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Marco 12, 28-34. Testo biblico e predicazione tenuta in San Silvestro – Cristo Salvatore il 15 marzo 2015, quarta domenica del tempo di passione, detta “Laetare”

Marco 12 , 28 – 34
Uno degli scribi che li aveva uditi discutere, visto che egli aveva risposto bene, si avvicinò e gli domandò: «Qual è il più importante di tutti i comandamenti?»
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele: Il Signore, nostro Dio, è l’unico Signore: Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua”. Il secondo è questo: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è nessun altro comandamento maggiore di questi».
Lo scriba gli disse: «Bene, Maestro! Tu hai detto secondo verità, che vi è un solo Dio e che all’infuori di lui non ce n’è alcun altro; e che amarlo con tutto il cuore, con tutto l’intelletto, con tutta la forza, e amare il prossimo come sé stesso, è molto più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Gesù, vedendo che aveva risposto con intelligenza, gli disse: «Tu non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno osava più interrogarlo.
Abbiamo ascoltato insieme Esodo 20, la grande pagina delle “dieci parole” che Dio sul monte Sinai ha donato al suo popolo come le indicazioni per conservare, nel passare del tempo, la libertà che gli ha appena donato tirandolo fuori, “con mano potente e braccio disteso”, dalla schiavitù dell’Egitto.
Non so se qualcuno lo ricorda, ma qualche tempo fa, in un sermone dedicato a loro, avevamo chiamato queste “dieci parole”, “il sogno di Dio” per Israele e per l’umanità: il suo progetto di una comunità umana in cui sia davvero possibile vivere la libertà di amare lui con amore filiale e di potersi amare gli uni gli altri con amore fraterno, ciascuno libero dal timore dell’altro, ed invece fiducioso nell’altro e affidandosi a lui, perché io so che il mio fratello e la mia sorella non attentano alla mia vita, ai miei sentimenti, ai miei beni, e anzi mi “onorano”, hanno per me del riguardo e attenzione e affetto e stima, così come io per loro… e tutto questo nasce dal riconoscimento dell’amore concreto e fattivo di Dio per me e per tutti noi… quel riconoscimento che si fa riconoscenza: io sono amato e così posso amare gratuitamente e nella libertà… e sono felice di amare e di essere amato nell’amore di Dio…
Davvero allora vivere il decalogo, le “dieci parole di Dio”, essenzialmente vuole dire “amare”.
* * *
E se non fosse già sufficiente il nostro cuore a farcelo intuire, oggi questo ce l’ha anche ricordato, con chiarezza e con forza molto grandi, colui nel quale il sogno di Dio s’è realizzato… ce l’ha ricordato Gesù.
Ma – lo dobbiamo dire subito – non ce l’ha ricordato solo lui, ma anche quello “scriba” che, nel testo del vangelo di Marco che anche abbiamo ascoltato, è un degno rappresentante di Israele. Una figura positiva e bella dopo tante figure negative di altri scribi e farisei e sacerdoti che, prima di lui, si sono accostati uno dopo l’altro a Gesù non per incontrarlo, ma per “metterlo alla prova” e “tendergli tranelli”…
Alla fine, finalmente, ecco invece un vero “uomo di Dio”, che va da Gesù per parlare davvero a tu per tu con lui, e vive il suo colloquio in piena sintonia con Gesù, e alla fine riceve da lui un riconoscimento non comune: “Tu non sei lontano dal regno di Dio”.

Abbiamo sentito come sono nati questo colloquio e questa sintonia: lo scriba ha assistito ai confronti fra Gesù e coloro che volevano “metterlo alla prova”. Ed è rimasto via via più ammirato dalla tranquilla forza con cui ha di volta in volta rigettato i tentativi dei suoi avversari di “coglierlo in fallo” e ha smascherato la loro falsità. E quando più nessuno osa fargli domande, gliene fa una lui. Ma questa volta è la domanda vera, sincera, di chi vuole imparare da un maestro che stima.
È il tipo di domanda che veniva rivolto ad un rabbì da chi voleva conoscere il cuore, la quintessenza, del suo pensiero e della sua impostazione di fede: “Cosa per te è davvero importante nella legge di Dio?”. È questo infatti il senso della richiesta dello scriba a Gesù – “Qual è il più importante di tutti i comandamenti?” – che dà il via al loro dialogo.

E Gesù non gli dà risposte strane… particolari… eccentriche… gli risponde citando la preghiera dello Shema’, quell’”Ascolta, Israele” di Deuteronomio 6 che ogni ebreo devoto ripeteva la mattina e la sera, come la benedizione che apriva e chiudeva la giornata.
E così, innanzi tutto, afferma, in piena concordanza con la sua ebraicità, l’unicità di Dio.
Ed insieme anche afferma che il rapporto con l’unico Signore di Israele è un rapporto d’amore. Un amore totale ed esclusivo. L’abbiamo ascoltato: Gesù ripete allo scriba quello che del resto lo scriba sa già molto bene: che Dio vuole da te che tu lo ami “con tutto il tuo cuore, e con tutta l’anima tua, e con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua”. Si, se vuoi amare il Signore lo devi amare con tutto te stesso: l’amore vero ama una cosa sola… richiede la totalità del cuore e della mente, l’integrità di tutta la persona.

Ma questo amore che Dio esige per sé, così integrale da sembrare che non lasci spazio a nessun altro amore, invece vuole altri amori, e così diventa poi per te impulso, spinta, forza ad amare gli altri.
Ecco perché, come secondo grande comandamento accanto al primo, ed in pratica quasi fuso con lui a formare una sola realtà, Gesù cita allo scriba un altro testo anch’esso molto noto, Levitico 19: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”.

Qui non si tratta di solo sentimento, né tanto meno di sentimentalismo. Una cosa che è chiara ed evidente, per Israele come per Gesù, è che l’amore per Dio e per il prossimo non può essere soltanto questione di “parole né di lingua”, ma dev’essere concreto, vissuto “con i fatti e nella verità” (cfr 1 Giovanni 3, 18). Non a caso, nel testo del Levitico, il comandamento dell’amore del prossimo è circondato da una serie di esempi su come amare “coi fatti” chi ci è accanto; valga per tutti la bellissima norma della spigolatura: “Quando mieterete la raccolta della vostra terra, non mieterai fino all’ultimo angolo il tuo campo, e non raccoglierai ciò che resta da spigolare della tua raccolta; nella tua vigna non coglierai i grappoli rimasti, né raccoglierai gli acini caduti; li lascerai per il povero e per lo straniero. Io sono il Signore vostro Dio” (Levitico 19, 9-10)

Ma nelle citazioni di Gesù in risposta allo scriba non c’è soltanto l’amore verso Dio e quello verso il prossimo. C’è un terzo tipo di amore, la cui presenza spesso non cogliamo, e che pure è importante. È l’amore verso “se stessi”: “Ama il tuo prossimo” – così infatti dice il libro del Levitico – “come te stesso”. Per amare correttamente il mio prossimo, devo prima amare correttamente me stesso.
Dicevo che noi spesso non cogliamo la presenza di questo terzo tipo di amore. Forse anche perché una lunga tradizione ecclesiastica ci ha insegnato a non coglierlo… ad esempio, c’è Calvino (e debbo dire che la cosa non sorprende…) che afferma chiaramente che qui non si tratta affatto di una parola che ci invita ad amarci: l’amore di sé non può mai essere giusto o positivo, e soprattutto,“noi ci amiamo sin troppo” per accordare altro spazio all’amore di noi stessi. Ma non solo Calvino. Anche il grande teologo riformato del Novecento Karl Barth sostiene a proposito della norma del Levitico, che “mai Dio penserebbe di soffiare su questo fuoco, che già divampa a sufficienza”.
Forse però è vero che non sta a noi e, pur con tutto il rispetto, nemmeno a Karl Barth, stabilire ciò che Dio “penserebbe” o “non penserebbe”…
Per dire la verità, con tutto il rispetto per questi grandi nomi, a me invece sembra proprio che noi dobbiamo prendere sul serio questa parola che ci chiama ad“amare il prossimo come noi stessi”, non fosse altro perché quest’amore di noi stessi è la condizione e è il modello necessario e indispensabile dell’amore per gli altri.
Innanzi tutto, è la condizione: se non ti vuoi almeno un po’ di bene, se non ti accetti così come sei fatto, non puoi nemmeno pensare di volere bene e di accettare gli altri…. è una realtà psicologica fondamentale…
E poi, l’amore di noi stessi è anche un modello: noi cioè dobbiamo amare gli altri nel medesimo modo in cui amiamo noi stessi quando sappiamo amarci: dobbiamo cioè essere tolleranti nei loro confronti, trovare tempo per loro, e nutrire per loro interesse e simpatia… desiderare profondamente il bene degli altri come lo desideriamo per noi stessi. Alla fin fine poi, si tratta di vivere la cosiddetta “regola d’oro” del sermone sul monte:“Tutte le cose che voi volete che gli uomini vi facciano, fatele anche voi a loro; perché questa è la legge e i profeti” (Matteo 7, 12).

* * *
Ecco allora: amore di Dio, amore del prossimo, e un giusto amore di se stessi come condizione e modello dell’amore per gli altri. Questo è il contenuto dei due “grandi comandamenti” che Gesù cita allo scriba rispondendo alla sua domanda su quello che per lui è essenziale nel rapporto con Dio nella vita di fede.
E lo scriba concorda pienamente: “Bene, Maestro!” – così reagisce con entusiasmo a quello che ha ascoltato: “Tu hai detto secondo verità, che vi è un solo Dio e che all’infuori di lui non ce n’è alcun altro; e che amarlo con tutto il cuore, con tutto l’intelletto, con tutta la forza, e amare il prossimo come sé stesso, è molto più di tutti gli olocausti e i sacrifici”.
Davvero un grande entusiasmo, che porta questo esperto della Bibbia a andare anche oltre le parole stesse di Gesù. E così proprio lui, il teologo “ufficiale” che fa parte dell’ambiente religioso gravitante attorno al tempio di Gerusalemme, non esita a affermare – come abbiamo appena riascoltato – che vivere l’amore è “molto più” importante di tutto il sistema dei sacrifici in vigore nel tempio.
E Gesù, da parte sua lo approva anche lui con calore e gli rivolge una parola di riconoscimento che è anche quasi un invito a mettersi alla sua sequela. È la parola che abbiamo ricordato già all’inizio: “Tu non sei lontano dal regno di Dio”.

Il colloquio tra Gesù e questo studioso delle Scritture, che ha risposto all’insegnamento del Signore al tempo stesso con sapienza e entusiasmo, si chiude però proprio con questa frase, e noi allora non sappiamo se lo scriba sia diventato un discepolo di quel regno di Dio da cui non è lontano… non sappiamo cioè se abbia seguito Gesù o non l’abbia seguito… Probabilmente non l’ha seguito, perché altrimenti l’evangelista l’avrebbe raccontato…

Quest’uomo, allora, ammira Gesù e è lodato da lui, e tuttavia, comprensione e ammirazione non fanno di lui un discepolo… potremmo anche dire: non fanno di lui un cristiano…
Come hanno fatto i primi quattro discepoli, e Levi il pubblicano, e poi tanti altri via via fino al cieco risanato Bartimeo, anche questo scriba avrebbe dovuto fare il passo essenziale delle fede: avrebbe dovuto seguire Gesù…
E seguire Gesù significa dare tutto ciò che si ha, come farà – nella pagina che segue il nostro racconto – la “povera vedova” che “ha messo nella cassa delle offerte… tutto ciò che possedeva, tutto quanto aveva per vivere” (cfr Marco 12, 41 ss.); come farà a sua volta – subito dopo la vedova – Gesù stesso, che darà la sua vita per amore di Dio e per amore nostro…

* * *
Cosa facciamo noi, sorelle e fratelli?
Diamo tutto per seguire Gesù o – come probabilmente ha fatto quello scriba – ci limitiamo ad ascoltarlo perché parla bene e ci piace sentirlo, ma poi tutto rimane, appunto, al livello di un gradevole ascolto e, al massimo, di una bella esperienza spirituale, senza però che questo cambi la nostra esistenza?

Sebbene in questi ultimi tempi siamo tutti diventati più modesti riguardo alla nostra centralità su questa terra, e più disposti (a volte anche forse esagerando) a riconoscere i diritti degli animali, dell’ambiente e del resto del creato, è però vero che – almeno in Occidente – siamo sempre di più i grandi referenti di noi stessi… sempre più al centro della nostra stessa attenzione.
Anche noi che ci definiamo e che siamo credenti, non esitiamo ad usare la Bibbia, e sovente Dio stesso, come mezzi per la nostra realizzazione… strumenti per raggiungere quel benessere psichico che desideriamo o per realizzare quei fini morali che, per una varietà di motivi, riteniamo essere buoni.
In questa atmosfera così autoreferenziale, le parole del nostro testo di Marco 12 sono come uno squillo di tromba, ci esortano ad un’altra visione delle cose: Dio, e assolutamente solo Dio, al primo posto, poi – in lui – noi stessi e il nostro prossimo. In altre parole: l’amore di Dio con tutto noi stessi e l’amore per il prossimo come per noi stessi… la vera vita e la vera fede… tutto consiste in questa verità.

In questa prospettiva, capite bene che la nostra fede non può più essere solo questione di ritagli di tempo e di riti cui prender parte ogni tanto per farmi stare meglio con me stesso… l’evangelo non è la New Age… né io posso più essere il centro del mio vivere.
Questo breve testo, insomma, è una grande sfida lanciata contro i fondamenti stessi della nostra cultura occidentale che, appunto, mette l’essere umano al centro dell’universo.
Una sfida trascinante, non solo perché è stata Gesù a lanciarla: abbiamo visto come, ogni elemento della sfida lanciata o, meglio, “ripresa” da Gesù – fosse in realtà già presente nelle Scritture di Israele… questa sfida è semmai trascinante, perché Gesù l’ha messa in pratica.
In tutto il vangelo di Marco, e soprattutto nel racconto della Passione che leggeremo ormai tra non molti d giorni nel nostro culto del Venerdì santo, Gesù ci è presentato come come colui che davvero “ama Dio con tutto se stesso”, e “ama il suo prossimo” – tutti noi – “come se stesso”.
Ma allora, la risposta alla grande domanda: “Che cos’è veramente l’amore?”, va cercata e trovata nella storia di Gesù così come i vangeli la raccontano. Sapendo che è una storia molto dura: è amore che si traduce in atti concreti: e l’amore si fa fragile, si espone… l’amore quand’è vero si fa dono di sé…
Questa sfida ci turba, perché nessuno di noi è all’altezza del criterio d’amore di Israele e di Gesù: “Amare Dio con tutto noi stessi” e “Amare il prossimo come noi stessi” è una visione della vita troppo elevata per noi, alla quale non sappiamo fare fronte. Soprattutto se Gesù e la sua croce fossero un esempio di come dovremmo amare… ci resterebbe solo la rinuncia, e la disperazione… Guai a fare della passione un’esigenza morale!
Se però noi vediamo nella croce di Gesù il meraviglioso dono che Dio ci ha fatto… se il senso della storia che va da Getzemani al Golgota è per noi quello, che abbiamo letto tutti quanti insieme in 1 Giovanni 4, 7-10: “In questo si è manifestato l’amore di Dio, che Dio ha mandato il suo unico Figlio nel mondo affinché vivessimo per mezzo di lui”, e a noi sta allora, non imitare colui che è inimitabile, ma credere che Gesù è veramente il nostro salvatore e lodare Dio per questo, allora possiamo sopportare di udire, e anzi le ascoltiamo con gioia, le sue parole sul “grande comandamento”…

E tuttavia la croce, lungi dal cancellare il comandamento dell’amore, lo rafforza, perché – la Bibbia ce l’ha detto nel Cantico dei cantici: “l’amore chiama amore”.
E come risponderemo… come già rispondiamo a Uno che per amore ha dato per noi la sua vita ?

L’indicazione per la risposta giusta la conosciamo già, Gesù e quello scriba sconosciuto oggi ce l’hanno ricordata una volta di più: “Ascolta, Israele: Il Signore, nostro Dio, è l’unico Signore: Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua; e Ama il tuo prossimo come te stesso. Non c’è nessun altro comandamento maggiore di questi”.
Vedete che stupenda catena d’amore? Dio che ci ha amati al punto da aver messo al mondo ognuno di noi come un suo desiderio e un suo progetto, tiene poi tanto a noi da chiederci di amarlo al di sopra di ogni cosa… e proprio l’esperienza che facciamo d’essere i partner dell’amore di Dio… proprio questo ci dice che noi siamo importanti… che non possiamo in alcun modo disprezzarci né svilirci… che ci dobbiamo amare ed apprezzare… noi stessi e tutti gli altri…
Davvero in Dio che “è amore” (cfr 1 Giovanni 4,8), tutto è amore.

Oggi è la domenica “laetare”, è cioè la domenica che al cuore di questo austero tempo di passione, ci invita a essere lieti. Alla luce di quanto abbiamo udito lo possiamo davvero!
Per questa gioia, per il sorriso che ci è stato donato, ringraziamo il Signore.

Ruggero Marchetti

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