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Geremia 28, 1-17. Testo biblico e predicazione tenuta durante il culto di domenica 19 ottobre 2014 in Scala dei Giganti

Geremia 28 , 1 – 17

In quello stesso anno, al principio del regno di Sedechia, re di Giuda, l’anno quarto, il quinto mese, Anania, figlio di Azzur, profeta, nativo di Gabaon, mi parlò nella casa del SIGNORE, in presenza dei sacerdoti e di tutto il popolo, dicendo: «Così parla il Signore degli eserciti, Dio d’Israele: “Io spezzo il giogo del re di Babilonia. Entro due anni io farò tornare in questo luogo tutti gli arredi della casa del Signore, che Nabucodonosor, re di Babilonia, ha tolti da questo luogo e ha portati a Babilonia; ricondurrò in questo luogo”, dice il Signore, “Ieconia, figlio di Ioiachim, re di Giuda, e tutti quelli di Giuda che sono deportati a Babilonia; perché spezzerò il giogo del re di Babilonia”».
Il profeta Geremia rispose al profeta Anania in presenza dei sacerdoti e in presenza di tutto il popolo che si trovava nella casa del Signore. Il profeta Geremia disse: «Amen! Così faccia il Signore! Il Signore mandi ad effetto ciò che tu hai profetizzato, faccia tornare da Babilonia in questo luogo gli arredi della casa del Signore e tutti quelli che sono stati condotti in esilio! Però, ascolta ora questa parola che io pronunzio in presenza tua e in presenza di tutto il popolo. I profeti che apparvero prima di me e prima di te, fin dai tempi antichi, profetarono contro molti paesi e contro grandi regni la guerra, la fame, la peste. Quanto al profeta che profetizza la pace, una volta che si sarà adempiuta la sua parola, egli sarà riconosciuto come uno veramente inviato dal Signore».
Allora il profeta Anania prese il giogo dal collo del profeta Geremia e lo spezzò. Anania parlò in presenza di tutto il popolo, e disse: «Così parla il Signore: “In questo modo io spezzerò il giogo di Nabucodonosor, re di Babilonia, togliendolo dal collo di tutte le nazioni, entro lo spazio di due anni”». Il profeta Geremia se ne andò.
Allora la parola del Signore fu rivolta a Geremia, dopo che il profeta Anania ebbe spezzato il giogo togliendolo dal collo del profeta Geremia, e disse: «Va’, e di’ ad Anania: “Così parla il Signore: Tu hai spezzato un giogo di legno, ma hai fatto, invece di quello, un giogo di ferro. Infatti così parla il Signore degli eserciti, Dio d’Israele: Io metto un giogo di ferro sul collo di tutte queste nazioni perché siano sottomesse a Nabucodonosor, re di Babilonia; ed esse gli saranno soggette; e gli do pure gli animali della campagna”».
Il profeta Geremia disse al profeta Anania: «Ascolta, Anania! Il Signore non ti ha mandato e tu hai spinto questo popolo a confidare nella menzogna. Perciò, così parla il Signore: “Ecco, io ti caccio dalla faccia della terra; quest’anno morirai, perché hai parlato di ribellione contro il Signore”». Il profeta Anania morì quello stesso anno, nel settimo mese.

Siamo a Gerusalemme attorno al 590. Circa quattro anni prima le armate del gran re Nabucodonosor hanno devastato tutto il regno di Giuda e sono entrate nella città santa. Il giovane re Ieconia, la sua famiglia, i suoi ministri e molti dei sacerdoti più importanti sono stati deportati a Babilonia. A Giuda è stata lasciata l’apparenza dell’indipendenza, e Sedecia, lo zio di Ieconia, è stato messo sul trono dal re di Babilonia al posto del nipote, chiaramente in una posizione di assoluto vassallaggio.
Da allora il lavoro del popolo di Giuda serve in gran parte per pagare al vincitore un regolare pesantissimo tributo destinato a finanziare la costruzione dei grandi palazzi e dei sontuosi templi degli dèi di Babilonia, e a permettere ai Babilonesi di continuare le campagne di guerra per aggiungere al loro impero sempre nuove popolazioni e territori. Questo tributo in un paese già in sé non certo ricco e per giunta prostrato dalla recente disfatta, significa solo una cosa: una grande miseria per quasi tutti quanti.

Da quando Sedecia siede su un trono che non conta più niente, si è respirata solo rassegnazione, ma poi d’improvviso il clima è cambiato: sono arrivati a Gerusalemme gli ambasciatori dei sovrani dei popoli vicini anch’essi sottomessi a Babilonia, e hanno incontrato il re e gli hanno raccontato che c’è adesso una grande novità: l’Egitto ha quasi riacquistato la sua antica potenza ed è pronto a schierarsi contro Nabucodonosor. Per tutti è l’occasione di scuotere il giogo che li schiaccia: “Alleiamoci con l’Egitto e col suo faraone! Combattiamo con lui! Uniti sconfiggeremo Babilonia e riacquisteremo la nostra libertà, anche tu come i nostri sovrani, Sedecia, non sarai più un povero re “per burla”, ma sarai un vero re! Il re che ha ridonato la dignità al suo popolo!”.
Da allora è sorta una grande discussione. La maggioranza degli abitanti di Gerusalemme vorrebbe che Sedecia dica di “sì” alla proposta degli ambasciatori. Per molti altri invece, accettare l’alleanza con l’Egitto sarebbe pura follia, un suicidio vero e proprio! Tutti sanno che i Caldei sono pressoché invincibili: schiacceranno facilmente le truppe del faraone e dei suoi piccoli alleati, e la loro vendetta contro chi li ha osato ribellarsi sarà spaventosa: “Perderemo ogni cosa” – dicono questi fautori dello status quo – “Perderemo noi stessi…”. Per altri ancora, chi lo sa… forse l’Egitto potrebbe anche riuscire a vincere la guerra, “Ma – chiedono subito dopo – per noi che cambierebbe? Da un padrone passeremmo ad un altro, ed è meglio un padrone che ormai già conosciamo di un nuovo padrone forse ancora più avido…”. C’è poi anche chi si pone in una prospettiva di fede, e vede negli eventi che vanno maturando l’intervento di Dio: “Già al tempo degli Assiri il Signore non ci forse invitato, per mezzo del suo profeta Isaia, a resistere alla loro feroce invasione, e non ha forse colpito con una spaventosa pestilenza il loro immenso esercito che stringeva d’assedio la nostra città, e così il loro re che aveva scritto al nostro paragonandolo a un uccellino in gabbia, non era forse stato obbligato a tornarsene indietro con le pive nel sacco? Se poi quattro anni fa il Signore ha consentito ai Caldei di entrare in Gerusalemme e deportare il re e i maggiorenti raccolti attorno a lui, l’ha fatto per punirli della loro tracotanza e infedeltà e dare al nostro regno un nuovo re più fedele alla sua volontà. E comunque, a pensarci, Gerusalemme non ha subito danni molto grandi, e se purtroppo i suoi arredi sono stati predati dai Caldei, nella sua struttura il tempio è ancora intatto, e questo prova che Dio neanche allora ha permesso, e non permetterà mai, che la sua città ed il suo luogo santo siano profanati dai miscredenti! Alla luce di tutto questo, chi ci dice che Dio no n stia mettendo l’un contro l’altro i due imperi dell’Egitto e di Babele che sono sempre stati i nostri grandi nemici perché si distruggano a vicenda, e noi, il suo popolo, ne usciamo fuori da veri vincitori! Alleiamoci allora, finché serve, con l’Egitto, marciamo insieme contro Babilonia! Ci penserà poi il Signore in persona, a far prendere alle cose la piega giusta per innalzare proprio solo noi!”.
“Certo – aggiungono quegli intrepidi credenti nell’intervento possente del Signore – oggi purtroppo non c’è più un Isaia ad incoraggiarci. C’è invece quel preteso profeta Geremia, che anziché incitarci a combattere contro Babilonia è un vero e proprio disfattista: non va forse sempre in giro a blaterare di docilità e sottomissione? Non porta addirittura da alcuni giorni un giogo sul suo collo per dirci che dobbiamo sopportare il giogo di Nabucodonosor? Chissà che Babilonia non lo paghi… quel traditore… Peccato solo che stranamente il re Sedecia lo consideri un vero uomo di Dio e ci impedisca di metterlo a tacere una volta per tutte…”.

Ma ecco, si crea tutto un movimento… c’è un accorrere di gente nel cortile del tempio. C’è qualcuno che parla e per fortuna stavolta non è Geremia. È Anania di Gabaon, e finalmente è un profeta che parla da profeta, e non da disfattista: “Così parla il Signore degli eserciti, Dio d’Israele: “Io spezzo il giogo del re di Babilonia. Entro due anni io farò tornare in questo luogo tutti gli arredi della casa del Signore, che Nabucodonosor, re di Babilonia, ha tolti da questo luogo e ha portati a Babilonia; ricondurrò in questo luogo – dice il Signore – Ieconia, figlio di Ioiachim, re di Giuda, e tutti quelli di Giuda che sono deportati a Babilonia; perché spezzerò il giogo del re di Babilonia”. Davvero un bel discorso, con le formule giuste e con la giusta enfasi per dare appoggio al messaggio profetico. E poi, quel riferimento al “giogo del re di Babilonia” destinato ad essere spezzato, che squalifica definitivamente quel ridicolo giogo che Geremia si ostina a portare… Non c’è da meravigliarsi se il discorso di Anania suscita l’entusiasmo della folla.
Ma lì in mezzo alla folla, ancora col suo giogo ben legato al suo collo, c’è anche quel benedetto Geremia, che nemmeno stavolta riesce a stare zitto. E prende la parola e risponde a Anania. All’inizio, sorpresa delle sorprese, sembra dargli ragione, e ne approva l’oracolo: “Amen! Così faccia il Signore! Il Signore mandi ad effetto ciò che tu hai profetizzato, faccia tornare da Babilonia in questo luogo gli arredi della casa del Signore e tutti quelli che sono stati condotti in esilio!”.
Sì, “Amen!”. Come sarebbe bello se i due profeti fossero d’accordo… Sarebbe un grande segno della benedizione del Signore, della sua volontà di intervenire a soccorrere il suo popolo, a liberarlo un’ennesima volta… sarebbe la speranza d’Israele che rifiorisce sotto il cielo di Sion.
Sarebbe tutto questo, se Geremia dopo queste parole non fosse andato avanti. E invece è andato avanti, e ha detto altre parole, la prima delle quali già ha rovinato tutto: “Però (un “però” raggelante) “ascolta ora questa parola che io pronunzio in presenza tua e in presenza di tutto il popolo. I profeti che apparvero prima di me e prima di te, fin dai tempi antichi, profetarono contro molti paesi e contro grandi regni la guerra, la fame, la peste. Quanto al profeta che profetizza la pace, una volta che si sarà adempiuta la sua parola, egli sarà riconosciuto come uno veramente inviato dal Signore”.
Geremia qui non usa formule profetiche, non definisce, come ha fatto Anania, le sue parole “parola del Signore”, ma quel che dice è ugualmente importante: anzitutto, pone se stesso e il suo interlocutore nella linea dei profeti di Israele che li hanno preceduti; poi introduce un criterio per verificare l’autenticità della parola profetica. Un criterio un po’ strano, che privilegia gli annunci negativi, ma che purtroppo corrisponde alla amara verità che in effetti i profeti hanno quasi sempre annunciato sciagure che sono poi state confermate dalla storia… ma allora, se un profeta di sventure è un po’ la regola (e questo la dice lunga sulle continue infedeltà del popolo nei confronti del suo Dio), tanto più è necessario che la molto più rara profezia che annuncia lo shalom, e cioè la pienezza della benedizione divina, per essere confermata come vera, debba attendere la sua realizzazione…
Ma Anania non accetta la pur pacata osservazione di Geremia. Come molti dei presenti non sopporta più quel seminatore di dubbi e di paure, e conferma le sue parole piene di vigore con un gesto altrettanto vigoroso: si avvicina a Geremia, gli strappa via il giogo e lo spezza in più parti. Poi si volge alla gente e ripete il suo oracolo, e anzi ne dilata la portata da Israele a tutte le nazioni sottomesse a Babilonia: “Così parla il Signore: In questo modo io spezzerò il giogo di Nabucodonosor, re di Babilonia, togliendolo dal collo di tutte le nazioni, entro lo spazio di due anni”.

Noi, fratelli e sorelle, abbiamo un gran vantaggio rispetto a chi oltre duemila anni fa ascoltava e vedeva Anania e Geremia. Noi sappiamo chi dei due è l’eroe del racconto… qual è il vero profeta.
Lo sappiamo perché abbiamo poi udito come, nella parte finale del racconto, il Signore prescriva a Geremia un nuovo atto profetico in risposta a quello di Anania: Geremia dovrà farsi un giogo di ferro, che l’altro non potrà spezzare. E non soltanto questo: il Signore annuncia a Geremia che quel giogo di ferro, simbolo del dominio del re di Babilonia, egli intende ora metterlo sul collo di tutte le nazioni. È la sua volontà. Ed è anche la definitiva squalifica di Anania come profeta: la prova che nonostante tutto il suo proclamare “Così parla il Signore!”, in realtà non è stato mandato dal Signore e ha solo illuso il popolo di Gerusalemme.
Illuminato dal suo Signore, adesso Geremia sa come stanno veramente le cose e può annunciarlo ad Anania, insieme alla punizione che lo colpirà: “Ascolta, Anania! Il Signore non ti ha mandato e tu hai spinto questo popolo a confidare nella menzogna. Perciò, così parla il Signore: Ecco, io ti caccio dalla faccia della terra; quest’anno morirai, perché hai parlato di ribellione contro il Signore”. E le cose andranno proprio così…

E però intanto, adesso e solo adesso, Geremia sa come stanno veramente le cose: il nostro vantaggio, a cui accennavo prima, sulle persone che udivano parlare i due profeti, è proprio solo nostro: Geremia non lo aveva, ma era esattamente nella stessa condizione degli altri.
Questo è fondamentale per capire di cosa si è trattato lì nel tempio. Avete forse notato come, dopo che Anania ha spezzato il suo giogo, il Signore gli rivolga nuovamente la parola, Geremia si sia ritirato in silenzio dalla scena: “Il profeta Geremia se ne andò”; così ci ha detto il testo, in una maniera che più concisa e incisiva non si può…
Se ne va, Geremia, perché in quel momento non ha più nulla da dire, non ha più contestazioni da muovere a Anania: non c’è niente infatti che gli permetta di invalidare le parole di quello che (come appare chiaro da quanto abbiamo letto) considera un suo fratello nel ministero. Per ora c’è soltanto parola contro parola, e convinzione contro convinzione. Solo il futuro chiarirà la questione.

* * *
Quando nelle nostre chiese noi “ministri della parola” – i pastori e le pastore, i predicatori e le predicatrici – proclamiamo il sermone, siamo tutti e tutte nella stessa condizione di Geremia lì nel tempio davanti ad Anania. Dobbiamo sempre chiederci: ma davvero annunciamo “la parola del Signore”, o non piuttosto le nostre parole? E come, in che maniera il Signore ci trasmette il suo messaggio?

Come dicevo prima, nella parte finale della pagina di oggi, è tutto molto chiaro: sappiamo che il Signore affida il suo messaggio a Geremia e che non l’ha affidato a Anania. Ma nella prima parte non è affatto così: rivediamo la scena nel tempio: i due profeti si presentano in maniera assolutamente parallela: tutti e due pretendono ugualmente di parlare e di agire per conto del Signore, e tutti e due appoggiano il loro annuncio nella storia e nella tradizione di Israele. Ed in più, chi ci dice che Anania non fosse sinceramente convinto di star parlando a nome di Dio? Tutto nel testo ce lo fa pensare, e quando poi alla fine Geremia gli dice che “il Signore non l’ha mandato e che ha spinto il popolo a confidare nella menzogna”, per lui per primo dev’essere stata una tremenda rivelazione!

Insomma Geremia 28 ci presenta una situazione complessa, ma anche la nostra realtà è complessa. Certo, noi confidiamo di essere sinceri quando ci incarichiamo della predicazione della parola di Dio ma, come abbiamo visto, con tutta probabilità anche Anania era altrettanto sincero quando annunciava l’intervento del Signore entro due anni…
E quante volte nelle nostre chiese cristiane di oggi, con la medesima sincerità, un predicatore annuncia una cosa e un altro un’altra! Pensiamo, rimanendo nell’ambito evangelico, a tante predicazioni nelle comunità cosiddette evangelicali e nelle nostre chiese protestanti storiche: sullo stesso argomento, e con la stesa convinzione di parlare nel nome del Signore, da una parte si dice “bianco” e dall’altra “nero” (e questo a volte capita anche nell’ambito delle sole nostre chiese!). Cosa pensare allora? Come posso sapere se la mia convinzione interiore è quella giusta… se la mia parola viene davvero da Dio?

Domande importanti, destinate a rimanere senza una risposta. Perché non c’è risposta, o almeno non c’è una risposta chiara, univoca, semplice.
E però forse c’è qualcosa che noi possiamo dire… e quel qualcosa è tutto in quella breve, concisa, incisiva frase che prima abbiamo ricordato: dopo essere stato aggredito da Anania che gli ha strappato il giogo e l’ha spezzato, “il profeta Geremia se ne andò”, senza dire una parola.
Abbiamo prima evidenziato le molte somiglianze fra Anania e Geremia, e però qui c’è una grande differenza: l’uno è pieno di sé, sicuro, quasi tracotante; l’altro ad un certo punto non reagisce, si ritira… lascia il campo a disposizione del rivale ed entra in una sorta di vuoto… il vuoto di chi non sa più bene nemmeno più chi è, perché se ha ragione Anania (e come abbiamo visto, Geremia non ha potuto non dire il suo “amen”, il suo “magari fosse così!” su quello che Anania ha detto) lui ha sbagliato tutto: durante tutta la sua lunga attività profetica era convinto di parlare nel nome del Signore ed invece non era così… Non gli resta davvero il vuoto pesante dell’angoscia. Ma in quel vuoto Geremia s’è affidato al suo Dio. Forse tutto è perduto, forse niente è sicuro di quello che era la sua sola sicurezza, ma gli resta nel cuore la fiducia che, accada quel che accada, è nelle mani di Dio. E questo riempie il vuoto. Non è più certo di avere camminato sulla strada giusta, ma ora è disposto anche ad accogliere un compimento della sua vicenda e di quella del suo popolo diverso da quello per cui s’era preparato… In ogni caso, in fondo al suo cammino – è la sua fede che è rimasta intatta – troverà sempre ad attenderlo Dio, che l’ha chiamato al suo servizio…
Ma appunto, qui si tratta di fede! Dobbiamo diffidare delle eccessive sicurezze, accettare di essere al servizio di qualcuno “le cui vie non sono le nostre vie e i cui pensieri non sono i nostri pensieri” (cfr Isaia 55,9), e perciò anche la possibilità di sbagliare e la disponibilità a correggerci e qualche volta anche ad essere corretti… e anche saperci ritirare in silenzio, come ha fatto Geremia, e nel silenzio invocare il Signore, il suo aiuto e il suo perdono… Forse questo è un criterio possibile per valutare se Dio ha a che fare o no col nostro predicare…

* * *
Un ultimo pensiero, un’altra attualizzazione per noi di questa pagina di Geremia 28.

Ritorniamo alla scena iniziale, quando, al di là delle loro differenze, i due profeti fanno la stessa cosa: rileggono la storia passata e quella presente, e si appoggiano a quella rilettura per parlare della storia a venire. Quello che differenzia Anania da Geremia è che il primo – se non mente volutamente – però si inganna sulla situazione politico-militare del suo tempo e prende i suoi desideri come realtà.
Nelle crisi continue che le nostre società e le nostre chiese attraversano, per predicare e agire in maniera appropriata conviene avere gli occhi bene aperti sulle situazioni che ci troviamo a vivere. L’inizio della lucidità infatti sta proprio nel comprendere ciò di cui stiamo parlando. Non è forse anche perché Geremia vede meglio di Anania in quale contesto politico e spirituale si trova Israele che la sua parola si rivelerà quella vera?

Il nostro testo parla di un parte importante del popolo di Dio che era costretta a vivere in esilio. Le nostre chiese storiche, e più in generale le realtà cristiane dell’Europa occidentale non sono forse in qualche modo anch’esse “in esilio”? Non dobbiamo forse come prima cosa riconoscere, anche se è duro farlo, che noi siamo in esilio, cioè siamo lontani dal tempo dell’“Europa cristiana” in cui le chiese giocavano un ruolo importante e prestigioso nella società (un ruolo forse pagato al prezzo troppo caro dell’ infedeltà all’anticonformismo del vangelo)? Non dobbiamo forse riconoscere che siamo anche lontani dal tempo in cui, per dir così, la fede “andava da sé”… lontani (siamo ormai vicini alla fine di ottobre) dall’epoca eroica dei nostri padri della Riforma, e ancora più lontani dagli inizi del cristianesimo, a cui – forse esagerando – noi guardiamo come alla nostra “età dell’oro”?
E però poi alla fine, a rifletterci bene, i testimoni della fede che ci hanno preceduto non sono mai stati maggioritari, e anzi in particolare le nostre chiese riformate sono sempre state chiese di minoranza… E ancora, ad un livello ben più alto, se la Chiesa lo è stata in certi tempi, l’Evangelo non è mai stato la guida del mondo, e invece, chi ha cercato di vivere secondo l’Evangelo è sempre stato esiliato da chi conta in questo mondo.

Allora vedete? Nel suo primo intervento Geremia ha ricordato ad Anania “i profeti che apparvero prima di me e prima di te”; noi nella nostra condizione di “esiliati” possiamo benissimo inserirci nella stessa linea dei nostri padri e delle nostre madri, anch’essi emarginati e messi all’angolo… E come hanno fatto loro, anche noi da quest’esilio riconosciuto e accettato, dobbiamo, senza alcuna iattanza né eccessive sicurezze ma col coraggio che il Signore ci dona, pronunciare parole e compiere atti che scrivano l’avvenire, fidando sempre nella presenza di Dio nel cuore dei labirinti e delle prove della storia.

Ruggero Marchetti

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