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Un pensiero dalla predicazione su Genesi 2, 4b-25, tenuta in San Silvestro – Cristo Salvatore domenica 7 dicembre 2014, nel culto unificato della seconda domenica d’Avvento

QUI trovate il testo completo della predicazione e QUI l’elenco dei Sermoni

“Mangia pure da ogni albero del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai”?…
Contrariamente a quello che pensiamo ogni volta che leggiamo queste parole, anch’esse sono un dono che Dio fa a quella sua creatura tanto voluta e infine messa al mondo. Gli regala una piena umanità. È questa infatti la primizia di una legge, la nascita di un’etica. È la condizione che Dio crea perché l’uomo possa coniugare in sé la libertà e la responsabilità.
È infatti libero di lavorare il giardino, e è libero di consumare ciò che vuole, di gustare dei frutti di tutti gli alberi che Dio ha piantato lì per lui, salvo di uno, quello che gli ha proibito, ma è proprio quella proibizione che lo rende responsabile davanti a Dio e davanti a se stesso. C’è un limite che non può superare: non può mangiare dell’“albero della conoscenza del bene e del male”.
A meno che non si consideri un dio. Noi sappiamo cosa significa “albero della conoscenza del bene e del male”. Sappiamo che in ebraico “conoscenza” ha una portata che va molto al di là del suo corrispondente in italiano: io “conosco” qualcosa o qualcuno quando ne faccio direttamente l’esperienza, lo possiedo ed esercito un potere su di esso…
E sappiamo anche che quando nella Scrittura noi troviamo l’uno accanto all’altro dei termini che, come qui “il bene” e “il male”, esprimono i due estremi di una realtà, in questo caso la qualità morale delle nostre decisioni e delle nostre azioni, il loro accostamento indica che si sta parlando di tutto ciò che è compreso fra ciò che in assoluto è “bene” e ciò che è “male”; insomma di tutta la possibile gamma delle decisioni che noi possiamo prendere. “L’albero della conoscenza del bene e del male” è allora il simbolo fatto di tronco, rami, fogli e frutti, della totale autonomia morale. Chi ne mangia può decidere lui quello che per lui è bene e quel che è male. Ma chi, se non davvero solo Dio, può stabilirlo?
Qui allora Dio ha semplicemente detto all’uomo che deve sempre avere coscienza di chi è: è la più grande, la più preziosa, la più amata delle creature… è quella che Dio stesso, ha sognato ed ha desiderato e ha messo al mondo. Ma resta una creatura. E proprio come il giardino nel quale Dio l’ha posto è ben delimitato, ha un punto in cui finisce e comincia la steppa, così anche Adam possiede il proprio limite, e è bene che lo sappia, perché proprio quel limite è (come abbiamo detto) la sua responsabilità di fronte al suo creatore.

Ma vi rendete conto di cosa qui c’è in ballo? Bonhoeffer ha detto una volta che “il limite dell’uomo è il centro della sua esistenza”. Ed è proprio così. Perché pur sapendo benissimo di avere il nostro limite, l’esistenza dell’essere umano sulla terra non è stata forse sempre caratterizzata dalla tendenza a spingersi al di là, a varcare quel limite?… Siamo esseri protesi… sempre tesi verso un oltre che ci aspetta… È la nostra grandezza, e è la nostra condanna.
Ed in particolare, da che l’essere umano sente di avere che fare col suo Dio, c’è sempre stata e ci sarà sempre al cuore del suo cuore, al centro del suo essere, la grande domanda su dove si situa il limite fra Dio e lui.

R. M.

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