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Galati 4, 4-5. Testo biblico e predicazione tenuta giovedì 25 dicembre 2014 in San Silvestro-Cristo Salvatore nel culto di Natale

Galati 4 , 4 – 5

Quando giunse la pienezza del tempo,
Dio mandò suo Figlio,
nato da donna, nato sotto la legge,
per riscattare quelli che erano sotto la legge,
affinché noi ricevessimo l’adozione a figli.
“Quando giunse la pienezza del tempo…”. Chi di noi non sogna che per lui venga il tempo della pienezza della vita, il tempo della piena realizzazione, in cui possa guardare con serena soddisfazione a se stesso e ai suoi cari e dire: “Ecco, ora le cose sono a posto, ed io sto bene”? E chi di noi non vuole che questa pienezza giunga presto? Sì, facciamo sempre tanta fatica ad pazientare finché non sia arrivata per noi“la pienezza del tempo”… finché ogni cosa finalmente si compia, così come vogliamo, così come sogniamo… e questo nella nostra esistenza personale e nella storia umana che si compone sotto i nostri occhi. E poiché quando le cose non funzionano, Dio è il nostro parafulmine, quante volte ci è venuto da dire o abbiamo udito parole come queste: “Ma Dio che cosa fa?”, “Cosa mai aspetta per intervenire, prima che sia troppo tardi?”…
È che noi siamo tutti prigionieri del presente, un presente da cui i nostri ricordi non riescono a sottrarci e tanto meno le nostre previsioni… Noi siamo sprofondati tutti interi nell’attimo che passa, con il quale sentiamo di passare anche noi e questo fa paura, è quasi panico… Un poeta dell’Ottocento diceva che “la morte sta nascosta nel tic tac dell’orologio”, oggi diremmo nel procedere implacabile delle ore e dei minuti che leggiamo sul cellulare… È la nostra condizione umana, tanto umana che anche la Bibbia – che non è solo il grande libro di Dio, ma anche il grande libro dell’umanità – ne dà testimonianza e anzi, in qualche modo la fa sua.
Ascoltiamo ad esempio come il profeta Geremia in un momento in cui l’angoscia gli sta serrando la gola, invochi l’intervento immediato del Signore: “O speranza d’Israele, suo salvatore in tempo di angoscia, perché saresti nel paese come un forestiero, come un viandante che si ferma per passarvi la notte? Perché saresti come un uomo sopraffatto, come un prode che non può salvare? Eppure, Signore, tu sei in mezzo a noi, e il tuo nome è invocato su di noi; non abbandonarci!” (14, 8-9); oppure ecco qui il Salmo 13: “Fino a quando, o Signore, mi dimenticherai? Sarà forse per sempre? Fino a quando mi nasconderai il tuo volto? Fino a quando avrò l’ansia nell’anima e l’affanno nel cuore tutto il giorno? Fino a quando s’innalzerà il nemico su di me?” (13, 1-2).

“Fino a quando?… Fino a quando?… Fino a quando?…”. È impressionante. Ma noi siamo così. Vorremmo tutto e subito, e poiché il “tutto e subito” non c’è, siamo sempre sotto stress, sempre pressati dal correr via del tempo… E non riusciamo a persuaderci – salvo dopo, quando ormai è troppo tardi, e nella nostra furia di fare e possedere abbiamo combinato grossi guai -, che soltanto Colui che dalla sua eternità abbraccia l’insieme dei tempi… solo lui sa il momento propizio.
Ed è proprio così: a dispetto delle nostre impazienze, l’ora di Dio è la sola ora giusta. Un solo uomo, un solo essere umano, questo lo ha vissuto fino in fondo, perché è venuto al mondo per quell’ora, al punto che l’ora di Dio è anche diventata la sua ora, l’“ora di Gesù”, e a quell’ora si è sempre tenuto.
Come il salmista col suo febbrile e angosciato “fino a quando?”… e come noi che non riusciamo mai a “attendere in silenzio il soccorso del Signore” (cfr lamentazioni 3, 26), così i contemporanei di Gesù l’hanno continuamente messo alla prova chiedendogli che finalmente rivelasse loro chi era… se era il Messia oppure no… supplicandolo di agire presto e subito. Ma ogni volta ed a tutti egli ha risposto con gran semplicità che “non era ancora giunta la sua ora”. E quando poi quell’ora è arrivata su di lui, Gesù ha detto: “Padre, l’ora è giunta. Glorifica il tuo nome” (cfr Gv 17,2), e s’è fatto catturare, torturare, ammazzare. È finito sulla croce e, come dice la lettera agli Ebrei: “con un’unica offerta ha reso perfetti una volta per sempre quelli che gli appartengono” (cfr 10,14).
È così che Dio agisce: “quando è giunta la pienezza del tempo…”. E allora d’un sol colpo, un colpo per sempre decisivo, porta le cose al loro compimento.

E questo, con Gesù, fin dall’inizio, fin dall’incarnazione che oggi ricordiamo. Come ci ha detto Paolo: “Quando giunse la pienezza del tempo”, e solamente allora, malgrado le invocazioni secolari del suo popolo, “Dio mandò il proprio Figlio”.
Per azzardare il tentativo impossibile di misurare l’amore di Dio che sorpassa ogni misura, per intuire qualcosa dell’inconcepibile grazia del Natale, e quanto noi siamo costati a Dio, è importante capire il vero senso di quell’ultima affermazione dell’Apostolo: “Dio mandò il proprio Figlio”.
Non è immediata, questa comprensione. Per parlare del rapporto ineffabile che va da Gesù a Dio, il Nuovo Testamento fa ricorso al rapporto “padre -figlio”. È chiaramente solo una metafora, una similitudine: un padre e un figlio umani sono due individui ben distinti, completamente esterni, potremmo forse anche dire estranei l’uno all’altro; fra Gesù e Dio non è così: ricordiamo le parole del Signore nel vangelo di Giovanni, quello che più di tutti mette in luce l’unicità assoluta di quella relazione: “Tu sei in me, Padre, e io in te”… e poi ancora, e di più: “Io e il Padre siamo uno”.
Quando qui dunque Paolo scrive che “Dio ha inviato suo figlio”, lascia intendere che in questo invio anche il Padre s’è coinvolto pienamente… Del resto, nella Seconda Corinzi, l’Apostolo ha anche detto: “Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo” (5,19). Insomma, Dio non ha inviato un terzo a sacrificarsi per noi. Se ci è lecito dir questo, in qualche modo, in Gesù, s’è inviato da sé… è venuto lui stesso nel mondo.
Capite questo cosa vuole dire? Il profeta Isaia, aggrappandosi con tutte le sue forze alla misericordia divina, una volta ha gridato: “Oh, squarciassi tu i cieli, e scendessi!” (cfr 64, 1). Dio ha fatto ben di più: se è vero come è vero che nella venuta di Gesù nel mondo, egli si è come separato in due: Dio presente nel cielo e presente sulla terra, possiamo dire che in risposta al profeta, non “ha squarciato i cieli”, ma se stesso, e pur restando l’Altissimo, è sceso sulla terra… è finito su una croce!
Ricordate la terribile prova cui fu sottoposto Abramo: “Prendi ora tuo figlio, il tuo unico, colui che ami, Isacco, e va’ nel paese di Moria, e offrilo là in olocausto sopra uno dei monti che ti dirò” (Genesi 22,2)? Là sul monte, l’angelo del Signore intervenne, e Isacco fu salvato. Dio ha vissuto in se stesso la prova che aveva richiesto al suo servo: ha offerto come vittima suo figlio, e s’è squarciato il cuore, e nessun angelo è intervenuto a strappare via Gesù dalla morte. Le cose cono andate proprio così: “Come Mosè ha innalzato il serpente nel deserto,così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato…”, perché “Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio affinché chiunque crede in lui non perisca ma abbia vita eterna” (Giovanni 3, 14. 16).

Ed il “Figlio unigenito di Dio” “è nato da una donna”. Lui, “mediante il quale ogni cosa è stata fatta, e senza il quale neppure una delle cose è stata fatta” (cfr Giovanni 1, 2), è nato come noi, dal grembo di sua madre. Ha fatto sue le nostre fragilità… s’è caricato della nostra condizione, pur non essendo della nostra condizione… se fatto “figliol prodigo” senza esserlo: come lui “ha avuto fame” (cfr Luca 15, 16), ma senza aver mai “sperperato i beni” del padre; e ancora come lui, “non ha avuto dove poggiare il capo” (cfr Luca 9, 58), senza aver mai abbandonato la sua casa paterna; e come il figlio ha pianto tornando a casa sua, anche lui “ha pianto” entrando nella città santa (cfr Luca 19,41), senza mai aver meritato il suo rifiuto. Ma soprattutto Gesù è morto, della morte dei malfattori, è morto di quella morte umana che è “il salario del peccato” (cfr Romani 6,23), lui che il peccato non l’ha mai commesso, e invece l’ha conosciuto fino in fondo, e l’“ha portato sul suo suo corpo sulla croce” (cfr 1 Pietro 2, 24).

Ma ancora non è tutto. Dio è stato paziente con noi umani, malgrado le nostre violenze e idolatrie, fino alla venuta del suo Figlio mediante il quale ci ha riconciliati con sé. Ma aveva giudicato necessario imporci la sua Legge, perché noi non potessimo distorcere la sua pazienza a indifferenza nei confronti delle nostre infedeltà, e per darci, nel continuo confronto con i suoi comandamenti, la coscienza della nostra debolezza, del bisogno che abbiamo della sua grazia che ci riporti in vita. Ebbene, questo giogo della Legge che ci schiaccia a tal punto che, come ha detto Paolo: “Un tempo, senza la Legge, io vivevo; ma, venuto il comandamento, il peccato prese vita e io morii..” (cfr Romani 7, 9), Gesù l’ha preso tutto su di sé, per completare la sua identificazione con noi: davvero “uno di noi”, sino all’estremo…
Sì, “nato da donna”, nato sotto la Legge”, rincara il nostro testo.
E di fatto, dopo essersi accollato l’infermità della nostra natura, Gesù si è sottomesso a tutte le ordinanze necessarie per un mondo nel peccato. E così, appena nato, lui che dall’eternità viveva “nel seno del Padre”, fu portato a Gerusalemme “perché fossero adempiute a suo riguardo le prescrizioni previste dalla Legge” (cfr Luca 2,27). E poi, adulto, s’è fatto battezzare per noi e con noi, per “adempiere in questo modo ogni giustizia” (cfr Matteo 3,15). Ed alla fine, dopo aver osservato, unico tra gli umani, “tutti i comandamenti che assicurano la vita” (cfr Matteo 19, 17), ha preso su di sé quella maledizione pronunciata su chiunque non osserva la Legge: è morto appeso a un legno, e così – secondo la parola della Legge – s’è fatto egli stesso “maledizione” per noi (cfr Galati 3, 13).

Ma s’è Gesù s’è così sottoposto al giogo della Legge e ne è stato schiacciato, non ne è stato annientato come noi. No! Egli quel giogo l’ha fatto saltare! “Il terzo giorno è risorto dai morti”, e in questo modo, con la sua risurrezione, ha frantumato la nostra schiavitù, ci ha reso liberi di credere e di amare. Lui, il “Figliolo unigenito”, ci ha preso accanto a sé, ci ha fatto dono della sua figliolanza: “Quando giunse la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare quelli che erano sotto la legge, affinché noi ricevessimo l’adozione a figli”.
Vedete con che chiarezza questa frase finale traccia la direzione verso cui tende la stella del Natale? Attraverso la tenebra del Golgota, la stella va a mischiare la sua luce con la luce dell’alba del mattino di Pasqua, col fulgore del sole della risurrezione!
È così. Nel piccolo bambino di Betlemme, Dio ha assunto su di sé le nostre debolezze e le ha sconfitte. Il suo Spirito Santo – quel medesimo Spirito che all’inizio di tutto aleggiava sulle acque del caos primordiale e che, “quando giunse la pienezza del tempo”, è “venuto su Maria” affinché il bambino che nascesse da lei fosse chiamato “Santo e Figlio di Dio” (cfr Luca 1, 35) – ci rende uomini e donne nuovi; come abbiamo visto… fa di noi, in maniera incredibile, i figli e le figlie di Dio! È il vecchio insegnamento dei Padri della chiesa: “In Gesù, Dio s’è fatto simile a noi per renderci simili a lui”.

* * *
Questo, e non altro, è l’evangelo luminoso e consolante del Natale: noi siamo “riscattati” dalla schiavitù della Legge, e dalla schiavitù del nostro “io”, e da ogni altra schiavitù… Siamo davvero liberi e possiamo gridare esultanti assieme a Paolo: “Tutto posso in colui che mi fortifica” (Filippesi 4, 13).

Cos’è allora un cristiano, una cristiana, se non colui che entra in questa impensabile, sconvolgente, reale opera di Dio: “Quando giunse la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio…”? Che cos’è , se non colui che impara da Gesù a mettersi a sua volta nella situazione degli altri dei quali fa il suo “prossimo”, per fare condividere al suo prossimo la salvezza di Dio, la piena comunione con lui, e la gioia infinita di questa comunione? Ricordate il meraviglioso prologo della Prima lettera di Giovanni, un altro vero evangelo di Natale: “Quel che era dal principio, quel che abbiamo udito, quel che abbiamo visto con i nostri occhi, quel che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato della parola della vita (poiché la vita è stata manifestata e noi l’abbiamo vista e ne rendiamo testimonianza, e vi annunziamo la vita eterna che era presso il Padre e che ci fu manifestata), quel che abbiamo visto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché voi pure siate in comunione con noi; e la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo perché la nostra gioia sia piena”?

Eh, ma “la nostra gioia” non è per niente “piena”, e forse non c’è affatto… neanche oggi, a Natale.
Viviamo un tempo cupo, tempi duri, spietati… di crisi e povertà: voi non avete idea di quanta gente è venuta in questi giorni anche qui nella nostra chiesa a chiedere un aiuto, una speranza… e di quanto sia amaro dovere dire loro: “Non c’è niente”… E anche – l’abbiamo tutti sotto gli occhi – i nostri sono tempi di fanatismi e crudeltà, di corruzione e omicidi… sovente dei più deboli: i bambini e le donne… C’è tanta, troppa paura nei nostri occhi… e la paura genera diffidenza e genera chiusura…

Guardiamo a Gesù oggi, facciamo nostra una meravigliosa frase di Lutero: “Non accettiamo altro Dio che non sia in quella persona che è venuta dal cielo. Io comincio dalla mangiatoia”.
Non troveremo forse subito la gioia ma “dalla mangiatoia” impareremo che cos’è compassione, cos’è misericordia. “Compassione” è“patire con”, patire assieme agli altri, condividere le loro sofferenze; “misericordia” è avere “un cuore” che sappia fare sue “le miserie” del mondo.
Il “Dio che è in quella persona che è venuta dal cielo” ha patito con noi, ha sofferto con noi, s’è fatto un cuore umano per fare sue le nostre miserie… è davvero il Dio della compassione e della misericordia

Se tutto questo noi lo comprendiamo, e se riusciamo a viverlo, ci sarà “la pienezza del tempo” anche per noi: la stella del Natale spunterà su di noi e noi sorrideremo e scopriremo la gioia cheta e intensa della “mangiatoia”…

Abbiamo citato Lutero, finiamo con Agostino, il suo maestro: “È stato detto: -Tu sei la mia gloria e sollevi il mio capo (Salmo 3, 4). e quale grazia di Dio più grande ha potuto brillare per noi? Avendo un Figlio unigenito, Dio l’ha fatto figlio dell’uomo, e così viceversa ha reso i figli dell’uomo (ha reso noi) figli di Dio. Cerca il merito, la causa, la giustizia di questo, e vedi se trovi mai altro che grazia”.

Sì, sorelle e fratelli, “tutto qui è grazia”, e tutto è compassione ed è misericordia. E tutto è gioia. La gioia insieme contemplativa e operosa del Natale.
Ruggero Marchetti

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