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Romani 12, 1-21. Testo biblico e predicazione tenuta domenica 13 luglio 2014 nel corso del culto estivo unificato in Scala dei Giganti

Romani 12 , 1 – 21

Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà.

Per la grazia che mi è stata concessa, dico quindi a ciascuno di voi che non abbia di sé un concetto più alto di quello che deve avere, ma abbia di sé un concetto sobrio, secondo la misura di fede che Dio ha assegnata a ciascuno. Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra e tutte le membra non hanno una medesima funzione, così noi, che siamo molti, siamo un solo corpo in Cristo, e, individualmente, siamo membra l’uno dell’altro. Avendo pertanto doni differenti secondo la grazia che ci è stata concessa, se abbiamo dono di profezia, profetizziamo conformemente alla fede; se di ministero, attendiamo al ministero; se d’insegnamento, all’insegnare; se di esortazione, all’esortare; chi dà, dia con semplicità; chi presiede, lo faccia con diligenza; chi fa opere di misericordia, le faccia con gioia.

L’amore sia senza ipocrisia. Aborrite il male e attenetevi fermamente al bene. Quanto all’amore fraterno, siate pieni di affetto gli uni per gli altri. Quanto all’onore, fate a gara nel rendervelo reciprocamente. Quanto allo zelo, non siate pigri; siate ferventi nello spirito, servite il Signore; siate allegri nella speranza, pazienti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, provvedendo alle necessità dei santi, esercitando con premura l’ospitalità. Benedite quelli che vi perseguitano. Benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono allegri; piangete con quelli che piangono. Abbiate tra di voi un medesimo sentimento. Non aspirate alle cose alte, ma lasciatevi attrarre dalle umili. Non vi stimate saggi da voi stessi. Non rendete a nessuno male per male. Impegnatevi a fare il bene davanti a tutti gli uomini. Se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini. Non fate le vostre vendette, miei cari, ma cedete il posto all’ira di Dio; poiché sta scritto: “A me la vendetta; io darò la retribuzione”, dice il Signore. Anzi, “se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere; poiché, facendo così, tu radunerai dei carboni accesi sul suo capo”. Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene.

Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio…”. Fermiamoci qui, alla “misericordia di Dio”, perché tutto inizia da qui, dalle “viscere” divine – è questo il significato letterale della parola che noi rendiamo con“misericordia”.

Tutto inizia dal fremito che Dio prova dentro di sé quando ci guarda in preda alla miseria nella quale siamo immersi e che l’ha spinto a fare l’incredibile: eravamo perduti, inescusabili, vittime di noi stessi e dell’insensatezza che ci aveva portato a preferire i nostri idoli a lui, ma lui, Dio, non ci ha abbandonato. Ha mandato suo figlio in mezzo a noi. E Gesù è nato da una donna come noi, ed è vissuto come uno di noi, e è morto come anche noi moriamo. Ma Dio ha risuscitato quel suo figlio che ha dato la sua vita per amore: per amore suo, a cui ha ubbidito fino al compimento, e per amore nostro che ha salvato.

Questo, in estrema sintesi, è quanto Paolo ha detto nella prima parte dell’epistola ai Romani. Questo è, più in generale, il contenuto della sua predicazione, che anticipa ai Romani per iscritto nella speranza di poter al più presto incontrarli di persona per annunziare loro a viva voce l’evangelo della misericordia divina.

E questo evangelo di misericordia non può non trasformare chi lo accoglie. Ecco allora che nella seconda parte della lettera, che inizia proprio coi nostri due versetti, l’annuncio si fa “esortazione”, appunto, invito al cambiamento: “Vi esorto dunque, fratelli” .

Ma poiché l’evangelo è la “misericordia di Dio” che arriva fino a te, l’esortazione dell’apostolo non può essere soltanto ammonimento. Così il verbo greco che qui Paolo utilizza non è solo “esortare”, ma significa anche “consolare”. Insomma qui Paolo esorta i cristiani a vivere “la loro consolazione”, il sollievo di chi è approdato a riva da un naufragio e si scopre al sicuro, e si scopre salvato, e bacia quella terra che fino a poco prima disperava di toccare... Sì, noi eravamo in preda alla tempesta, ma Gesù ci ha tirato fuori dall’abisso.

E adesso tutto cambia. Cambia la vita: ci è donata una nuova esistenza, e non la dobbiamo più sprecare: dobbiamo viverla nella maniera giusta, nel riconoscimento che per noi tutto è dono e nella riconoscenza per il dono ricevuto. E cambia la maniera di vivere il rapporto con Dio: le offerte che bisognava presentargli come la condizione per avere il suo perdono, il tempio coi suoi cortili e il suo altare fumante e il sangue delle vittime versato, ed suoi sacerdoti e i riti regolati da norme ben precise… adesso tutto questo non c’è più! Dio “ci ha amati per primo” (cfr 1 Giovanni 4,10), ci ha aperto per primo il suo cuore nel cuore di Gesù, e così ci dà la consolazione di poter a nostra volta offrirgli il nostro cuore, e col cuore gli affetti e la volontà, ed i nostri pensieri, e il nostro agire…

Insomma noi adesso possiamo e dobbiamo offrire a Dio non più degli animali da immolare, ma noi stessi. Non più regole e riti, neanche più sacerdoti appositamente consacrati, ma un “culto” laico, in cui ognuno è sacerdote di se stesso, ognuno cioè offre se stesso, dona a Dio le sue scelte concrete: le sue decisioni e azioni di ogni giorno. Si tratta di mettere in pratica quanto Paolo cidicenella frase che chiude i due primi versetti: “Siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà”.

Il culto cristiano è questo.

E il fatto che qui Paolo usi parole come appunto “culto” e “sacrificio”, che nella sensibilità della sua epoca e anche nella nostra non rimandano a una casa, o a una strada o a un luogo di lavoro, ma a un tempio ed a un altare… questa è una sua polemica contro chi, in quelle antiche prime comunità cristiane, manteneva ancora una sensibilità di tipo ebraico. No, il Vecchio Testamento coi suoi culti e i suoi riti sanguinosi, è proprio “vecchio”. Ora c’è il “nuovo”, il nuovo che è Gesù!

Se noi pensiamo a come, non molto tempo dopo queste parole scritte dall’Apostolo e ancora fino ad oggi, la maggior parte della cristianità abbia scelto di recuperare e di mettere al centro dei suoi culti il sacerdozio istituzionale e il sacrificio rituale… beh, non possiamo non essere un po’ tristi. Anche perché così si è perso quello che per Paolo era invece fondamentale: se tu fai nella fede l’esperienza della misericordia senza limiti di Dio, non puoi non renderti conto che davvero tutto cambia.

Avete ascoltato, nella lettura di Romani 12, che Paolo non fa altro, proseguendo il suo scritto, che parlare dell’amore, delle sue esigenze, della sua bellezza. E non può non essere così. Siamo amati da Dio di un amore senza limiti, e allora possiamo prendere su di noi il rischio dell’offerta d’amore di noi stessi, con tutto quel che siamo e quel che abbiamo… e quest’offerta fa di noi i sacerdoti del nuovo sacerdozio senza clero di tutti i cristiani e le cristiane, di tutti i battezzati e battezzate.

E qui è forse il caso, dopo aver prima polemizzato con quelle chiese cristiane che hanno abusivamente restaurato il sacerdozio ministeriale, di polemizzare anche con noi stessi. Perché noi, che il “sacerdozio universale” di cui ci riempiamo la bocca è l’offerta, il sacrificio personale che tu fai al Signore di te stesso nell’impegno a discernere e a praticare ciò che è davanti a lui “buono, gradito e perfetto”, non l’abbiamo mica capito! Noi parliamo di “sacerdozio universale” quasi esclusivamente in relazione alla predicazione dei “non pastori” e delle “non pastore” nelle nostre comunità, e così – seppure certo molto diversamente da cattolici e ortodossi – leghiamo anche noi il sacerdozio al culto istituzionale della chiesa. E invece non è questo… non lo è affatto!

In queste righe ai cristiani di Roma, Paolo rifiuta ogni distinzione fra ambito sacro e ambito profano. Il culto cristiano di cui parla (che poi è l’“adorazione in spirito e verità” di cui Gesù parlava alla Samaritana in Giovanni 4) è legato alla vita, e poiché la nostra vita la viviamo con il corpo, il culto in cui ognuno è sacerdote, ognuno l’offre offrendo le azioni e le scelte concrete che ogni giorno compie appunto mediante il suo corpo, presentate al Signore “in sacrificio vivente” di lode e di riconoscenza. In altre parole, il nostro culto a Dio consiste nella nostro essere coinvolti e attivi nel mondo, sia a livello personale sia a livello comunitario. Come Gesù, che s’è fatto carne, e ha offerto se stesso al Padre, morendo appeso a un legno, alla croce romana. Morendo cioè non solo in una dimensione totalmente laica (c’è qualcosa di più laico di un patibolo?), ma anzi morendo in maniera assolutamente irreligiosa, da maledetto appeso a un legno. Ricordate quella parola di Deuteronomio 21, 22-23: “Quando uno avrà commesso un delitto e viene messo a morte, lo appenderai a un albero. Il suo cadavere non rimarrà tutta la notte sull’albero, ma lo seppellirai quel giorno stesso, perché il cadavere appeso è maledetto da Dio, e tu non contaminerai la terra che il Signore, il tuo Dio, ti dà in eredità”?; e ricordate come proprio Paolo, pensando a questo testo non abbia esitato ad affermare nell’epistola aiGalati (3,12) che “Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, essendo divenuto maledizione per noi”?

Anche noi ci dobbiamo “incarnare” nel mondo, viverne fino in fondo la profanità, anche a costo di sfiorare la maledizione. Così, e solo così, uniti a suo figlio in vita e morte, noi renderemo a Dio il culto che egli aspetta dai discepoli di Gesù.

Sì, il “sacrificio spirituale” dei cristiani non consiste nel ritirarsi in qualche spazio sacro, chiudersi nella chiesa e nel suo culto al riparo dalla vita quotidiana di ogni giorno, ma è la conseguenza del riconoscimento che – come noi – tutta l’umanità vive della “misericordia senza limiti di Dio”. E allora veramente tutto quello che è umano ci riguarda, ed è lì, vivendo, amando,servendo – uomini e donne a diretto contato con altri uomini e donne in quella quotidianità che è il nostro stare al mondo – che noi concretamente ci offriamo in sacrificio per il bene di tutti e alla sola gloria di Dio.

Tutto questo, facendo nostro l’invito dell’Apostolo a“non conformarci alla mentalità di questo mondo”.

Anche qui non si tratta di un non-conformismo di principio… lo “storcere un po’ il naso” di chi si sa minoranza e si sente un po’ élite… È invece questione di una diversa “intelligenza”. Non nel senso che chi crede ha un’altra intelligenza rispettoa chi non crede, ma nel senso che si tratta di esprimere e affermare, nel cuore stesso di questo nostro mondo, le linee direttive di un’intelligenza visitata, rinnovata, trasformata dall’azione di Dio.

Questo non va da sé. Per prima cosa perché questo nostro mondo a parole tanto tollerante, all’atto pratico non è per niente tenero con chi non si conforma alla mentalità dominante. Viviamo tutti sotto la dittatura del “politicamente corretto”, e, per essere franco sino in fondo, soprattutto nella nostra vecchia Europa, anche di una sorta di suscettibilità antireligiosa: mi ha colpito in questi giorni di Mundial l’ironia per certi versi quasi feroce con cui un giornalista ha trattato un calciatore brasiliano che ha la colpa, alla fine di ogni incontro, di inginocchiarsi in campo e fare una preghiera di ringraziamento a Dio; per carità, c’è libertà di religione, ma questa libertà te la puoi vivere solo dentro le mura della tua chiesa o in una dimensione totalmente privata… E poi perché noi stessi, per natura, siamo portati ad affidarci al nostro modo personale di affrontare le cose, piuttosto che lasciare che sia Dio ad operare in noi per rinnovarci secondo le sue vie, sempre tanto diverse dalle nostre (cfr Isaia 55, 9). Insomma, non è una sfida facile, quella che l’Apostolo ci propone…

E però la dobbiamo affrontare, questa sfida. E anzi Paolo ci dice che la possiamo vincere, perché la nostra capacità di discernere il valore e il non valore delle cose senza lasciarci incantare dal pensiero dominante, nasce da Dio stesso, che ci chiama ad agire nel mondo portando al mondo (anche a quello che ci vede come quel giornalista il calciatore brasiliano) i doni che ci ha fatto.

Sì, grazie a Dio che opera in noi per mezzo del suo Spirito, all’esperienza che ci è dato di vivere della sua “misericordia senza limiti” per noi, noi siamo preservati dall’appiattirci sulla mentalità e le mode della nostra società.

Sì, “Non conformatevi a questo mondo”.Dobbiamo essere “non conformisti” di un “non conformismo” che, in questa società così povera di gioia, deve essere la gioia di chi vive al cento per cento. Come dicevo prima, lo stupore e il sollievo, e alla fine la meraviglia di chi si scopre salvo, perché salvato in Cristo, per la pura infinita misericordia di Dio.

* * *

Ci siamo soffermati a lungo sui primi due versetti del capitolo 12, che inaugurano la parte esortativa, “etica”, dell’epistola ai Romani: la parte cioè in cui – per esprimerci con le parole di Soeren Kirkegaard: “Dopo aver cominciato col dirci che Dio è l’amore che ama gli uomini, ora Paolo ci dice che Dio è colui che deve essere amato”

E certo è così. Ma avete udito cosa Paolo scrive quando, subito dopo i nostri due versetti, inizia a sviluppare il suo discorso più propriamente etico? “Per la grazia che mi è stata concessa, dico quindi a ciascuno di voi che non abbia di sé un concetto più alto di quello che deve avere, ma abbia di sé un concetto sobrio, secondo la misura di fede che Dio ha assegnata a ciascuno”.

Paolo non parla di etica perché è un esperto di questa materia, o perché è un filosofo, o un sapiente. Non è un Aristotele, e non è nemmeno un Seneca. Paolo parla perché “gli è stata concessa la grazia” di essere stato incontrato e travolto da Gesù e di aver creduto in lui come al suo salvatore; e parla perché sa di rivolgersi a persone – i cristiani di Roma – che, ognuno in maniera diversa e tutta sua, hanno però anche loro ricevuto la medesima grazia.

Tutto nasce da qui, e tutto deve sempre rimanere ancorato a questo inizio che non è solo inizio ma è anche compimento. È la “grazia di Dio”, sono le sue “viscere” frementi di “misericordia” che determinano infatti tutto lo sviluppo del discorso di Paolo sull’etica, e che ne fanno un’etica diversa dalle altre…

Un’etica, anzitutto, “con i piedi per terra”. Qui infatti, può parlare di etica e può sentirne parlare solo chi può dire e lasciarsi dire come prima e ultima cosa che è bene “che non abbia di sé un concetto più alto di quello che deve avere, ma abbia di sé un concetto sobrio”, secondo la misura di fede che Dio ha assegnata a ciascuno”.

Aristotele, Seneca, tutti i maestri di etica dell’antichità e via via fino a Kant, o fino a Nietzsche, non hanno avuto “di sé un concetto sobrio”. Non potevano averlo, perché per insegnare agli altri cos’è bene e cos’è male, e che si deve fare per perseguire il bene ed evitare il male, devi salire in cattedra, in alto e ben visibile e udibile da tutti. Ma se tu parli “per la grazia che ti è stata concessa”, e se “il concetto che hai di te” non dipende dalla tua preparazione né dalla profondità o genialità dei tuoi pensieri ma dalla “misura di fede che Dio ha assegnato”, allora il discorso è diverso. Chi parla qui lo fa perché ha vissuto quell’esperienza della fede e della grazia… quell’attimo particolare che possiamo chiamare l’“attimo di eternità della giustificazione”, in cui è stato abbassato da Dio, inchiodato al torto, al peccato davanti a lui, per essere poi in quello stesso attimo innalzato e ricevere ragione da lui.

Sì, qui il discorso è diverso, ed è diversa l’etica. È un’etica cristiana, e prima ancora biblica. E se è un’etica biblica, attenzione! Un minuto fa ho detto che Aristotele, Seneca, Kant, Nietzsche, e tutti i maestri di etica si sono prefissi di insegnare agli uomini cos’è bene e cos’è male, e che si deve fare per perseguire il bene ed evitare il male. Ma non è forse vero che ben prima di loro, altri due hanno voluto conoscere che cosa fosse il bene e cosa il male e decidere loro cosa fare nel rapporto con queste due realtà? Già… Adamo ed Eva. E noi sappiamo come la Bibbia chiama quel loro voler conoscere e decidere il bene e il male: è stata la caduta, la perdita dell’innocenza, la vergogna che li ha spinti a nascondersi e a coprire la loro nudità…

Qui sta la differenza: se lo scopo di ogni riflessione etica sembra essere la conoscenza del bene e del male, il primo compito dell’etica biblica, (e qui mi rifaccio al libro Etica di Dieter Bonhoeffer) è quello di abolire questa conoscenza. All’origine infatti, l’essere umano non conosce che una cosa: Dio. E Adamo conosce Eva, e Eva conosce Adamo, e tutti e due conoscono il mondo e conoscono se stessi nell’unità della loro conoscenza di Dio: conoscono tutto in Dio e Dio in tutto. La conoscenza del bene e del male nasce ed è il segno di un distacco irreparabile. Appunto, di una caduta da quella condizione originale in cui Dio era tutto in tutti. E adesso (un “adesso” che dura dal giardino dell’Eden) l’uomo, al posto di sapersi sostenuto e vivificato nella luce del progetto d’amore di Dio per lui, sa di sapere cos’è bene e cos’è male, sa di essere lui l’origine di ciò che è bene e è male. Sa… ricordate?… di essere “diventato come Dio”, ma di esserlo diventato “contro Dio”… è la menzogna, l’inganno del serpente… Così, l’uomo che conosce il bene e il male, si strappa via definitivamente dalla vita che Dio aveva pensato per lui: “Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto alla conoscenza del bene e del male. Guardiamo che egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, ne mangi e viva per sempre … Così egli scacciò l’uomo e pose a oriente del giardino d’Eden i cherubini, che vibravano da ogni parte una spada fiammeggiante, per custodire la via dell’albero della vita” (su tutto questo, cfr Genesi 3).

Da allora l’uomo, totalmente mortale, deve vivere come “frantumato”: separato da Dio, dagli altri esseri umani, dal mondo e da se stesso Da allora la sua etica, ogni etica che l’uomo ha elaborato in ogni tempo e luogo, è fatalmente segnata dalla morte. Perché qualunque sforzo faccia, affidato a se stesso, non riuscirà mai ad evitare il male e la rovina: come dirà lo stesso Paolo alcune righe dopo quelle di oggi: “Tutto quello che non viene dalla fede è peccato” (14,23).

Ma Dio non ha abbandonato l’uomo che ha abbandonato lui. Ci ha cercato e trovato in Gesù Cristo, e in lui ci ha riconciliati con sé. Ha ricostruito quell’unità con lui che noi avevamo infranto, e ora a noi è concesso, “per la sua misericordia” di ritrovare quella comunione piena e totale fra di noi, quell’essere “una sola carne” (cfr Genesi 2,24), che eravamo all’inizio e avevamo smarrito.

Questa miracolosa reintegrazione avviene anzitutto nella “chiesa”. L’abbiamo ascoltato: “Come in un solo corpo abbiamo molte membra e tutte le membra non hanno una medesima funzione, così noi, che siamo molti, siamo un solo corpo in Cristo, e, individualmente, siamo membra l’uno dell’altro”. E in questa comunione ritrovata, ognuno può mettere il suo particolare “dono di grazia” al servizio degli altri “nella fede”, “nella semplicità”, “nella gioia”…

Così la chiesa, questa sorta di nuovo “Eden” non più custodito dai “cherubini che vibrano la spada fiammeggiante” in cui è possibile vivere quella “condizione originale” in cui Dio era “tutto in ogni cosa”, diventa la palestra (e allora non è a caso Paolo ce ne parli all’inizio di questa parte sull’etica cristiana) in cui impari “l’amore” vero,“senza ipocrisia”: quell’“amore fraterno”, che ci rende “pieni di affetto gli uni per gli altri”. E noi possiamo essere “ferventi nello spirito, allegri nella speranza, pazienti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera”, e così “servire il Signore”; e possiamo anche fare quel che nessuna etica umana ci potrà mai prescrivere né potrà mai farci fare: “Benedire quelli che vi perseguitano. Rallegrarci con quelli che sono allegri; piangere con quelli che piangono. Avere tra di noi un medesimo sentimento. Non stimarci saggi da noi stessi. Non rendere a nessuno male per male. Impegnarci a fare il bene davanti a tutti gli uomini. Se è possibile, vivere in pace con tutti”, senza “fare le nostre vendette, ma”, affidando tutto a Dio: “Se il nostro nemico ha fame, dargli da mangiare; se ha sete, dargli da bere; poiché, facendo così, raduneremo dei carboni accesi sul suo capo”… lo faremo arrossire; e forse capirà, e avremo guadagnato un fratello. E così non ci saremo “lasciati vincere dal male, ma vinceremo il male con il bene”.

Vinceremo” davvero, perché non saremo noi a vincere. Sarà Dio, lui, a vincere in noi, perché ha già vinto su noi: “Dio mostra la grandezza del suo amore per noi in questo” – è una delle grandi affermazioni della prima parte dell’epistola ai Romani –“che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. Dunque, essendo ora giustificati per il suo sangue, saremo per mezzo di lui salvati dall’ira” (5, 8-9).

Sì,“vinceremo il male con il bene”, perché la grande, imperiosa domanda “Che cosa debbo fare?”, che rende ogni etica umana un’impresa impossibile, non è più la nostra domanda; così come – anche questo è importante non è la nostra domanda nemmeno quella che chiede: “E l’altro, che cosa deve fare?”. Due domande pericolose, perché ti portano quasi inevitabilmente a giudicare te stesso – il bene che hai fatto e il male che sei riuscito a non fare – e, con lo stesso criterio, a giudicare l’altro. E invece vedete come qui non c’è la minima traccia di un giudizio? Sì,qui non c’è un giudizio, perché ora quelle due domande si sono capovolte nelle altre due domande: “Cosa Dio ha fatto per me?… Cosa ha fatto per tutti noi?”, che aprono la strada all’annuncio dell’evangelo: “Dio ha rinchiuso tutti nella disubbidienza per fare misericordia a tutti” (Rm 11,32). È la risposta dell’apostolo Paolo subito prima della nostra pagina, risposta che poi si trasfigura in meraviglia e in lode: “Oh, profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto inscrutabili sono i suoi giudizi e ininvestigabili le sue vie! Infatti, chi ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi è stato suo consigliere? O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì da riceverne il contraccambio? Perché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui sia la gloria in eterno. Amen” (Rm 11, 33-36).

E da qui, come un limpido ruscello dalla sua sorgente, scaturisce l’esortazione dell’Apostolo, l’impossibile possibilità dell’etica cristiana: Dio che ama in noi, e ama attraverso noi; e noi che, nella fede già salvati (perché ci si salva per fede e non per opere!), amiamo lui e amiamo il nostro prossimo… amiamo e basta, senza giudicare più nessuno, né gli altri né noi stessi… amiamo e ci offriamo per amore a Dio e ai fratelli e alle sorelle: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale”.

                                                                                                       Ruggero Marchetti

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