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Un pensiero dalla predicazione su la Lettera a Filemone, tenuta domenica 27 luglio 2014, nel corso del culto estivo unificato in Scala dei Giganti

QUI trovate il testo completo della predicazione e QUI l’elenco dei Sermoni

I tre protagonisti di questa breve lettera – Paolo, Onesimo e Filemone – sono tutto salvo che liberi: Paolo è in prigione, Onesimo è uno schiavo il fuga, Filemone è debitore a Paolo della sua conversione. La parola “libertà” qui non compare mai, e invece abbondano termini come “prigione”, “debito”, “comando”, “ubbidienza”. E tuttavia, paradossalmente, al cuore di queste righe che sembrano avere al centro la questione della schiavitù, c’è il grande tema della libertà. Non la libertà “sociale” dello schiavo Onesimo, ma la libertà “esistenziale” che l’evangelo dona e conferisce a chiunque crede in Gesù, il liberatore per eccellenza.

Accennavamo prima alla grande parola di Paolo nella lettera ai Galati: “Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù” (3,28). Ebbene, la lettera a Filemone è esattamente l’illustrazione pratica di quell’affermazione. Non nel senso che Paolo sia un precursore degli abolizionisti della schiavitù: né qui né in nessun altro scritto ha mai rivendicatola liberazione o l’affrancamento degli schiavi. La libertà, l’unità, l’uguaglianza che Paolo ha proclamato, trovano il loro fondamento – come egli stesso dice in maniera molto chiara – “in Cristo Gesù”.

È allora in seno alla comunità cristiana che si intrecciano nuovi rapporti, si forgiano nuovi valori… e che la condizione sociale di ciascuno dei membri della chiesa diventa indifferente: abbiamo visto come Paolo ponga allo stesso livello nel suo cuore lo schiavo Onesimo e il padrone Filemone… “In Cristo”, insomma, tutti sono fratelli e sorelle, e figlie figlie di un medesimo Padre, e se nella comunità c’è una paternità oltre a quella di Dio, è la paternità di chi, come l’apostolo, genera nuovi credenti mediante l’evangelo…

Certo, non dobbiamo idealizzare. Sappiamo bene come lo stesso Paolo abbia dovuto affrontare il problema dei credenti ricchi che nelle agapi comunitarie della chiesa di Corinto mangiavano il cibo che si portavano da casa e lasciavano a digiuno le sorelle e i fratelli più poveri che, impegnati nel lavoro, arrivano dopo di loro (cfr 1 Corinzi 11). E però rimane quest’anelito alla libertà, e all’uguaglianza e alla fraternità, all’interno della chiesa. Una libertà interiore, come quella che Paolo invita Filemone a vivere, che è insieme dono del Signore e frutto della conversione, e che si concretizza nell’amore di Dio ed in quello del prossimo.

Proprio questi due temi, della fraternità e dell’amore, percorrono questo scritto: per almeno sei volte noi qui troviamo il termine “fratello” e per tre volte la parola “amore”.

E questa fraternità e quest’amore sono strettamente legati alla “libertà in Cristo” di cui stiamo parlando. “In Cristo” infatti, Paolo avrebbe potuto fare uso della propria autorità per comandare a Filemone di riaccogliere Onesimo; ma non lo ha fatto, perché altrimenti Filemone sarebbe stato un padrone che accoglie il proprio schiavo fuggitivo perché obbligato da un suo superiore, e questo è proprio quello che Paolo non vuole, e invece vuole rompere questo rapporto superiore/inferiore per lasciar posto alla comunione creata dalla fede.

Certo, chiedere quello che Paolo ha chiesto a Filemone non va da sé: accogliere uno schiavo fuggitivo non come un delinquente, ma come un fratello, era in quel primo secolo non solo socialmente scioccante, ma anche umanamente molto esigente. E Paolo lo sa bene. Per questo, prima ancora di presentargli la sua esigentissima richiesta, fa appello ai sentimenti di Filemone, si rivolge al suo cuore, o meglio, come dice il testo greco, alle sue “viscere”…                                                                            R. M.

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