma reale responsabilità, quando coltiviamo i nostri “io che ci possa fare?”, e cioè i nostri sensi di impotenza o di falsa innocenza.

Pensando sempre che convertirsi non è auto-colpevolizzarsi e neanche è scaricare le propria responsabilità. Convertirsi è ascoltare la parola di Dio che ci invita (ci ha invitati anche oggi) a rifiutare di cedere al fatalismo e alla disperazione. E ancora, convertirsi è volgersi con tutto il proprio io verso Colui che ci chiama a nuova vita, per camminare lucidamente su una strada nuova.

Ma la nostra riflessione ci porta ancora a capire che, proprio non accettando d’essere il Dio del proverbio del suo popolo in esilio e anzi proprio giurando su se stesso che egli “non prova piacere per la morte dell’empio” ma “ne prova piuttosto quando l’empio si converte e vive”, il Signore ci dice che è una realtà innegabile che gli errori delle generazioni precedenti abbiano delle conseguenze negative e spesso gravi, sulle generazioni successive che quegli errori non li avevano commessi, e che questo fa parte dell’ordine delle cose del mondo, e non riflette la sua volontà. Il fatto allora che i figli di Israele abbiano dovuto subire le conseguenze di quello che hanno fatto i loro padri con una loro politica sbagliata e i loro comportamenti ingiusti, non è il frutto di un decreto divino.

Questo dice Ezechiele 18, e questo è grande, cambia completamente prospettiva. Questo “laicizza” il mondo e la sua storia, lo “desacralizza” in maniera positiva.

Ma allora Dio non interviene nelle nostre vicende? Certo che Dio interviene! L’ha fatto intervenendo (anche oggi mediante la sua parola affidata al profeta) nel cuore degli effetti di lunga durata delle nostre colpe collettive, per creare uno spazio di libertà per una nuova creazione… un mondo nuovo.

Ricordate nel vangelo di Giovanni la risposta di Gesù ai suoi discepoli che davanti al cieco nato gli chiedevano: “Chi ha peccato, maestro, lui o i suoi genitori perché è nato così?”. “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così affinché le opere di Dio siano manifestate in lui” (cfr Gv 9, 1-3).

Sì, nel cuore delle nostre sofferenze, Dio interviene e porta la sua luce, e così “manifesta la sua gloria”… fa sbocciare dal dolore la nostra felicità.

                                               Ruggero Marchetti

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