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1 Timoteo 5, 12-24. Testo biblico e predicazione tenuta durante il culto di domenica 12 ottobre 2014 in San Silvestro – Cristo Salvatore

1 Tessalonicesi 5 , 12 – 24

Fratelli, vi preghiamo di aver riguardo per coloro che faticano in mezzo a voi, che vi sono preposti nel Signore e vi istruiscono, e di tenerli in grande stima e di amarli a motivo della loro opera. Vivete in pace tra di voi.
Vi esortiamo, fratelli, ad ammonire i disordinati, a confortare gli scoraggiati, a sostenere i deboli, a essere pazienti con tutti.
Guardate che nessuno renda ad alcuno male per male; anzi cercate sempre il bene gli uni degli altri e quello di tutti.

Siate sempre gioiosi; non cessate mai di pregare; in ogni cosa rendete grazie, perché questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.
Non spegnete lo Spirito. Non disprezzate le profezie, ma esaminate ogni cosa e ritenete il bene; astenetevi da ogni specie di male.

Ora il Dio della pace vi santifichi egli stesso completamente, e l’intero essere vostro, lo spirito, l’anima e il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo.
Fedele è colui che vi chiama, ed egli farà anche questo.
Questa lettera di Paolo di cui abbiamo ascoltato la parte conclusiva, è il più antico scritto cristiano che noi possediamo, composto a poco più di quindici anni dalla morte e risurrezione di Gesù. Anche la chiesa di cui ci dà l’immagine, allora, quella di Tessalonica alla quale è diretta, è la più antica comunità cristiana di cui direttamente abbiamo notizia.
E certo, anche solo da quello che abbiamo udito oggi, è una comunità profondamente diversa dalle nostre.
Diversa perché in essa,“coloro che faticano, presiedono e istruiscono” non lo fanno perché rivestono una carica ecclesiastica ma – come si comprende da quel che abbiamo letto – sono semplicemente dei membri della chiesa come gli altri, che hanno ricevuto dal Signore i doni necessari per lavorare per gli altri, occuparsi di loro ed ammaestrarli. Se poi – come può capitare e come capita – in questo loro occuparsi degli altri diventano importuni, è necessario che gli altri fratelli e sorelle della comunità (e Paolo qui li prega di far proprio così) li trattino con amore e con pazienza, proprio pensando a quanto s’affaticano.

Ma la comunità di Tessalonica è anche diversa dalle nostre chiese, perché – chiaramente – vive in un tempo e in un contesto anch’essi molto differenti dai nostri. Così, Paolo chiama coloro che nella chiesa sono “forti” a prendersi cura di chi in essa è talmente convinto che la fine del mondo è ormai questione quasi solo di ore, da vivere in maniera “disordinata”, senza fare più nulla… E poi c’è anche chi è stato messo in crisi per il fatto che alcuni membri della comunità sono già morti prima del tanto atteso ritorno del Signore: “Se Gesù risorto è la promessa della pienezza della vita per chiunque crede in lui, come mai quei fratelli e quelle sorelle sono rimasti preda della morte come tutti gli altri che non credono?”…

Però, non voglio parlarvi oggi di queste pur grandi ed importanti differenze fra la chiesa di Tessalonica e noi oggi.
La differenza che per me è decisiva è tutta racchiusa in una parolina che abbiamo sulle labbra molto spesso ogni giornata della nostra vita, ma che proprio per questo sulle nostre labbra s’è come “disseccata”… come “stinta”. È cioè diventata un’espressione orale di buona educazione che ripetiamo senza mai pensare al suo significato… soprattutto senza nemmeno un briciolo di quella meraviglia e di quell’entusiasmo con cui la pronunciavano i cristiani dell’antica comunità paolina di cui stiamo parlando. Questa parola è la parola “grazie”.
Sì, in tutta questa pagina di oggi, la frase che me è la più importante e sulla quale vorrei un po‘ soffermarmi assieme a voi è quando Paolo dice: “In ogni cosa rendete grazie”.

Già: “Rendete grazie”. Quell’antica chiesa di Tessalonica è diversa dalle nostre perché i cristiani che la componevano, vivevano in profondità (come ho detto prima, “con meraviglia e con entusiasmo”) la “riconoscenza”.
Erano un po’ come… come il protagonista di una bella canzone di qualche anno fa di Max Pezzali che non faceva altro che ripetere tutto il suo stupore e la sua incredulità perché la più bella ragazza che avesse mai visto, a cui non aveva osato mai neanche pensare come alla sua possibile ragazza, invece era uscita con lui, e lui aveva capito che lo amava, amava proprio lui!, e voleva stare assieme a lui… Anche i fratelli e le sorelle della comunità diTessalonica non facevano altro che vivere ogni momento lo stupore e la riconoscenza per il fatto incredibile che Dio aveva amato loro, proprio loro!, e aveva scelto proprio loro come suoi, e in Gesù Cristo li aveva incontrati e chiamati alla fede e li aveva salvati e convocati alla sua sequela, e così aveva dato un senso… un’origine ed un percorso ed un punto d’arrivo… al loro vivere.
Noi, tutto questo, non lo abbiamo più. O se lo abbiamo, lo abbiamo troppo poco…
Tutto per noi è scontato, e tutto è senza gioia nella nostra esistenza quotidiana, che tanto spesso è molto più un “tirare avanti” lontanissimo da quello “slanciarsi sempre avanti” che invece dovrebbe essere la vita dei cristiani…
Insomma non viviamo bene… e anzi sovente avvertiamo la “fatica di vivere” e anche quella “di credere”… e addirittura, a volte, ci sentiamo quasi “condannati a vivere” un’esistenza ed una chiesa che in fondo non ci piacciono, ma che dobbiamo vivere, perché “è la mia esistenza” ed e la “mia vita”, e non ne ho un’altra…

In questa situazione, se c’è un comandamento che ci sembra impossibile riuscire a praticare, è proprio quello che Paolo ha messo per iscritto quasi immediatamente prima del suo invito a “rendere grazie in ogni cosa”: “Siate sempre gioiosi”.
È una parola! Ma poi, a pensarci bene, che senso ha comandare la gioia?
Invece, ha senso. Ha senso perché tra il suo comando ai Tessalonicesi ad “essere sempre gioiosi” e quello a “rendere grazie in ogni cosa” Paolo ha infilato un altro imperativo: “Non cessate mai di pregare”.
Sì, “la preghiera”. Ma anche qui, per noi, quante difficoltà! Oggi non siamo più nemmeno sicuri se poi sia così giusto pregare: ci sembra a volte quasi un sottile egoismo, un voler forzare Dio a nostro vantaggio o a vantaggio delle persone e delle situazioni a cui teniamo… e allora siamo sempre un po‘ insicuri circa il senso e il valore della nostra preghiera e anche un po’ imbarazzati… e sempre preoccupati della giusta maniera di pregare. Ma se tutto è così complicato, è meglio lasciar perdere! È meglio fare, piuttosto che pregare! Se voglio davvero il bene, mi impegno a fare il bene… se sogno la giustizia, lotto per la giustizia… quando sarò poi vecchio e non potrò più fare, allora forse magari pregherò…

Conoscete la storia del capitano di una nave in grossa difficoltà nell’oceano in tempesta che a un certo punto dice a un pastore che è tra i passeggeri: “Signor Pastore, preghi per tutti noi, perché ormai c’è rimasto solo questo”, ed allora il pastore in preda al panico comincia a urlare: “Allora siamo perduti!”.
Io ho il sospetto che tutti noi siamo come quel pastore: “Finché puoi fare, fai!ma quando non puoi più fare, allora è finita, perché la preghiera non ti serve granché”…
Ma anche in questo sbagliamo, e anche per questo non siamo felici.
Pur con tutti i loro problemi, i cristiani di Tessalonica, accettavano tranquillamente il comando di Paolo ad “essere sempre gioiosi”, e non lo ritenevano affatto impossibile, perché per loro non era un problema essere felici: fondamentalmente, lo erano. Erano felici perché – come abbiamo detto – vivevano lo stupore di chi s’era scoperto scelto, amato e salvato dal Signore.

E lo stupore incantato di questa scoperta non invecchiava mai: si rinnovava ogni volta per loro proprio nella preghiera.
Perché… sorelle e fratelli… cos’altro è la preghiera se non l’esperienza concreta che per fortuna e per grazia noi non dipendiamo da noi stessi… che siamo stati donati a noi stessi… e la nostra vita, e le persone care che sono accanto a noi, ed il cielo e la terra, e le stelle ed i fiori… tutto è un dono di Dio!
Se tante volte preferiamo il “fare” al “pregare”, è perché in fondo siamo ancora un po’ tutti figli e figlie di Adamo ed Eva: vogliamo essere noi i signori e padroni di noi stessi: “Io sono mio, e so fare il mio bene e anche quello di chi mi sta accanto!”. È la nostra idolatria, ed è la nostra rovina, la fonte della nostra infelicità.
Se preghi riconosci che tu appartieni a Dio. E questa appartenenza è la tua libertà dall’incapacità che ti impedisce di fare la tua felicità. Insomma, è veramente la tua gioia. E la tua vita si fa riconoscenza… un grazie continuamente e spontaneamente reso a Dio.

E non soltanto la preghiera di riconoscenza ti fa essere diverso, più libero e sereno, ti fa vedere diverso tutto quanto… ti trasfigura il mondo.
Ancora Paolo, nella Prima lettera a Timoteo, a un certo punto dice: “Ogni creatura di Dio è buona, e nessuna è da riprovare se è accolta con rendimento di grazie, perché viene allora consacrata dalla parola di Dio e dalla preghiera” (4, 4).
Che significa questo? Che se tu ringrazi Dio per una qualsiasi realtà della tua vita, impari a vederlo presente in quella realtà, in quell’avvenimento, in quella persona: i miei cari, le mie cose, il mondo in cui io vivo e che perciò è il mio mondo, tutto viene da lui… è un suo dono per me in cui colgo il suo amore, la sua cura… Così davvero tutto è trasformato, nulla è più scontato o indifferente, e invece è segno dell’amore divino…
Chi è ancora abituato – purtroppo non più tanti – a ringraziare a tavola per il cibo quotidiano, se il suo ringraziamento è vero e autentico, fa di quel cibo un dono – il dono quotidiano del Signore per lui – ed allora lo mangia con un gusto diverso… sente in quel cibo il gusto dell’amore…

* * *
Attenzione però. Dicendo tutto questo, io non vi sto spacciando la ricetta sicura per la felicità. Non vi sto dicendo che se preghi e ringrazi la gioia è garantita. Sarei un ingenuo se pensassi questo, e considererei degli ingenui anche voi… E soprattutto non sarei un cristiano.
Il cristianesimo non è una magia, e neanche la promessa di un’esistenza terrena realizzata e felice: al cuore dell’evangelo c’è la croce! E noi dobbiamo sempre stare attenti che la pietà non diventi disonestà intellettuale e anche morale.

Paolo ci ha detto oggi: “In ogni cosa rendete grazie”, e non “Per ogni cosa rendete grazie”. Noi possiamo ringraziare Dio in ogni situazione della nostra vita, perché in ogni situazione c’è sempre qualcosa di cui rendere grazie. Io posso ringraziare Dio perché, anche in mezzo alle difficoltà, c’è qualcuno che mi vuole bene, e c’è qualcuno che si prende cura di me… posso ringraziare anche solo perché sono ancora vivo e consapevole… E tutto questo è bello, questo dà tanta forza…

Ma qui dobbiamo stare attenti: io non sono obbligato a ringraziare “per ogni singola cosa” che mi capita.
Potrei forse ringraziare per una malattia che mi colpisce, o per una disgrazia, o un fallimento? Sarebbe davvero solo un’ipocrisia: il male è male, e non puoi ringraziare per il male, ma devi opporti a lui, e tenerlo lontano, finché riesci a tenerlo lontano… E ci sono abissi di sofferenza fisica e mentale, in cui il problema se ringraziare o no non si pone nemmeno…
Del resto, pensiamo alla preghiera biblica per eccellenza… pensiamo ai Salmi: “dai luoghi profondi” del dolore e del male, il salmista “grida” a Dio, non lo ringrazia… Quando poi il male si sarà placato, e rivedrai la luce, allora – ma solo allora – ringrazierai il Signore per quel tuo grido che hai elevato a lui, un grido che forse ha anche sfiorato la bestemmia, e però era preghiera, era la tua invocazione…

Ma non è solo per la sofferenza che non ringraziamo Dio… Noi non possiamo ringraziarlo per le nostre azioni che ci rendono colpevoli – e questo è molto chiaro. E non possiamo neanche ringraziarlo – e questo forse è molto meno chiaro, ma non è meno vero – per le azioni che ci rendono buoni. Ricordate il fariseo della parabola: “O Dio, ti ringrazio perché io non sono come gli altri uomini… e neppure come questo pubblicano. Io digiuno due volte la settimana e pago la decima su tutto quello che possiedo” (cfr Luca 18, 11 s.)? È l’esempio più classico di quel “grazie” a Dio che non si dovrebbe rendere. Perché quando ringrazia per le sue buone opere, il fariseo in realtà non ringrazia Dio, ma ringrazia se stesso. E quanti di noi, fratelli e sorelle, quando rendono grazie a Dio, ringraziano se stessi! Sovente non ce ne rendiamo conto, ma è così…

In conclusione, il confronto con la chiesa di Tessalonica a cui la pagina biblica di oggi ci ha costretto, ci sbatte veramente quasi in faccia la differenza tra la nostra situazione e quella di questi nostri antichi padri e madri.
Abbiamo visto con quale passione e con che intensità essi rendevano grazie per l’evangelo ricevuto e accolto in un mondo pagano ed ostile. E se ci domandiamo se c’è in noi la stessa passione e la stessa intensità quando ci ricordiamo, se ce ne ricordiamo, di rendere grazie per il dono che è Gesù… chi di noi può onestamente rispondere di sì?

Però, c’è una consolazione: noi non siamo separati dall’azione sempre fattiva di Dio e possiamo avvertirla ogni momento: “Il Dio della pace vi santifichi egli stesso completamente, e l’intero essere vostro, lo spirito, l’anima e il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo”.
L’annuncio della venuta del Signore che chiude il nostro testo, non vale solo per la fine dei tempi, ma può essere… è … la realtà che illumina e dà senso a ogni momento della nostra esistenza.
Noi siamo “santi”… apparteniamo a Dio… Egli è la “nostra pace”. E se noi siamo pronti ed attenti a riceverlo con tutto il nostro essere… se “non cessiamo mai di pregare”… viene e ci rinnova. Ci dona ogni volta il nostro nuovo “io” e un nuovo sguardo sulle persone e sulle cose.
E possiamo davvero “essere sempre gioiosi”. E allora “renderemo grazie in ogni cosa”: ci verranno alla bocca delle parole di ringraziamento. Sì, sempre e sempre di nuovo potremo ringraziare in spirito di verità e con piena onestà. Così come è onesto e verace: “colui che ci chiama” – è la rassicurazione finale di Paolo per noi oggi:“ Dio e fedele, e farà anche tutto questo”.
Ci renderà riconoscenti e gioiosi… insomma veri cristiani e vere cristiane.

Ruggero Marchetti

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