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Un pensiero dalla predicazione su 1 Timoteo 5, 12-24 tenuta durante il culto di domenica 12 ottobre 2014 in San Silvestro – Cristo Salvatore

QUI trovate il testo completo della predicazione e QUI l’elenco dei Sermoni

 

Il cristianesimo non è una magia, e neanche la promessa di un’esistenza terrena realizzata e felice: al cuore dell’evangelo c’è la croce! E noi dobbiamo sempre stare attenti che la pietà non diventi disonestà intellettuale e anche morale.
Paolo ci ha detto oggi: “In ogni cosa rendete grazie”, e non “Per ogni cosa rendete grazie”. Noi possiamo ringraziare Dio in ogni situazione della nostra vita, perché in ogni situazione c’è sempre qualcosa di cui rendere grazie. Io posso ringraziare Dio perché, anche in mezzo alle difficoltà, c’è qualcuno che mi vuole bene, e c’è qualcuno che si prende cura di me… posso ringraziare anche solo perché sono ancora vivo e consapevole… E tutto questo è bello, questo dà tanta forza…
Ma qui dobbiamo stare attenti: io non sono obbligato a ringraziare “per ogni singola cosa” che mi capita. Potrei forse ringraziare per una malattia che mi colpisce, o per una disgrazia, o un fallimento? Sarebbe davvero solo un’ipocrisia: il male è male, e non puoi ringraziare per il male, ma devi opporti a lui, e tenerlo lontano, finché riesci a tenerlo lontano… E ci sono abissi di sofferenza fisica e mentale, in cui il problema se ringraziare o no non si pone nemmeno… Del resto, pensiamo alla preghiera biblica per eccellenza… pensiamo ai Salmi: “dai luoghi profondi” del dolore e del male, il salmista “grida” a Dio, non lo ringrazia… Quando poi il male si sarà placato, e rivedrai la luce, allora – ma solo allora – ringrazierai il Signore per quel tuo grido che hai elevato a lui, un grido che forse ha anche sfiorato la bestemmia, e però era preghiera, era la tua invocazione…
Ma non è solo per la sofferenza che non ringraziamo Dio. Noi non possiamo ringraziarlo per le nostre azioni che ci rendono colpevoli – e questo è molto chiaro. E non possiamo neanche ringraziarlo – e questo forse è molto meno chiaro, ma non è meno vero – per le azioni che ci rendono buoni. Ricordate il fariseo della parabola: “O Dio, ti ringrazio perché io non sono come gli altri uomini… e neppure come questo pubblicano. Io digiuno due volte la settimana e pago la decima su tutto quello che possiedo” (cfr Luca 18, 11 s.)? È l’esempio più classico di quel “grazie” a Dio che non si dovrebbe rendere. Perché quando ringrazia per le sue buone opere, il fariseo in realtà non ringrazia Dio, ma ringrazia se stesso. E quanti di noi, fratelli e sorelle, quando rendono grazie a Dio, ringraziano se stessi! Sovente non ce ne rendiamo conto, ma è così…
In conclusione, il confronto con la chiesa di Tessalonica a cui la pagina biblica di oggi ci ha costretto, ci sbatte veramente quasi in faccia la differenza tra la nostra situazione e quella di questi nostri antichi padri e madri. Abbiamo visto con quale passione e con che intensità essi rendevano grazie per l’evangelo ricevuto e accolto in un mondo pagano ed ostile. E se ci domandiamo se c’è in noi la stessa passione e la stessa intensità quando ci ricordiamo, se ce ne ricordiamo, di rendere grazie per il dono che è Gesù… chi di noi può onestamente rispondere di sì?
Però, c’è una consolazione: noi non siamo separati dall’azione sempre fattiva di Dio e possiamo avvertirla ogni momento: “Il Dio della pace vi santifichi egli stesso completamente, e l’intero essere vostro, lo spirito, l’anima e il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo”.                                                                       R. M.

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