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Salmo 137. Testo biblico e predicazione tenuta domenica 3 agosto 2014 nel corso del culto estivo unificato in San Silvestro-Cristo Salvatore

INTRODUZIONE

Ascolteremo adesso una composizione fra le più intense e drammatiche che siano mai state scritte: il Salmo 137. L’appassionato, meraviglioso, tragico lamento degli ebrei deportati lungo i canali di Babilonia dopo la distruzione di Gerusalemme del 586 a.C. Un canto e una poesia, che nasce dalla negazione della possibilità di cantare e di fare poesia, sul quale proveremo a dire qualcosa, sapendo che in realtà si può solo ascoltare, o meglio forse – e leggendolo ce ne accorgeremo una volta di più – non si può neanche ascoltare.

La sua carica di disperazione, la forza nuda delle sue immagini, l’intensità spaventosa dello sdegno e della malinconia… chi può anche solo azzardarsi a commentare tutto questo?

L’amore viscerale per Sion, l’impossibilità di cantare e di suonare le melodie del tempio profanandole in terra straniera, la brutalità degli aguzzini, il ricordo lacerante degli Edomiti che avevano incitato i Babilonesi a radere al suolo la città santa, tutto questo diventa materia di terribile e sublime poesia.

E poi il finale, che ti lascia senza fiato: la tremenda maledizione per Edom e per Babilonia: “Come tu hai fatto ai nostri piccoli – per la giustizia biblica del taglione – altri sfracellino sulle rupi i tuoi bambini. Una parola macabra, tanto più in quanto “mascherata” da beatitudine…

Ho letto in qualche posto che la presenza di questo salmo nelle Scritture è il segno della “condiscendenza” del Dio della Bibbia nei confronti di un’umanità oppressa che non ha come arma se non quella della parola e dell’invocazione al Dio riparatore delle ingiustizie.

Se è così, è strano leggere questo salmo in questi giorni di guerra fra Israele ed Hamas. So che molti nelle nostre chiese sono schierati per la causa palestinese… Per me è difficile prendere posizione. Sapete… quando ogni giorno leggi, mediti, preghi col la Bibbia… quando cioè vivi il tuo rapporto con Dio usando le parole, i pensieri, le invocazioni e le lodi di Israele, è difficile vedere quel popolo come qualsiasi altro… non sentirtelo dentro… E però, certo, in questi ultimi decenni, è vero che Israele vive probabilmente la fase più problematica e drammatica della sua lunghissima vicenda storica. È sempre stato vittima, fino all’indicibile, fino alla shoah… E adesso invece, volente o nolente, si trova a rivestire i panni del potente che opprime il più debole; adesso, da David che è sempre stato si ritrova a vestire i panni di Golia. E non gli stanno bene, non è bello così…

Proviamo allora oggi a leggere questo bellissimo e impossibile Salmo 137 come quello che è, e che noi spesso ci dimentichiamo sia: una preghiera.

E ricordiamo chepregare è disarmare il cuore; è placare e vincere anche i più infernali furori, liberandoci dalle beatitudini nere della vendetta e della morte che invoca altra morte. Pregando allora con la voce disperata del salmista, facciamoci voce di tutti i disperati, di tutte le vittime della violenza e della guerra, da qualunque parte siano. E preghiamo sentendoci uniti a Gesù (all’ebreo Gesù, all’uomo Gesù) sulla croce, per gemere con lui ogni gemito del mondo.

Nelle tue mani, Cristo, affidiamo,
questo grido di oppressi e uccisi,
perché tu dalla croce converta
ogni gemito in canto d’amore,
e per te venga il Regno del Padre.

Salmo 137

1 Sui fiumi di Babilonia

là sedevamo in pianto al ricordo di Sion.

2 Ai salici, in mezzo ad essa,
appendemmo le nostre cetre.

3 Sì, là i nostri oppressori ci chiesero canzoni,
canti di gioia, quegli aguzzini:
«Cantateci i canti di Sion!».

4 Come cantare i canti del Signore
in terra straniera?

5 Se mi dimenticassi di te, Gerusalemme,
si inaridisca la mia destra.

6 S’attacchi al palato la mia lingua,
se non mi ricordassi di te;
se non ponessi Gerusalemme

al di sopra di ogni mia gioia!

7 Ricordati, Signore, dei figli di Edom
come nel giorno di Gerusalemme urlavano:

«Livellate, livellate fin dalle fondamenta».

8 Figlia di Babilonia votata alla distruzione:
beato chi ti renderà il contraccambio
di quanto hai fatto a noi !

9 Beato chi prenderà i tuoi bimbi
e li sbatterà contro la roccia !

È impressionante. È davvero, questo salmo, il canto di chi non può e non vuole più cantare. É l’elegia e è l’urlo degli sconfitti, il pianto di chi non ha più lacrime, di chi ha visto scorrere troppo sangue per permettersi di avere il cuore tenero.

E allora, anziché piangere, scrive. E compone una delle poesie più grandi, belle e terribili che siano mai state scritte. Un capolavoro assoluto, perché non è stato vergato con l’inchiostro, ma con la sofferenza; non nasce dalla ricerca dell’ispirazione, ma sgorga dallo squarcio che spacca il cuore di chi ha vissuto tutto l’orrore della guerra, della violenza scatenata, della bestialità di cui è capace l’uomo nei confronti dell’uomo.

Questo salmo nasce dagli incubi di un uomo. Un vecchio ebreo che da ragazzo ha vissuto i giorni della conquista, del saccheggio e della distruzione di Gerusalemme, e è stato trascinato in catene a Babilonia e ha sopportato per quasi cinquant’anni il giogo dell’esilio là nel paese dei conquistatori. Poi ha visto il crollo di quell’impero che sembrava incrollabile sotto i colpi di Ciro il Persiano, e per la diversa politica del nuovo padrone del mondo, che ha preferito rimandare gli esuli che lo avessero voluto nelle loro terre d’origine, ha potuto trascinare il suo corpo ormai stanco sino alla città della sua adolescenza che non aveva fatto altro che sognare lungo tutti quegli anni, quei decenni…

Ora, davanti a sé quel vecchio ebreo vede solo macerie. E ripensa a quando quelle mura e quelle case erano intatte e sono andate giù sotto i colpi di maglio dei conquistatori e dei loro complici sempre pronti a schierarsi col più forte.

E ricorda ogni cosa: il lungo corteo della deportazione e, prima di partire, la scena atroce dei neonati strappati via alle madri e scagliati sulle rocce perché sarebbero stati solo un peso, e i tanti che non gliel’hanno fatta, caduti nella polvere e abbandonati lì…

E finalmente l’arrivo a Babilonia, e lì, l’oltraggio che più di ogni altra cosa – addirittura più delle stesse uccisioni e distruzioni – gli ha dilaniato il cuore: “Eravamo appena arrivati, e ci era stato concesso di riposare un po’. E abbiamo cominciato a dare sfogo al cuore intonando dei canti di lamento, le nostre melodie di tristezza, accompagnandoci con le cetre che eravamo riusciti a portare con noi. Ripensavamo a Sion, al tempio che bruciava, alla nostra città violentata, e ci domandavamo se il Signore non ci avesse rigettati per sempre… Ed ecco, d’improvviso, i nostri aguzzini, coloro che ci aveva scortato nella deportazione, si avvicinarono e, quasi per farci sentire una volta di più la loro forza, con il ghigno dipinto sulle facce ci hanno detto: «Smettetela di salmodiare queste lagne! Fateci sentire i vostri canti più allegri, quei ritmi trascinanti per cui voi Ebrei siete famosi!». Come?! Cantare i nostri canti più lieti, le nostre lodi al Signore per quegli sterminatori? Per gli idolatri che hanno distrutto la casa dell’Altissimo?”.

Qui, il vecchio cuore del nostro vecchio ebreo ha avuto come un balzo, e ha superato in un solo momento la lunga successione di decenni che lo separava da quel momento terribile. È come se fosse ancora laggiù, “sui fiumi di Babilonia”, giovane e lacero in mezzo ai suoi compagni. E prova ancora gli stessi sentimenti, fa risuonare in sé le parole che allora aveva detto allora in mezzo ai denti: “Se mi dimenticassi di te, Gerusalemme, mi si secchi la destra! Mi si attacchi la lingua al palato se non ti ponessi al di sopra di ogni mia gioia!”

E poi, da quel sussulto sgorga l’odio, la furia che non riesci più a domare. Ed ecco l’urlo, la maledizione contro Babilonia e contro gli Edomiti che, in qualche modo imparentati con Israele e però a esso quasi sempre sottoposti, avevano approfittato della sua rovina per sfogare tutto il loro rancore: “Livellate, livellate fin dalle fondamenta!”. Ecco quelle paroleferoci e furibonde, in sé quasi irripetibili… la richiesta al Signore di ricordarsi di Edom per distruggerlo, e la doppia beatitudine per chi darà a Babilonia il contraccambio, farà fare ai suoi piccoli la fine che i suoi guerrieri hanno fatto fare ai neonati di Israele.

* * *

Come reagire davanti a questo salmo che è e resta – non dimentichiamolo mai – “parola della Bibbia”?… Che possiamo pensare?…

In questi giorni ho letto qualche cosa, e ho trovato due tipi di reazione.

C’è la reazione di chi – soprattutto nelle fila delle chiese che hanno un approccio letteralista alla Scrittura – prova a difendere la Bibbia dall’accusa di ospitare un testo che si chiude così ferocemente, e inizia domandando se è proprio così impossibile o amorale cercare di comprendere lo stato d’animo di chi invoca giustizia. E continua: “Dovremo forse pretendere da queste persone un atteggiamento ‘ascetico’ solo perché appartenenti al popolo di Dio? O possiamo invece comprendere che il loro dolore è così grande da arrivare al desiderio di vedere abbattersi su chi ne è stato causa lo stesso male a loro cagionato? Certo, la richiesta del salmo non è condivisibile, ma dovremmo anche considerare seriamente qual è la situazione da cui è nata. E poi è importante anche ricordare che il pensiero del giudaismo dell’epoca, radicato nella Legge di Mosè, era governato dal principio dell’ “occhio per occhio, dente per dente, vita per vita”. Lo sfogo di quest’uomo va allora letto tenendo conto del suo ambiente culturale, che pretendeva una retribuzione uguale al danno patito: questo, e solo questo, avrebbe rappresentato l’applicazione completa della giustizia”.

Si può accettare… non si può accettare… a ciascuno decidere, in piena libertà.

E poi ci sono quelli come Enrico Peyretti, un cattolico italiano, un intellettuale impegnato nel movimento per la pace e per la non violenza, che non riuscendo ad accettare che le tante pagine della Bibbia che definisce “grondanti violenza” possano essere considerate anche alla lontana “parola di Dio”, ha deciso – appoggiato da diversi “valenti monaci, teologi e filosofi” – di riformulare il canone biblico. “Più – dice – leggo i libri della conquista, delle guerre, e più li detesto, li rifiuto. Il peggio è che la Bibbia mi presenta questi orrori non come fatti umani, ma come azioni di Dio, quando invece sono delle bestemmie”. Così, ha deciso di gettare gran parte dell’Antico Testamento: via il patriarca Abramo, che impugnò le armi anche lui, via Mosè, via Davide; perché – spiega: “Se leggerò ancora certi libri biblici di teologia guerriera, finirò per disprezzare l´ebraismo che li ha prodotti e trasmessi, e questo non lo voglio. Terrò cari i libri della sapienza, dell’amore universale. Gli altri li chiuderò”.

Fra le varie adesioni che Peyretti ha ricevuto, una in particolare riguarda il nostro salmo: una studiosa, d´intesa con un prete, gli ha infatti scritto: “Quando nello splendido Salmo 137 leggo i versetti finali mi viene da vomitare a urlo: no!”. Un “no” certo comprensibile…

Ma veramente allora bisognerebbe eliminare dalla Bibbia tutte le parti che spirano violenza, ed in particolare sopprimere gli ultimi versetti di questo, che la studiosa di cui abbiamo parlato adesso, definisce “lo splendido Salmo 137”?

Del resto c’è già chi l’ha fatto: dopo il Concilio Vaticano II la chiesa cattolico-romana ha eliminato, nel libro della Liturgia delle ore che scandisce la preghiera quotidiana del suo clero, gli ultimi due versetti del nostro salmo, e parecchi altri versetti “troppo forti” da parecchi altri salmi.

In un suo articolo di qualche tempo fa, il professor Paolo Ricca ha svolto una bella, articolata riflessione sul Salmo 137, partendo proprio dalla soppressione della sua parte finale nel testo “ufficiale” di preghiera della chiesa cattolica.

Ve ne riassumo alcuni parti, con le quali sono pienamente d’accordo.

Ricca inizia affermando che la parte finale del Salmo 137 è probabilmente la parola più scandalosa di tutta la Bibbia; la definisce “orribile, inammissibile e letteralmente irripetibile”. E aggiunge: “Non è solo lontana dalla nostra sensibilità, è lontana dall’Evangelo, e anche, nella sua violenza disperata e omicida, lontana da Dio stesso. Ma, anche se quella frase non possiamo e non vogliamo neppure ripeterla, non la dobbiamo per nessun motivo cancellare”.

Dopo aver detto che questo vale anche per tante altre pagine “violente” della Bibbia, dalla Genesi all’Apocalisse, Ricca si domanda: “Ma perché i versetti 7 e 8 del Salmo 137 (e tutti i passi analoghi) non devono essere cancellati? Per alcune ragioni”. E ne indica tre.

La prima è che versetti come questi ci ricordano con un’evidenza inconfutabile che la Bibbia è stata scritta da uomini, e non da angeli, né da Dio. Essa quindi porta, insieme al suo messaggio divino, anche il peso della nostra umanità. Per ricordare il titolo di un libro del filosofo Nietzsche, la Bibbia è “umana, troppo umana”, con le sue ingenuità, le sue contraddizioni, le sue discutibili ricostruzioni storiche, i suoi spropositi scientifici, il suo modo così fisico di parlare di Dio descrivendocelo con tanto di braccia, mani, dita, volto, occhi, cuore, e così via; e come un Dio che parla, si commuove, si adira, si pente; anche se sa bene – come dice in Giobbe 9,32 – che “Dio non è un uomo come me”. Ma perché la Bibbia è così umana? Perché “umano, troppo umano” è il Dio della Bibbia, che ha voluto legare il suo destino all’uomo tanto da farsi egli stesso essere umano, un rabbi di provincia, cresciuto alla periferia della terra promessa in un villaggio semipagano, dal quale si pensava che non potesse venire “qualcosa di buono” (cfr Giovanni 1, 46). Sì, umano fino in fondo è il Dio di Gesù Cristo, che non soltanto è diventato un uomo come noi, ma – come cantavano i primi cristiani in uno dei loro inni: ”Ha preso forma di servo, e s’è fatto obbediente fino alla morte, e la morte di croce” (cfr Filippesi 2, 7), cioè s’è calato giù giù fino all’ultimo gradino dell’umanità. Per questo, perché Dio è così umano, c’è nella Bibbia, che parla e testimonia di lui, una “overdose” di umanità.

Ma proprio perché la Bibbia è realmente umana, è bene che anche gli aspetti negativi dell’umanità siano presenti in essa, e non vengano rimossi. Ricca osserva che noi chiamiamo la Scrittura “Sacra”, e facciamo bene, perché lo è. Ma non dobbiamo dimenticare che la Bibbia è anche profana, come lo siamo noi, perché l’hanno scritta persone come noi, certo scelte, istruite e ispirate da Dio, certo con una fede incomparabilmente superiore alla nostra, ma pur sempre uomini e donne come noi, radicalmente umani, terrestri e fallibili come noi.

Per tornare al nostro salmo, i suoi versetti finali documentano in modo inequivocabile proprio questo: che la Bibbia è anche un documento umano, legato a una storia, con tutto il peso che la storia comporta. L’umanità della Bibbia è il vaso d’argilla nel quale Dio ha posto e nascosto il tesoro dell’Evangelo.

C’è poi per Ricca una seconda ragione per non cancellare quei versetti.

Essi documentano dove può portare un amore sviscerato, com’era comprensibilmente quello dell’ebreo deportato a Babilonia per Gerusalemme, la “città di Dio” (cfr Salmo 87,3), ormai rasa al suolo, e per il tempio, nel quale Dio doveva “dimorare in perpetuo” (cfr 1 Re 8, 13) ed invece ridotto in macerie: un amore talmente smisurato da tramutarsi in odio altrettanto smisurato per Babilonia la Devastatrice, che non soltanto aveva tolto agli ebrei la libertà, ma aveva distrutto le cosa più preziose e più sacre che avevano: appunto Gerusalemme ed il suo tempio.

Un amore che diventa “odio perfetto”, talmente perfetto da diventare omicida. Così possono essere o diventare i nostri amori: trasformarsi nel loro contrario, in amori che producono odio. Nel caso dell’autore del Salmo 137, oltre al dolore per la patria perduta, c’è il rancore verso il nemico che, dopo avergli tolto le cose più preziose, si prende gioco di lui chiedendogli di cantare “le canzoni di Sion”. Tutto questo è molto umano: l’amore ferito e calpestato, il dolore, lo scherno, l’odio perfetto, il desiderio di vendetta. Quei due versetti sono, purtroppo, il nostro ritratto segreto, il volto che non osiamo far vedere a nessuno.

Siamo stati capaci (e lo siamo ancora) di sbattere i bambini contro la roccia. Ricca ricorda che l’hanno fatto i soldati dei Savoia ai bambini valdesi durante le persecuzioni; l’hanno fatto innumerevoli altri uomini alle donne incinte, sventrandole e uccidendo con loro anche il frutto del loro grembo; l’hanno fatto i nazisti mandando innumerevoli bambini ebrei nelle camere a gas. Insomma, quello che gli ebrei avrebbero voluto fare, ma probabilmente non hanno mai fatto (sbattere contro la roccia i bambini babilonesi), l’abbiamo fatto noi, in tante occasioni. Insomma, non scandalizziamoci troppo per quel terribile versetto: siamo più terribili noi, con i nostri amori che producono odio.

C’è infine un terzo motivo – dice Ricca – per non cancellare quei versetti: ci fanno toccare con mano la novità di Gesù, che ci chiede di amare i nostri nemici e di pregare per quelli che ci perseguitano (cfr Matteo 5, 44). Ci fanno cioè apprezzare più che mai, per contrasto, la novità dell’Evangelo, che del resto è presente già nell’Antico Testamento: “Se il tuo nemico ha fame, dagli del pane da mangiare; se ha sete, dagli dell’acqua da bere…”. È una parola di Proverbi 25,21, citata dall’apostolo Paolo in Romani 12,20.

Fin qui Paolo Ricca, e mi sembra sia tanto, ed apprezzabile.

Alla luce però di quanto sta accadendo a Gaza e in Israele, che è la ripetizione di quanto è già accaduto tante volte, vorrei rifarmi ancora al secondo motivo di cui parlava Ricca, dicendo che davvero quell’immagine tremenda dei bambini massacrati dai guerrieri è la “nostra immagine”, e un’immagine di terribile attualità. Non dimentichiamo che questa guerra è iniziata con quattro giovanissime vittime (quasi i “bambini” del salmo): i tre studenti ebrei sequestrati e sgozzati, e il ragazzo palestinese bruciato vivo per vendetta. E poi i tanti bambini e bambine vittime dei bombardamenti, forse anche perché usati come scudi umani…

Tutto questo è inaccettabile! Eppure c’è, e dobbiamo farci i conti. La presenza, nel Salmo 137 di quei terribili versetti finalici ricorda proprio questo, che dobbiamo farei conti con la nostra violenza che, da un certo punto in poi, non controlliamo più. Forse possiamo anche dire così: Dio, accettando quei versetti nella Bibbia, e accettando così anche di essere accusato di essere un Dio violento o che comunque accetta la violenza, ci impedisce di chiudere gli occhi davanti alla violenza, che da Caino e da Lamech – ricordate il suo cantico: “Ho ucciso un ragazzo per una scalfittura” (cfr Genesi 4,23)? – continua ad essere la nostra realtà.

La Bibbia non censura niente, ed è bene così.

Ci obbliga a guardarci in faccia per quello che siamo, a riflettere sul nostro vederci riflessi in questo specchio dell’umanità. E così ci aiuta a stare in guardia, con gli occhi spalancati, contro la belva che sta dentro di noi.

Non siamo buoni come sovente ci illudiamo di essere. Dio lo sa bene. E ci aiuta a evitare le illusioni.

In questa prospettiva, i versetti finali del Salmo 137, proprio per lo sgomento ed il senso d’orrore che suscitano in noi, possono aprire il cuore a una preghiera di confessione di peccato e pentimento, di cui tutti abbiamo un gran bisogno.

                                                        Ruggero Marchetti

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