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Un pensiero dalla predicazione su Ezechiele 18, 1-4. 20-32, tenuta domenica 6 luglio 2014, nel corso del culto estivo unificato in Scala dei Giganti

QUI trovate il testo completo della predicazione e QUI l’elenco dei Sermoni

Dal punto di vista della nostra umanità, se dire che “i padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati?”, significa ricordare che i figli sono condizionati dai loro padri, questo è vero! Non è forse vero infatti, che tutti noi siamo quello che siamo, col nostro aspetto fisico, e con la nostra lingua e la nostra cultura e religione, perché siamo nati da certi genitori e non da altri, e in un certo paese, e non altrove? Ma questo allora vuol dire che siamo quel che siamo perché altri ci hanno fatti così, e noi non possiamo farci niente? Che siamo solo esseri “costruiti”, beneficiari o vittime, senza la loro personale responsabilità, di certe situazioni non volute né create da noi che però sono le nostro situazioni?

La parola di Dio in bocca a Ezechiele ci consola ed insieme ci ammonisce dicendoci che non è così! Se da una parte è vero che per la nostra nascita in quel contesto piuttosto che in un altro, noi ci troviamo iscritti in certe situazioni e circostanze che ci condizionano, e che io non posso sentirmi responsabile di una situazione che non ho creato e che mi trovo a subire, dall’altra parte io posso, e anzi debbo prendere coscienza della mia condizione, ed assumermi poi la responsabilità che posso e debbo assumere. Se non sta a me portare il peso degli errori dei miei predecessori, la mia responsabilità d’essere umano è quella di rompere questo processo per cui ogni figlio è condannato a pagare gli errori del padre, soprattutto perché non tocchi poi ai miei figli di dover pagare le conseguenze dei miei errori. Insomma, io non posso dire “Ciascuno per sé”, perché poi so benissimo che c’è un legame che ci unisce gli uni agli altri, e quando questo legame ha il bellissimo nome di solidarietà, spezzarlo è un male! Ma non debbo per forza neanche dire: “ Io subisco ciò che gli altri hanno fatto” e così crearmi l’alibi per evadere dalla mia responsabilità. Al contrario, io posso e debbo dire: “Sono responsabile di frantumare la catena d’ingiustizia nella quale mi trovo implicato a motivo della mia nascita in questo luogo ed in questo paese”. E questo oggi per noi del primo mondo significa spezzare la catena ingiusta del nostro arricchimento sfrenato, a spese delle altre parti della terra.

Per fare questo, dobbiamo convertirci (ancora una volta: “Tornate, convertitevi”) riconoscendo come troppo spesso abbiamo la tendenza a sottostimare la nostra magari modesta ma reale responsabilità, quando coltiviamo i nostri “io che ci possa fare?”, e cioè i nostri sensi di impotenza o di falsa innocenza.

Pensando sempre che convertirsi non è auto-colpevolizzarsi e neanche è scaricare le propria responsabilità. Convertirsi è ascoltare la parola di Dio che ci invita (ci ha invitati anche oggi) a rifiutare di cedere al fatalismo e alla disperazione. E ancora, convertirsi è volgersi con tutto il proprio io verso Colui che ci chiama a nuova vita, per camminare lucidamente su una strada nuova.                                     R. M.

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