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Genesi 2,4b-25 Testo biblico e testo della predicazione tenuta in San Silvestro – Cristo Salvatore domenica 7 dicembre 2014, nel culto unificato della seconda domenica d’Avvento

Genesi 2 , 4 b – 25

Nel giorno che Dio il Signore fece la terra e i cieli, non c’era ancora sulla terra alcun arbusto della campagna. Nessuna erba della campagna era ancora spuntata, perché Dio il Signore non aveva fatto piovere sulla terra, e non c’era alcun uomo per coltivare il suolo; ma un vapore saliva dalla terra e bagnava tutta la superficie del suolo.
Dio il Signore formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’uomo divenne un’anima vivente.
Dio il Signore piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi pose l’uomo che aveva formato. Dio il Signore fece spuntare dal suolo ogni sorta d’alberi piacevoli a vedersi e buoni per nutrirsi, tra i quali l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male.
Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, e di là si divideva in quattro bracci. Il nome del primo è Pison, ed è quello che circonda tutto il paese di Avila, dove c’è l’oro; e l’oro di quel paese è puro; qui si trovano pure il bdellio e l’ònice. Il nome del secondo fiume è Ghion, ed è quello che circonda tutto il paese di Cus. Il nome del terzo fiume è Chiddechel, ed è quello che scorre a Oriente dell’Assiria. Il quarto fiume è l’Eufrate.
Dio il Signore prese dunque l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo lavorasse e lo custodisse.
Dio il Signore ordinò all’uomo: «Mangia pure da ogni albero del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai».
Poi Dio il Signore disse: «Non è bene che l’uomo sia solo; io gli farò un aiuto che sia adatto a lui». Dio il Signore, avendo formato dalla terra tutti gli animali dei campi e tutti gli uccelli del cielo, li condusse all’uomo per vedere come li avrebbe chiamati, e perché ogni essere vivente portasse il nome che l’uomo gli avrebbe dato. L’uomo diede dei nomi a tutto il bestiame, agli uccelli del cielo e ad ogni animale dei campi; ma per l’uomo non si trovò un aiuto che fosse adatto a lui.
Allora Dio il Signore fece cadere un profondo sonno sull’uomo, che si addormentò; prese una delle costole di lui, e richiuse la carne al posto d’essa.
Dio il Signore, con la costola che aveva tolta all’uomo, formò una donna e la condusse all’uomo. L’uomo disse: «Questa, finalmente, è ossa delle mie ossa e carne della mia carne. Ella sarà chiamata donna perché è stata tratta dall’uomo». Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne.
L’uomo e sua moglie erano entrambi nudi e non ne avevano vergogna.

 

 

 

 

 

 

 

 

“Nel giorno che Dio il Signore fece la terra e i cieli, non c’era ancora sulla terra alcun arbusto della campagna. Nessuna erba della campagna era ancora spuntata, perché Dio il Signore non aveva fatto piovere sulla terra … ma un vapore saliva dalla terra e bagnava tutta la superficie del suolo”.
Ecco come questo secondo racconto della creazione, peraltro più antico del racconto di Genesi 1, ci presenta il mondo appena uscito dalle mani di Dio. E certo dobbiamo dire che non è un granché: una steppa arida e nebbiosa, senza erba, senza un albero… C’è un vero e proprio abisso fra questa scena stinta e lo spettacolare multicolore affresco della prima pagina della Bibbia.
Come mai questo? Perché qui Dio non ha saputo fare di meglio? No… io direi perché qui l’assenza dell’uomo, il fatto che ancora non ci sia, è molto più grave che non in Genesi 1, e anzi è determinante.
Forse potremmo dire in questo modo: se l’uomo non c’è a Dio non interessa fare un mondo bello e luminoso… perché che senso avrebbe la bellezza se non c’è chi sappia coglierla e apprezzarla? se non c’è chi la sappia contemplare e la sappia cantare? A che scopo il sorriso dell’alba, lo splendore dei fiori, la tenerezza di un tramonto, se non c’è un poeta che li trasformi in versi, o un pittore che li fissi sulla tela?…

Sì, qui le cose sono come sono, perché a Dio manca l’uomo, e manca al mondo.
Ma ecco che Dio si ricorda che è Dio, e che può realizzare ogni suo desiderio. Ed allora crea per sé ciò che desidera. Come abbiamo ascoltato, prende un po’ di manciate di “polvere dalla terra”, le plasma, le accarezza a farne un corpo, e poi pratica su quel corpo d’argilla un “bocca a bocca”: gli soffia dentro “un alito di vita”, e il corpo prende vita, è il primo essere umano.
Sì, ora nel mondo c’è questa novità: un “essere vivente” tratto dalla terra, che è il punto d’incontro fra la terra inanimata ed “il soffio di Dio”, e che resta legato alla terra in un duplice modo: la terra è la sua origine ed è anche il suo scopo, il senso del suo esistere (l’abbiamo udito infatti: l’uomo la deve “lavorare e custodire”). E proprio questo duplice legame con la terra (viene da lei e per lei è stato fatto) se lo porta nel nome: terra in ebraico si dice adamah, e l’uomo allora è Adam…

Ma quale terra Adam deve ora “lavorare e custodire”? Qui c’è la sorpresa! Dio è talmente contento di avere fatto l’uomo che si rimette all’opera, e questa volta opera “da Dio”: “Dio il Signore piantò un giardino in Eden, a oriente … fece spuntare dal suolo ogni sorta d’alberi piacevoli a vedersi e buoni per nutrirsi”.
Crea un vero “paradiso terrestre”, fatto non solo di alberi bellissimi, ma anche ricco d’acqua corrente: un “fiume” vero e proprio “che esce da Eden ed irriga il giardino”, la cui portata è talmente abbondante che presto si fa in quattro: i quattro grandi fiumi che percorrono il mondo come una grande benedizione, e apportano la vita, lo rendono fertile e fruttuoso!
Tutto questo è per l’uomo, e Dio glielo regala: “Prese dunque Adam e lo pose nel giardino di Eden”.
E non solo gli regala il giardino con le sue meraviglie e la sua abbondanza d’acqua. Come dicevo prima, gli dona anche lo scopo per cui esistere: “lo pose nel giardino di Eden, perché lo lavorasse e lo custodisse”. Noi siamo qui le mille miglia lontani dall’esistenza facile e idilliaca, ma alla fine anche oziosa e senza senso delle visioni dell’“età dell’oro” delle altre culture dell’antichità…

Allora ecco: il giardino per l’uomo e l’uomo per il giardino. Potremmo forse anche dire in questo modo: Mentre in Genesi 1 l’uomo viene messo come la chiave di volta che dà senso a tutto alla sommità della piramide del cosmo, qui è il centro di un cerchio molto più piccolo ma per questo anche molto più suo: il cerchio chiuso e protetto del giardino che Dio ha fatto per lui come lo spazio pieno di risorse, ricco – come abbiamo letto – “di ogni sorta d’alberi piacevoli a vedersi e buoni per nutrirsi”, in cui può realizzarsi e vivere felice. Al lavoro, allora!

Ma in quel giardino ci sono due alberi speciali: “l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male”. Cosa sono e che cosa rappresentano, questi alberi? Perché Dio li ha creati, e perché li ha piantati proprio “in mezzo al giardino”? E soprattutto, perché Dio dà all’uomo quel comando che sa tanto di minaccia e che guasta da subito l’idillio della scena che stiamo contemplando: “Mangia pure da ogni albero del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai”?…
Contrariamente a quello che siamo soliti pensare ogni volta che rileggiamo queste parole, anch’esse sono un dono che Dio fa a quella sua creatura tanto voluta e infine messa al mondo. Regala all’uomo la piena umanità. Sono infatti la primizia di una legge, la nascita di un’etica, la condizione che Dio crea perché l’uomo possa coniugare in sé la libertà e la responsabilità. È infatti libero di lavorare il giardino e è libero di consumare ciò che vuole, di gustare dei frutti dei tanti, diversi alberi che Dio ha piantato lì per lui, salvo di uno, quello che Dio gli ha proibito. Ma è proprio quella proibizione che lo rende responsabile davanti a Dio e davanti a se stesso. C’è un limite che l’uomo non deve superare: non può mangiare dell’“albero della conoscenza del bene e del male”.
A meno che non si consideri un dio.
Noi sappiamo cosa significa “albero della conoscenza del bene e del male”. Sappiamo che in ebraico la parola “conoscenza” ha una portata che va molto al di là del suo corrispettivo in italiano: io “conosco” qualcosa o qualcuno quando ne faccio direttamente l’esperienza, lo possiedo e lo faccio mio, esercito un potere su di esso… E sappiamo anche che, quando nella Scrittura noi troviamo l’uno accanto all’altro dei termini che come qui “il bene” e “il male” esprimono i due estremi di una realtà, in questo caso la qualità morale delle nostre decisioni e delle nostre azioni, il loro accostamento indica che qui si sta parlando di tutto ciò che è compreso fra ciò che in assoluto è “bene” e, al contrario, ciò che in assoluto è “male”. Insomma tutta la possibile gamma delle decisioni morali che noi possiamo prendere e delle azioni che possiamo fare. “L’albero della conoscenza del bene e del male” è allora il simbolo fatto di tronco, rami, fogli e frutti, della totale autonomia morale. Chi ne mangia può decidere lui ciò che per lui è bene e ciò che è male. Ma chi, se non davvero solo un dio, può stabilire questo?
Qui allora Dio ha semplicemente detto all’uomo che deve sempre avere coscienza di chi è: è la più grande, la più preziosa, la più amabile e amata delle creature… è la creatura che Dio stesso, ha sognato ed ha desiderato e ha messo al mondo. Ma resta una creatura. E proprio come il giardino nel quale Dio l’ha posto è ben delimitato, ha un confine in cui finisce e comincia la steppa, così anche Adam possiede il proprio limite, e è bene che lo sappia, perché proprio quel limite è (come abbiamo detto) la sua responsabilità di fronte al suo creatore.

Ma vi rendete conto di cosa qui c’è in ballo? Bonhoeffer ha detto una volta che “il limite dell’uomo è il centro della sua esistenza”. Ed è proprio così.
Perché l’esistenza dell’essere umano sulla terra è stata forse sempre caratterizzata dalla tendenza a spingersi al di là, a varcare quel limite?… Siamo esseri protesi… sempre tesi verso un oltre che ci aspetta… È la nostra grandezza, e è la nostra condanna. Ed in particolare, da che l’essere umano sente di avere che fare col suo Dio, c’è sempre stata e sempre ci sarà al cuore del suo cuore, la grande domanda su dove si situa il limite fra Dio e lui.
Il grande autore di questa antica pagina ne era pienamente consapevole. Ecco perché ha piantato “l’albero della conoscenza del bene e del male” proprio “in mezzo al giardino”, e non alla sua periferia, perché questa questione dell’autonomia etica è al centro della nostra esistenza… è sempre lì ogni singola epoca, potremmo dire: ogni singolo giorno…
E ogni singolo giorno è una “questione di vita o di morte” nel senso letterale: quel “nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai” sulle labbra di Dio, che noi viviamo come un’oscura minaccia, significa invece che se l’uomo stenderà la sua mano verso l’albero che gli è stato proibendo e rivendicherà per sé d’essere la sola vera misura delle cose, fra le realtà che costituiscono la vita (ed ecco perché accanto all’“albero della conoscenza del bene e del male” c’è l’altro “albero” “speciale” “della vita”) non può non esserci la realtà che di ogni vita che non sia quella di Dio è lo sbocco inevitabile: la realtà della morte… E così l’uomo che aspira a un’autonomia divina conoscerà la necessità oscura ed enigmatica della sua stessa morte… vivrà ogni singolo giorno consapevole che quel giorno lo avvicina alla sua morte, e ogni singolo giorno ripeterà a se stesso le parole della sua punizione: “Mangerai il pane con il sudore del tuo volto, finché tu non ritorni nella terra da cui fosti tratto, perché sei polvere e in polvere ritornerai” (Genesi 3,19).

Ma quanto qui viene detto circa il “limite” che è costitutivo dell’essere umano, non riguarda soltanto il suo rapporto con la divinità, ma anche con la terra da cui è tratto, il rapporto con il mondo.
Il nostro testo di oggi lo possiamo anche leggere come una messa in guardia profetica di fronte alle conseguenze del progresso. Una parola antica ma sorprendentemente attuale, che ci ammonisce che un progresso che va troppo lontano e troppo in fretta, è un bel problema! Pensiamo alle nuove drammatiche problematiche della genetica che minaccia sempre di diventare eugenetica per cui forse un domani metteremo al mondo soltanto bambini e bambine che siano perfettamente sani, e magari belli, alti, biondi “a seconda di come li “ordiniamo”. Pensiamo ai temi del fine vita, ai macchinari che ci tengono in vita… se quella si può chiamare ancora vita… quando già dovremmo essere morti… E pensiamo a tanti altri ambiti della nostra umanità: l’economia, la finanza, gli apparati militari, ecc… È giusto fare tutto quello che la scienza ci permette di fare? C’è, e dov’è il nostro limite?
Le parole di Dio a Adam ci dicono che c’è, e non va oltrepassato, se non vogliamo incappare in grossi guai. Ma la straordinarietà di questo testo sta nel fatto che, pur parlando chiaramente del limite che c’è, non ci dice dove è, non lo precisa. Perché il limite cambia a ogni generazione, in ogni situazione. Spetta all’essere umano, libero e responsabile, rendersi conto quando sta per correre il rischio di prendere il posto di Dio, di toccare l’intoccabile, di “banalizzare” quello che in qualche modo deve essere considerato come sacro.

* * *
Ma torniamo a Genesi 2, e contempliamo Adam che si aggira tutto solo nel “giardino dell’Eden”.
Anche Dio lo contempla, e si accorge che quella solitudine non va. Lui che ha plasmato l’uomo e gli ha dato la vita per avere un partner da amare… ora si rende conto che anche l’uomo ha bisogno della sua alterità… di un viso in cui smarrirsi, di occhi in cui specchiarsi. E decide di intervenire ancora, e di colmare il vuoto di quella solitudine: “Io gli farò un aiuto che sia adatto a lui”. Già in altre occasioni abbiamo detto che il testo originale è molto più pregnante ed è molto più bello: “Io gli farò un aiuto che sia il suo vis-à-vis, il suo faccia a faccia”.
“Dio il Signore, avendo formato dalla terra tutti gli animali dei campi e tutti gli uccelli del cielo, li condusse all’uomo…”. Certo, quegli “animali” e quegli “uccelli” hanno molto in comune con l’uomo: come lui sono “formati dalla terra” e come lui respirano, e è rivolgendosi a loro, donando un nome a ciascuno di loro, che l’uomo pronuncia le sue prime parole… ed è una cosa grande…
Ma manca qualche cosa, e anzi l’essenziale: fra l’uomo e gli animali manca il “vis-à-vis”. A un animale tu puoi “dare il nome” (e per la Bibbia “dare il nome” a qualcuno è un segno di dominio), ma proprio perché è un rapporto di dominio, non è un vero rapporto: manca il guardarsi negli occhi, non c’è pari dignità… Insomma, la cosa non funziona pienamente.

E Dio creò “la donna”. A prima vista, anche qui, l’impressione non è proprio travolgente. A differenza del primo racconto di creazione: “Dio creò l’uomo a sua immagine, lo creò a immagine di Dio, maschio e femmina li creò” (Genesi 1,27) qui la donna arriva molto… troppo dopo, addirittura arriva come secondo tentativo dopo quello che non è andato sufficientemente bene degli animali… e è facile pensare che per l’autore biblico sia chiaramente inferiore all’uomo.
Ma, a guardar bene, non è così. La fragilità che qui è messa in evidenza non è quella della donna, ma quella dell’uomo: “Non è bene che uomo sia solo”.
L’uomo, il maschio, da solo non funziona, non si basta! “La donna” viene a lui come un dono divino, come il rimedio di una solitudine che è crisi e smarrimento. E se, a differenza di Adam e degli animali, non è “formata dalla terra”, ma è tratta direttamente dall’uomo, non è perché dell’uomo è solo un’appendice, ma perché in questo modo è per lui l’aiuto giusto: è simile e è diversa (con un gioco di parole che in italiano è impossibile da rendere, l’uomo è ish, e lei è isha). È il giusto “vis-à-vis” finalmente trovato.

E infatti, col suo arrivo, tutto cambia. La parola ebraica ish che abbiamo detto adesso, significa “uomo”, maschio”, ma rassomiglia molto, e anzi si scrive come un’altra parola ebraica, la parola esh, che significa “fuoco”. Ed effettivamente, al vedere la donna che Dio gli “conduce”, è come se l’uomo prenda fuoco: “Questa, finalmente, è ossa delle mie ossa e carne della mia carne!”. Sì, “la donna” è la scintilla che dà fuoco alla vita dell’uomo… un fuoco divorante, il fuoco della passione e dell’amore, il fuoco della vita che lo cambia totalmente.
All’inizio del nostro passo d’oggi abbiamo visto che l’uomo veniva dalla terra e trovava il suo senso nella terra. Adesso non è più così. La matrice, il grembo che genera e dà nascita all’uomo passa dalla terra alla donna; ora è lei la nuova fonte della fecondità… “Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne”. Abbandonando suo padre e sua madre, Adam, adesso anche ish/esh, va incontro al suo futuro, incontro alle generazioni che verranno. Viene dalla terra, va alla donna.

* * *
“Rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina”.
È l’annuncio dell’Avvento che ha aperto il nostro culto. Non ha forse una bella consonanza con quanto abbiamo appena raccontato?
Pensiamoci un momento: Adam è triste per la sua solitudine, e lo è ancora di più perché il tentativo di trovare negli animali la compagnia che gli sia adatta è, almeno in parte, fallito. Ma ecco che Dio gli conduce “la donna”. Adam la vede e “rialza il capo”, e con il cuore che gli batte forte, grida il suo “Finalmente!”.
Dopo averci sognati, voluti e messi al mondo, dopo averci regalato questa terra come il “giardino” da “lavorare” e da “custodire”, dopo averci chiamati alla libertà e alla responsabilità, ed averci donato gli animali e l’altra e l’altro con cui potere essere “una stessa carne”, “Dio il Signore” ci ha voluto fare un altro meraviglioso dono che supera di gran lunga tutti gli altri: in Gesù, che ha assunto la nostra umanità, s’è fatto per noi “volto”, per essere il grande “vis-à-vis” di ogni uomo e ogni donna.

“Rialziamoci” allora, “leviamo il capo”, sentiamo il nostro cuore farsi ardente per la gioia: “la vostra liberazione si avvicina”!
Gesù viene e ci libera una volta per tutte dalle nostre solitudini, dalle nostre paure, e dai nostri deliri di autonomia e onnipotenza. Lui, che è il Figlio benedetto di Dio e che, insieme, “non si vergogna di chiamarci suoi fratelli e sorelle” (cfr Ebrei 2,11), e anzi ne è felice, perché ci vuole bene. E quando ci vedrà andargli incontro con gli occhi luminosi e a braccia aperte, sarà lui a gridare: “Finalmente!”: “Finalmente sei qui, finalmente sei mio e io sono tuo”. E ci farà partecipi della sua comunione d’amore con il Padre: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola; e il Padre mio l’amerà, e noi verremo a lui e dimoreremo presso di lui”. Il Padre e il Figlio che ci amano e che vengono a noi… vengono a dimorare presso di noi…
L’Avvento è tutto questo, niente meno di questo.
Ruggero Marchetti

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