sito delle CHIESE EVANGELICHE ELVETICA, METODISTA e VALDESE di TRIESTE e DIASPORA
Per ulteriori informazioni chiama lo 040 632770

Ecclesiaste 5, 1-6. Testo biblico e predicazione tenuta in Scala dei Giganti il 2 novembre 2014, nel culto unificato della domenica della Riforma.

Ecclesiaste 5 , 1 – 7

Bada ai tuoi passi quando vai alla casa di Dio e avvicìnati per ascoltare, anziché per offrire il sacrificio degli stolti, i quali non sanno neppure che fanno male.

Non essere precipitoso nel parlare e il tuo cuore non si affretti a proferir parola davanti a Dio; perché Dio è in cielo e tu sei sulla terra; le tue parole siano dunque poche; poiché con le molte occupazioni vengono i sogni, e con le molte parole, i ragionamenti insensati.

Quando hai fatto un voto a Dio, non indugiare ad adempierlo; perché egli non si compiace degli stolti; adempi il voto che hai fatto. Meglio è per te non far voti, che farne e poi non adempierli. Non permettere alla tua bocca di renderti colpevole; non dire davanti al messaggero di Dio: «È stato uno sbaglio». Dio dovrebbe forse adirarsi per le tue parole e distruggere l’opera delle tue mani? Infatti, se vi sono vanità nei molti sogni, ve ne sono anche nelle molte parole; perciò temi Dio!
Cosa hanno in comune l’Ecclesiaste e Lutero?
A prima vista, sembra quasi niente. L’uno è un ebreo del terzo secolo avanti Cristo, l’altro un cristiano europeo del sedicesimo secolo; poi l’uno è un sapiente laico “che più laico non si può”, l’altro, prima un un monaco impegnato e zelante, poi addirittura un riformatore della chiesa; l’uno ha sulla vita e sulle cose uno sguardo distaccato, lucido, a metà tra cinico e scettico, l’altro è un temperamento appassionato, polemico, senza mezze misure, e vede e vive tutto alla luce di una fede divampante: ripercorrendo la sua vicenda umana, dirà una volta: “Io sono stato trascinato a fare tutto quello che ho fatto”… insomma, altro che distaccato, e altro che cinico!
Eppure qualche cosa in comune i due ce l’hanno: è il brivido che provano al cospetto di Dio!

La breve pagina del libro dell’Ecclesiaste che oggi abbiamo ascoltato cos’è infatti se non la manifestazione di un lungo forte brivido che corre nella schiena di questo antico saggio quando per una volta nel suo libro si sofferma a pensare e a parlare di Dio? Sì, Dio gli doveva fare quell’effetto, ed è per questo forse che non ama parlarne, ed infatti ne parla molto poco: non gli piaceva sentirsi fremere la schiena, e non solo la schiena, ma anche la mente e il cuore…
Quanto a Lutero, la Riforma che poi sarà chiamata “protestante” non è iniziata coi colpi di martello del pomeriggio del 31 ottobre 1517 sulla porta della cappella del castello di Wittenberg; è iniziata molto prima, quando il suo stesso protagonista non ci pensava neanche lontanamente. Nel maggio del 1507 il giovane monaco Martino ha celebrato la sua prima messa, e le cronache raccontano che, nel sollevare il calice per la consacrazione, la mano gli tremò e alcune gocce del vino che in quello stesso momento era diventato il sangue di Cristo, minacciarono di cadere sull’altare. In fondo, nulla di particolarmente grave: l’emozione fa di questi scherzi a un novellino… E invece no. Non era stata l’emozione a far tremare… potremmo dire: a far provare un brivido, al giovane Martino. Ecco ciò che egli stesso ci racconta: “Quando celebravo la messa e cominciavo il canone (la preghiera della consacrazione eucaristica), fui così spaventato che sarei fuggito, se non fossi stato ammonito dal priore. Poiché, quando lessi le parole: «Te dunque Padre clementissimo», io sentii che dovevo parlare a Dio senza mediatore. Allora volli fuggire come Giuda davanti al mondo. Poiché, chi può sopportare la maestà di Dio senza il mediatore Gesù Cristo?”.
Vedete allora? “Tu temi Dio!”… si potrebbe anche dire: “Fremi davanti a lui!”. Questa sorta di colpo di tuono con cui si chiude la pagina su Dio dell’Ecclesiaste non nasce forse dal medesimo spavento che ha provato Lutero quando si è scoperto solo e senza difese a dover parlare a quel Dio davanti al cui cenno tremano cielo e terra?

Ecco allora: la suprema maestà di Dio e il brivido che suscita, insieme di spavento ma anche, se analizzi un po’ più in profondità quello che provi, di una strana particolare gioia che fai fatica a esprimere, ma che avverti… perché intuisci che tu vieni da lì, da quel Dio che ti fa fremere… che sei nato per questo, per stare lì adorante innanzi a lui… La Riforma protestante nascerà da quel brivido di quel giovane monaco.
E noi capiamo che non è stata solo il tentativo di liberare i cristiani dalla tutela, dagli obblighi, dai pesi imposti loro da una chiesa prevaricante sulle coscienze, ma anche il tentativo – se possiamo dir così – di liberare Dio da quella stessa chiesa che pretendeva di averne il monopolio e lo faceva arrivare fino a te come “filtrato”… come “disinnescato” attraverso i suoi riti e le sue intermediazioni, la sua sacralità… e così poi alla fine nella tua esistenza di credente contava molto più lei, la chiesa, che non lui.
Sì, la Riforma nasce come l’esigenza che Dio sia veramente Dio, in tutta la sua abbagliante maestà; che si riveli in tutto il suo splendore e ti afferri e s’impossessi di te nella libera forza del suo Spirito, senza che nessuno osi tentare di ingabbiarlo, nessuno osi intromettersi fra lui e la coscienza e la vita dei credenti. Per questo le chiese evangeliche che da essa sono nate, sono in una maniera benedetta, molto meno importanti della Chiesa con la “C” maiuscola… sono semplicemente quei luoghi in cui i cristiani si riuniscono insieme nel nome del Signore e, fiduciosi nella sua promessa: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì io sono in mezzo a loro” (Matteo 18,20), confidano nella sua presenza amorevole e attiva.

* * *
Ma proviamo a penetrare in questa pagina, in questo “brivido divino” dell’Ecclesiaste. Vedremo che lì dentro le somiglianze fra i nostri due personaggi sono molte di più di quanto non potevamo all’inizio immaginare.

Partiamo dall’inizio: “Bada ai tuoi passi quando vai alla casa di Dio e avvicinati per ascoltare, anziché per offrire il sacrificio degli stolti, i quali non sanno neppure che fanno male.
Per conferirle una patente di “nobiltà sapienziale”, l’Ecclesiaste ha attribuito la sua opera al re Salomone, ma in realtà vive nel terzo secolo a. C., al tempo in cui in Palestina dominavano i discendenti dei generali di Alessandro Magno. E poiché vive con gli occhi bene aperti, si occupa e scrive (sono i versetti immediatamente precedenti ai nostri) anche della situazione politica, caratterizzata da frequenti lotte dinastiche e sostituzioni di un re con un altro.
Poi guarda alla situazione religiosa del suo popolo. E in Israele, dire “religione” è dire “tempio”. Ma dire “tempio” è anche dire “economia”. La ricostruzione del tempio ha infatti significato tutto un imponente indotto immobiliare, terriero e finanziario. Per donazioni fatte dai privati o dagli stessi sovrani ellenistici, il tempio infatti possedeva e ricavava redditi da molti latifondi; i tanti sacerdoti che curavano il culto nella “casa di Dio” (qualche storico parla di quasi cinquemila!) ricevevano la decima da parte di ogni singolo israelita; e poi c’era tutto il sistema dei sacrifici, col relativo commercio di bestiame che portava a quei sacerdoti altri vantaggi.
L’occhio dell’Ecclesiaste allora, si sofferma sul funzionamento del tempio e ne coglie in maniera incisiva tutti i limiti. La parola ebraica che qui usa per indicare l’atto del sacrificio, è molto precisa: indica il “sacrificio di immolazione”, cioè quel tipo di rito in cui l’animale offerto non veniva interamente bruciato sull’altare (in questo caso si sarebbe parlato di “olocausto”), e quel che ne restava spettava ai sacerdoti che avevano praticato il sacrificio. Insomma, per loro l’“immolazione” era anche un bell’affare! Ma a questo, le persone che offrivano l’animale, nemmeno ci pensavano… E così – è la “stoltezza” di cui l’Ecclesiaste qui parla – dopo aver già pagato ai sacerdoti la decima, li arricchivano ulteriormente dando loro grandi quantità di carne da consumare o vendere, e di fatto favorivano un sistema che di veramente religioso aveva poco, ridotto come era quasi solo a formalismi (perché il sacrificio fosse valido, l’animale andava ucciso così e così, e la sua carne andava tagliata in certi modi e non in altri) e a solidi guadagni materiali…

Ma l’attenzione del nostro autore non si sofferma solo sui grandi altari nel cortile del tempio. Con il suo sguardo acuto va oltre quel cortile fino all’interno dell’edificio sacro e, abituato com’è ad arrivare al cuore delle cose, penetra idealmente nel cuore stesso del tempio, nel “Santo dei santi”.
E cosa c’è, lì nel “Santo dei santi”? Dopo la sparizione dell’Arca e delle Tavole della Legge al tempo della distruzione del tempio di Salomone, nel “Santo dei santi” ora non c’è più nulla: solo uno spazio vuoto e basta! Ma è proprio quel vuoto impressionante che ti fa sentire tutta la poderosa presenza del Signore vivente di Israele.
Quando vai al tempio allora – è il pensiero dell’Ecclesiaste – ci puoi andare percorrendo il cammino obbligato, puramente formale, di chi assolve al suo obbligo sacrificale senza alcuna adesione profonda e senza la consapevolezza di portare il suo contributo al sistema stabilito; ma puoi anche andarci in una disposizione di ascolto, per cogliere in quello spazio vuoto della Casa dell’Altissimo la rivelazione della presenza divina, e vivere un’esperienza in qualche modo simile a quella che tanti secoli prima era stata vissuta dal profeta Elia sul monte Oreb. C’era stato prima “un vento impetuoso che schiantava i monti e spezzava le rocce, ma il Signore non era nel vento”; poi c’era stato “un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto”; poi ancora “un fuoco”, un fulmine, ”ma il Signore non era nel fuoco”. Infine, “il rumore del massimo silenzio”, e il Signore era lì, in quel grande silenzio, e di lì ha parlato al suo profeta, e gli ha dato il coraggio e le indicazioni per andare avanti (cfr 1 Re 19, 11 ss.).
Insomma, nel tempio di Gerusalemme – ci ricorda l’Ecclesiaste – Dio non è negli altari fumanti né nel muggito delle bestie sgozzate e nemmeno nella carne bruciata o in quella diventata proprietà dei sacerdoti. No, è presente nel vuoto e nel silenzio del “Santo dei santi”, che ti rendono attento, ti dispongono all’ascolto della sua parola e anche alla meditazione e alla preghiera…

Le nostre comunità riformate non si ritrovano forse anch’esse in spazi vuoti (quando le persone visitano i nostri luoghi di culto, sono ogni volta regolarmente colpite non da quello che c’è, ma da quello che non c’è!) destinati a far risuonare la parola del Signore? E pensando alla critica sottile ma pungente che l’Ecclesiaste fa all’indotto economico del tempio, a partire proprio dalla faccenda delle indulgenze al centro delle 95 Tesi (ricordate Tetzel, il grande venditore delle indulgenze papali di quel fatale 1517: “Quando la moneta nella cassa rimbalza, l’anima dal purgatorio fuori balza”?), la Riforma nascente non ha forse dall’inizio richiamato con gran forza alla povertà evangelica la chiesa del suo tempo, tutta dedita a escogitare sempre nuovi modi per rastrellare soldi? E anche oggi, se certo abbiamo tante cose che non vanno, non abbiamo santuari e cattedrali con annessi commerci milionari… nessuno può accusarci di arricchirci tosando il nostro gregge…

“Bada ai tuoi passi… e avvicinati per ascoltare”… Insomma, è sorprendente: l’Ecclesiaste ci fa dono dell’immagine delle nostre chiese protestanti, ci fa intravedere quello che dovremmo essere e che purtroppo non sempre siamo…

Ma torniamo direttamente al nostro testo. Portati idealmente dal nostro antico autore alla presenza “nuda” di Dio nel cuore del tempio, “a tu per tu” con lui nell’ascolto e nella preghiera, noi capiamo da soli (ma da quel bravo maestro che è, l’Ecclesiaste ce lo ricorda ugualmente) che lì, “davanti a Dio”, non dobbiamo “essere precipitosi nel parlare e il nostro cuore non deve affrettarsi a proferire parola davanti a lui”, perché, proprio lì, proprio al cospetto di Dio, ne assapori con un senso di sgomento l’infinita grandezza, e senti sulla pelle quanto egli sia di fatto lontanissimo da te: sì, “Dio è in cielo e tu sei sulla terra”. Con lui, niente litanie… nessuna ripetizione di formule imparate a memoria… nessuna pretesa di guadagnarti il suo favore moltiplicando parole su parole (ricordate Gesù nel Sermone sul monte? “Nel pregare, non usate molte parole come fanno i pagani, i quali pensano di essere esauditi per il gran numero delle loro parole”…): “le tue parole – è il sacrosanto consiglio e la sacrosanta ammonizione dell’Ecclesiaste – siano dunque poche”.
Poi spiega anche il perché di questa parsimonia di parole: “poiché – aggiunge – con le molte occupazioni vengono i sogni, e con le molte parole, i ragionamenti insensati”. C’è qui una grande intuizione psicologica… questo saggio ebreo sa veramente bene come noi esseri umani siamo fatti… Se tu stai lì ore e ore a macinar preghiere (e anche questo ci riporta a Lutero ed alla sua polemica contro quei monaci e quelle monache che nei loro conventi passavano l’intera giornata a mormorare orazioni su orazioni, spesso anche perché venivano pagati dal loro patrono per far questo per lui, che preso dai suoi affari non aveva il tempo di pregare per conto suo), da un lato sogni che Dio dovrà per forza ascoltare quel fiume di parole che stai facendo arrivare fino a lui e, o per apprezzamento o per sfinimento, alla fine esaudirà le tue richieste; dall’altro lato è anche vero che, forse prima di sfinire Dio, ti sfinirai da solo… sarai sommerso dal diluvio del tuo stesso ripetere preghiere, e non capirai più niente, o molto poco, di quel che vai dicendo: insomma, “parole, parole, parole”… senza un senso.
La vera preghiera è invece soprattutto ascolto… accoglienza riconoscente e meditativa delle parole di Dio… è scoperta ed è incontro col Signore… è soprattutto questo! Adesso sei davanti alla sorgente da cui tutto viene, da cui vieni anche te, e ti scopri quel che sei: un nulla e poco più davanti a lui, ma un “nulla” amato… desiderato… considerato… e ti accorgi con un grande stupore che le poche, povere parole smozzicate che riesci a sussurrare dal tuo cuore salgono sino a lui, al Dio dell’universo… che le ascolta e sorride benevolo…
E allora potremo dire con Lutero, che – se ha polemizzato contro tante lunghe preghiere recitate – però sulla vera preghiera ha scritto cose molte belle, e soprattutto ha ci ha lasciato tante semplici, brevi intense preghiere, che testimoniano del suo affidarsi al Signore: “Amen, ovvero: così sia. Fortifica sempre più la nostra fede affinché non dubitiamo mai delle cose ora dette in preghiera. E sula tua parola e sul tuo nome sarà bello aggiungere ancora un altro Amen”.

Ma allora, se la preghiera è questo rapporto con Dio che l’Ecclesiaste auspica, se è cioè l’esperienza dell’assoluta trascendenza e insieme della meravigliosa vicinanza di Dio, perché lui, Dio, ha voluto chinarsi su di noi e rendersi presente ed averci presenti agli occhi suoi… in un rapporto così non può esserci posto per scappatoie, scuse, furberie: lo renderebbero meschino… e nulla di meschino può mai neanche lontanamente sfiorare Dio…
Di questa meschineria ora parla l’Ecclesiaste, e chiaramente lo fa per escluderla: “Quando hai fatto un voto a Dio, non indugiare ad adempierlo, poiché egli non si compiace degli stolti: adempi il voto che hai fatto. Meglio è per te non far voti, che farne e poi non adempierli”. Già soltanto pensare di poter fare una promessa a Dio, in fondo è un po’ un assurdo. Ma se l’hai fatta, una promessa è sempre una promessa, e figuriamoci se l’hai fatta a Dio! Se non sei assolutamente sicuro di poterla mantenere, meglio per te non promettere affatto! Dio può forse sopportare chi, con sincerità, gli fa delle promesse, anche se sono il segno di una fede immatura, ma non sopporta chi gliele fa a vuoto: “distruggerà l’opera delle sue mani”.
E tanto meno – è questo l’aspetto specifico della situazione religiosa del suo tempo che l’Ecclesiaste tocca in queste ultime righe – puoi pensare di farla franca ricorrendo al sotterfugio di andare dal sacerdote incaricato di verificare se hai assolto oppure no alla tua promessa (è lui il “messaggero di Dio” di cui parla il nostro testo), e portargli un capretto e dire: “È stato uno sbaglio. Ho commesso una leggerezza, impegnandomi davanti a Dio per una cosa che non potevo fare. Ecco qui la mia offerta in espiazione, e così è tutto a posto!”.
No, non è niente a posto! Con Dio nulla è “leggero” (e qui torniamo all’esperienza della Maestà divina che ha dato il via alla Riforma): tutto è pesante e grave… terribilmente serio! E se anche il sacerdote ti assicura che Dio è passato sopra al tuo mancato voto e puoi tornare a casa con la coscienza a posto, chi ti dice che Dio dia retta al sacerdote? Il discorso che “Dio è in cielo e tu sei sulla terra” vale anche per lui… E Dio magari punirà tutti e due per la vostra comune “leggerezza”. Allora, veramente, “quando hai fatto un voto a Dio, non indugiare ad adempierlo”, o forse, e anzi senz’altro, “meglio è per te non farne”, altrimenti Dio potrebbe “adirarsi per le tue parole e distruggere l’opera delle tue mani”…
Con Dio, allora, niente parole a vuoto, niente sogni… niente vaneggiamenti senza senso e tanto meno niente facili scuse… per citare ancora Gesù e ancora il suo Sermone sul monte: “Il vostro parlare sia Sì si, No no; poiché il di più viene dal Maligno” (Matteo 5,37)… Insomma: sobrietà!

La nostra famosa sobrietà protestante. Da noi infatti, niente preghiere recitate o troppo lunghe, niente voti, niente promesse e niente giuramenti… Va tutto bene, purché questa nostra famosa sobrietà non diventi… non sia già diventata aridità e deserto. Perché va bene “niente preghiere troppo lunghe”, ma se la cosa diventa (e a volte l’impressione è che sia così) “niente preghiere” e basta… allora non va più bene! E se “niente promesse e niente giuramenti” diventa “niente impegni” da prendere davanti al Signore, e significa invece essere convinti di credere, e poi di fatto vivere esattamente come tutti gli altri che non credono, senza rinunciare a niente, senza proibirsi niente, senza saper distinguere fra bene e male, perché la morale è qualcosa di oramai sorpassato, e va tutto sempre bene… la cosa non funziona.
Per mettere ancora insieme l’Ecclesiaste e la Riforma, se quest’ultima ci ha liberati da una chiesa fatta di formalismi e ritualità, in cui il sacro diventava con troppa facilità un affare economico… lo ha fatto per farci entrare nel “Santi dei santi”, e lì tremare e gioire davanti a Dio, lì imparare che quel Dio così assolutamente lontano e così tanto vicino, non può non essere il Signore di tutta la nostra vita e del mondo intero. E comportarci di conseguenza.

* * *
Sapendo anche però che tra queste conseguenze c’è la gioia. Perché… “silenzio, ascolto, preghiera, sobrietà, serietà”… tutto questo va molto bene… fa molto protestante, quando c’è… ma senza mai dimenticare che il nostro primo e più autentico nome è “evangelici”! Persone che hanno ricevuto e debbono donare a loro volta la gioia dell’annuncio dell’amore folle di Dio per gli esseri umani!
E anche in questo l’Ecclesiaste è sorprendente: come nella sua opera fa spesso, dopo aver evidenziato col suo realismo sovente spietato, i limiti, le fragilità, le mille assurdità dell’esistenza umana… dopo aver detto e ripetuto a oltranza che “tutto è vanità e un correre dietro al vento”, ci dice anche che non possiamo privarci delle piccole grandi gioie della vita: noi ne abbiamo bisogno per poter andare avanti e Dio ce ne fa dono, Dio lo vuole…
Così, dopo avere parlato in modo molto serio della situazione politico-sociale-religioso-economica del suo tempo, qualche versetto dopo il nostro testo butta lì questa frase: “Ecco quello che ho visto: buona e bella cosa è per l’uomo mangiare, bere, godere del benessere in mezzo a tutta la fatica che egli sostiene sotto il sole, tutti i giorni che Dio gli ha dati; poiché questa è la sua parte: E ancora, se Dio ha dato a un uomo ricchezze e tesori e gli ha dato potere di goderne, di prenderne la sua parte e di gioire della sua fatica, anche questo è un dono di Dio… Dio gli concede gioia nel cuore” (Eccl. 5, 18-20).

Ecco: “Buona e bella cosa è per l’uomo mangiare e bere”. Abbiamo iniziato col paragone fra l’Ecclesiaste e Lutero, finiamo nel medesimo modo.
Nella vita, molto ben conosciuta del nostro Riformatore, c’è un particolare che non si ricorda mai, ma che invece è importante: quando ha scoperto la grandezza sconvolgente della grazia di Dio, ha iniziato a ingrassare.
Subito dopo le ”95 Tesi” quando già a Roma stavano cercando di catturarlo e processarlo come eretico, e correva davvero pericolo di vita, Lutero si allontanò da Wittenberg per un incontro del suo Ordine. Quando, dopo non molti giorni, tornò a casa, i suoi allievi notarono ridendo che il viaggio gli aveva fatto bene perché era tornato “più tondo”. Non il viaggio gli aveva fatto bene, ma la scoperta della grazia di Dio, ben più importante di tutte le altre cose, compresa la rabbia di Roma e il pericolo del rogo…
Ed è andato avanti così, ingrassando perché felice, nonostante tutto. Se leggete i “Discorsi a tavola”, le sue parole raccolte dai suoi allievi che pranzavano con lui, vi troverete davanti ad un uomo pienamente realizzato. Un uomo vero, non un asceta, né un genio solitario e tormentato, ma un marito, un padre, un professore, pieno di arguzia e di mille attenzioni, un uomo di amicizie, affetti e compagnia. Col cuore colmo della gioia di Cristo e che, proprio per questo sapeva gustare le gioie della vita, come la musica, il canto, la buona tavola.

Tempo fa, lo scrittore “ultracattolico” Vittorio Messori, dopo aver definito in un suo articolo Giovanni Calvino un pazzo criminale, liquidò Lutero come un “monaco spretato che pensava solo a bere birra e a mangiare salsicce”. Forse, non s’è ricordato che, ben prima di quel “monaco spretato”, anche di un altro si diceva con disprezzo che era “un mangione e un beone”. E così ha fatto a Lutero un involontario, grande complimento…
Ma sì, “birra e salsicce”! La Riforma, la scoperta della gioia di Dio, è fatta anche di questo, dell’insegnamento dell’Ecclesiaste che “Buona e bella cosa è per l’uomo mangiare e bere”, messo in pratica da Lutero!
In una delle ultime lettere scritta dieci giorni prima di morire alla moglie giustamente preoccupata per la sua salute, Lutero le parla della liberazione che Dio ha portato nella sua vita attraverso Cristo: “Ho” – le dice – ”un migliore protettore di te e di tutti gli angeli”. Poi, si preoccupa di darle un’importante comunicazione: “Qui viviamo splendidamente, il vino locale è buono e la birra è ottima”. La coscienza non ha più bisogno di distinguere fra cielo e terra, realtà spirituali e materiali: tutto è dono di Dio! Così più concludere il suo scritto, dicendo: “Perciò sta in pace. Amen”.
Lutero stesso è in pace, nonostante la scomunica, il bando, le mille e mille lotte – con il boccale di birra alzato. Oggi, a pranzo, bevete un buon bicchiere, e brindate anche voi al Dio che ci dà gioia, in terra e in cielo.

Ruggero Marchetti

I commenti sono stati disabilitati.

Chiesa Elvetica e Valdese

Piazza S. Silvestro 1
34121 Trieste
tel. e fax 040632770
chiesaelveticavaldese@gmail.com

Chiesa Metodista

Scala dei Giganti 1
34122 Trieste
tel. e fax 040 630892
chiesametodistatrieste@virgilio.it

Past. Ruggero Marchetti

Via G. Brunner 8
34125 Trieste
tel. 040 3480366
uff. 040 2415915
rmarchetti@chiesavaldese.org