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Apocalisse 12, 1-18. Testo biblico e predicazione tenuta in Scala dei Giganti il 5 aprile 2015, nel culto unificato della domenica di Pasqua

Apocalisse 12 , 1 – 18

Poi un grande segno apparve nel cielo: una donna rivestita del sole, con la luna sotto i piedi e una corona di dodici stelle sul capo. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto.

Apparve ancora un altro segno nel cielo: ed ecco un gran dragone rosso, che aveva sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi. La sua coda trascinava la terza parte delle stelle del cielo e le scagliò sulla terra.

Il dragone si pose davanti alla donna che stava per partorire, per divorarne il figlio, non appena l’avesse partorito. Ed ella partorì un figlio maschio, il quale deve reggere tutte le nazioni con una verga di ferro; e il figlio di lei fu rapito vicino a Dio e al suo trono.

Ma la donna fuggì nel deserto, dove ha un luogo preparato da Dio, per esservi nutrita per milleduecentosessanta giorni. E ci fu una battaglia nel cielo: Michele e i suoi angeli combatterono contro il dragone. Il dragone e i suoi angeli combatterono, ma non vinsero, e per loro non ci fu più posto nel cielo. Il gran dragone, il serpente antico, che è chiamato diavolo e Satana, il seduttore di tutto il mondo, fu gettato giù; fu gettato sulla terra, e con lui furono gettati anche i suoi angeli.

Allora udii una gran voce nel cielo, che diceva:

“Ora è venuta la salvezza e la potenza,
il regno del nostro Dio
e il potere del suo Cristo,
perché è stato gettato giù l’accusatore dei nostri fratelli,
colui che giorno e notte li accusava
davanti al nostro Dio.
Ma essi lo hanno vinto
per mezzo del sangue dell’Agnello,
e con la parola della loro testimonianza;
e non hanno amato la loro vita,
anzi l’hanno esposta alla morte.
Perciò rallegratevi, o cieli,
e voi che abitate in essi!
Guai a voi, o terra, o mare!
Perché il diavolo è sceso verso di voi con gran furore,
sapendo di aver poco tempo”.

Quando il dragone si vide precipitato sulla terra, perseguitò la donna che aveva partorito il figlio maschio. Ma alla donna furono date le due ali della grande aquila affinché se ne volasse nel deserto, nel suo luogo, dov’è nutrita per un tempo, dei tempi e la metà di un tempo, lontana dalla presenza del serpente.

Il serpente gettò acqua dalla sua bocca, come un fiume, dietro alla donna, per farla travolgere dalla corrente. Ma la terra soccorse la donna: aprì la bocca e inghiottì il fiume che il dragone aveva gettato fuori dalla sua bocca.

Allora il dragone s’infuriò contro la donna e andò a far guerra a quelli che restano della discendenza di lei che osservano i comandamenti di Dio e custodiscono la testimonianza di Gesù.
E si fermò sulla riva del mare.

 

* * * * *

 

 
Obbedienza e libertà, dolore e gioia, debolezza e forza. Sono le stesse sensazioni, gli stessi sentimenti che abbiamo provato in questi giorni dal venerdì santo a oggi, in cui abbiamo guardato a Gesù torturato ed ucciso e messo in una tomba per poi oggi ripeterci l’annuncio che è risuonato proprio nel sepolcro: “Voi cercate Gesù che è stato crocifisso… non è qui, perché è risuscitato” (cfr Matteo 28, 8-9).
E sono anche gli stessi sentimenti che colmavano il cuore dei credenti delle chiese che ci hanno lasciato in dono questo libro dell’Apocalisse: la libertà, la gioia, la forza della fede, e insieme la debolezza e il dolore di chi per la sua fede subisce la persecuzione…
La chiesa dell’Apocalisse è la chiesa dei “martiri”, la chiesa di chi è chiamato a rendere la sua testimonianza a “colui che fu morto e ora è Vivente” (cfr Apocalisse 1,18) anche al costo della sua stessa vita… e questo ci tocca in una maniera tutta particolare, in questi tempi e giorni difficili ed amari, nei quali in molti parti del mondo la chiesa di chi crede in Gesù Cristo è ritornata ad essere una chiesa di martiri, sovente (e qui ha ragione il papa) nella sottovalutazione di tanti ambienti che nel nome di una cosiddetta laicità che sovente è laicismo ostile ad ogni forma religiosa, trovano strano ed anche disturbante che si possa essere uccisi per una cosa tutto sommato così poco importante come la fede.

* * *
Abbiamo letto Apocalisse 12. Una pagina che, secondo un commentatore, rassomiglia più a un film o a un videogioco che a un vero testo biblico, con la visione di due personaggi fantastici come la “donna rivestita del sole, con la luna sotto i piedi e una corona di dodici stelle sul capo”, e il “gran dragone rosso, che aveva sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi”… provate solo a immaginarlo, se ci riuscite… E poi la donna che vola nel deserto con le “due ali della grande aquila”… e la battaglia celeste fra “Michele e i suoi angeli e il dragone ed i suoi”… davvero sembra che la fantasia più sbrigliata sia al potere!
E però le cose sono molto più serie di quanto non appaia. Perché da un lato è vero (e Gesù ce lo insegna con le sue tante parabole) che un discorso per immagini e simboli riesce spesso a cogliere la complessità e la profondità della realtà molto più di un trattato teorico o di un discorso puntualmente logico; e poi, se proviamo un po’ a spiegare quello che abbiamo letto ci rendiamo conto di tante cose che di primo acchito facciamo molta fatica a cogliere.

Anzitutto, qui siamo ad un punto di svolta dell’Apocalisse, che con le sue visioni impressionanti ha un percorso ed un fine ben precisi: ci fa quasi vedere ad occhio nudo che la storia del mondo è una storia di salvezza, è cioè l’epopea colossale della vittoria di Dio sulle forze del male, una vittoria già adesso conseguita e che troverà il suo definitivo compimento con quell’avvento della “Gerusalemme celeste”, la cui descrizione quasi incantata chiude il libro e con esso l’intera Scrittura.
Per arrivare però a quel compimento, l’Apocalisse parte dal presente ed in particolare dalla condizione attuale delle chiese: sappiamo tutti che il nostro libro si apre coi messaggi del Cristo glorificato alle sette chiese dell’Asia, a cui rivela quale sia la loro vera condizione spirituale, ed i loro problemi, e le loro prospettive, ed insieme rivolge i suoi incoraggiamenti e ammonimenti (capp. 1-3). Poi ancora una volta tenuta con gran forza nella mano dal Cristo “l’Agnello immolato”, scorre via davanti ai nostri occhi tutta la storia, la vicenda dei popoli e del mondo, apparentemente ancora dominata dalle forze del male, ma nella quale già è presente e agisce l’energia poderosa della risurrezione… una forza divina che eromperà nella seconda parte dell’Apocalisse sotto forma di giudizio e di trionfo: tutti si accorgeranno che il Signore ha ora in mano le sorti di ogni cosa… che come regna in cielo, regna anche sulla terra dopo aver spodestato quei poteri malvagi che erano già convinti di dominare gli uomini e ogni cosa.
Insomma, e qui veniamo direttamente al nostro capitolo che si rivela allora davvero quello decisivo, troveranno piena realizzazione le parole della “gran voce del cielo” che nella nostra pagina proclama: “Ora è venuta la salvezza e la potenza, il regno del nostro Dio e il potere del suo Cristo, perché è stato gettato giù l’accusatore dei nostri fratelli, colui che giorno e notte li accusava davanti al nostro Dio”.

Ma quando e come quell’“accusatore è stato gettato giù”? Come e quando Dio ha riportato la sua piena vittoria su di lui?
È la rivelazione che impreziosisce la pagina di oggi, coi suoi due “grandi segni” che appaiono nel cielo.
Già li abbiamo ricordati, evidenziandone le caratteristiche quasi da film fantasy. Rivediamoli adesso in una prospettiva totalmente diversa, come simboli rivelatori della realtà profonda delle cose: il primo “grande segno” è la “donna rivestita del sole, con la luna sotto i piedi e una corona di dodici stelle sul capo”.
Questa donna è un’immagine del popolo di Dio ed in particolare, all’inizio, di Israele. Ed è Israele come Dio lo vede: è la sua proprietà particolare, il suo tesoro fra tutti gli altri popoli, la sua famiglia oggetto del suo amore. E proprio questo amore che gli viene dal Signore del cielo, lo riveste di cielo: la grande luce del giorno, la grande luce della notte e le stelle sono ora il suo ornamento… e lo rendono bello. O, meglio, la rendono bella, come è bella l’amata del Cantico dei cantici… ricordate: “Chi è colei che sorge come l’aurora, bella come la luna, pura come il sole…” (Ct 6,10)?

Sì, “bella”, perché qui Israele è donna, e anzi è madre: come anche abbiamo udito, è “incinta, e grida per le doglie e il travaglio del parto”. E questa è – ove servisse – la conferma che questa donna è proprio Israele: abbiamo letto oggi Isaia 66, e abbiamo visto come in quel testo “Gerusalemme”, la città santa in cui Israele contempla la sua santità di popolo di Dio, “generi un figlio maschio”, segno del nuovo tempo del trionfo e della consolazione divini.
Anche la donna dell’Apocalisse dà alla luce un “figlio maschio”, e poiché le parole che ci parlano di lui:“deve reggere tutte le nazioni con una verga di ferro”, sono una citazione del Salmo 2, il salmo messianico per eccellenza, allora noi sappiamo con certezza che il figlio della donna è il “Re Messia”.

Ma proprio perché la donna sta per dare alla luce colui che è destinato a dominare il mondo, ecco l’assalto poderoso e terribile del “principe di questo mondo”, colui che la nostra pagina chiama, con una serie di titoli assolutamente impressionante: “il gran dragone, il serpente antico, che è chiamato diavolo e Satana, il seduttore di tutto il mondo”. È il signore del male, che non può può neanche pensare di perdere il dominio che esercita sull’uomo da Adamo ed Eva in poi… ed eccolo apparire sulla scena: “Si pose davanti alla donna che stava per partorire, per divorarne il figlio, non appena l’avesse partorito”. Sono impressionanti i titoli, del signore del male, e è ugualmente impressionante anche il suo aspetto: è un “dragone”, un mostro delle acque, simbolo dell’abisso primordiale da cui il Signore ha tratto la creazione, ma ha anche delle caratteristiche che gli danno attualità: “aveva sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi”. Sono delle allusioni ai poteri politici del mondo, ai re e agli imperatori che si credono dèi e pretendono dai loro sudditi l’obbedienza assoluta e un’adorazione di tipo religioso, e non si rendono conto d’essere invece solo i burattini di cui Satana si serve per rendere schiava l’umanità e allontanarla da Dio. Ma il “dragone” ha anche un’enorme coda di cui si serve per “trascinare la terza parte delle stelle del cielo e scagliarle sulla terra”. È il tentativo di sovvertire addirittura l’ordine del creato… è un volersi fare Dio al posto di Dio stesso.

Ma per quanto poderoso e terribile, Satana resta sempre solo “la scimmia di Dio”… e così è destinato al fallimento. E innanzitutto, fallisce il tentativo di eliminare il figlio della donna: “partorì un figlio maschio … e il figlio di lei fu rapito vicino a Dio e al suo trono”.
Siamo al cuore di questo capitolo “cuore” dell’Apocalisse. E qui occorre fare attenzione… per rifarci al nostro libro: “Chi ha orecchie ascolti”… perché qui non si tratta, come verrebbe naturale pensare, della nascita del Messia Gesù a Betlemme, ma del suo essere stato generato nelle “doglie e nel travaglio“ della croce, alla gloriosa condizione di Signore Risorto e asceso al cielo dove siede alla destra di Dio.
Con questa spiegazione che – ripeto – non viene in mente a una prima lettura, eppure sembra proprio quella giusta – tutto quadra: Israele ha dato al mondo il suo Messia vittorioso; Satana che pensava di averlo già sconfitto vedendolo morire sulla croce, e anzi era certo di averlo già inghiottito servendosi della bocca del sepolcro, ora rimane con un palmo di naso. Se lo vede sfuggire e si vede sconfitto una volta per tutte: “Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra” – così dirà il Risorto nella chiusa del vangelo di Matteo (28,18). Per il “dragone” non c’è più spazio alcuno né in cielo e neanche in terra. Cristo l’ha sgominato e lo ha detronizzato una volta per tutte!
Cristo e soltanto Cristo con la sua risurrezione. L’intervento di “Michele (lo spirito celeste tradizionale protettore di Israele) e dei suoi angeli” a “precipitare il dragone sulla terra” è paragonabile ad un’operazione di pulizia del territorio dai reparti superstiti del nemico ormai un rotta ormai in rotta del nemico che un condottiero vittorioso affida al suo luogotenente…

Ma il progetto del Signore ancora non prevede la fine della storia, il mondo deve andare ancora avanti negli anni e lungo i secoli, e in questo tempo fra la risurrezione di Gesù e il suo compimento della sua vittoria nella nuova creazione, il popolo di Dio deve rendere la sua testimonianza, subendo sulla terra la rabbia del demonio che è una belva ferita mortalmente eppure ancora in grado di fare tanto male, ma anche forte della certezza della fede che la vittoria è già stata riportata e il Signore che ha vinto è lì al suo fianco. Ecco allora la scena della “donna” che “fugge nel deserto, dove ha un luogo preparato da Dio, per esservi nutrita per milleduecentosessanta giorni”.
Qui ci sono alcune cose da spiegare: abbiamo detto adesso che la “donna” è sempre il popolo di Dio, come all’inizio, ma c’è anche un cambiamento. È come, per rifarci ad una sua caratteristica, se la “corona di dodici stelle” che le adornava il capo, che quando la donna rappresentava Israele ricordava le sue “dodici tribù”, ora sia diventata la corona dei “dodici apostoli” dell’Agnello, e così la donna sia a sua volta nella seconda parte del capitolo, diventata la Chiesa… C’è cioè in questo testo una sorta di staffetta, concentrata nella figura della donna, fra Israele e la Chiesa, fra il vecchio e il nuovo popolo di Dio, anche qui però, come in tutto il libro dell’Apocalisse, senza alcuna rottura, e invece in una sostanziale continuità: Israele ha svolto il suo compito, ha generato Cristo alla risurrezione; ora subentra la Chiesa che deve portare avanti il suo ruolo di testimone del Risorto nel mondo e per il mondo.
E come Israele ha vissuto il suo Esodo camminando nel deserto sotto la protezione del Signore verso la terra promessa, fino al momento in cui è riuscito a entrarvi, così la Chiesa cammina anche lei nel “deserto” il tempo necessario stabilito da Dio (è il senso della medesima cifra ripetuta due volte prima sotto la forma “milleduecentosessanta giorni”, poi con l’equivalente “tre anni e mezzo”) incontro al compimento della storia nella nuova creazione. E come Israele, anche lei nel cammino, dovrà affrontare con coraggio le sue prove…
Anche se Dio interviene a proteggere i suoi (a lui si deve se “la terra ha aperto la sua bocca ad inghiottire il fiume che il dragone aveva vomitato dalla sua bocca per travolgere la Chiesa”), anche se Cristo ha sconfitto il male e la morte, e nulla e nessuno può più mettere in discussione il suo trionfo, “il dragone è furente e fa guerra a quelli che restano della discendenza di lei che osservano i comandamenti di Dio e custodiscono la testimonianza di Gesù”.

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“La donna partorì un figlio maschio il quale deve reggere tutte le nazioni con una verga di ferro; e il figlio di lei fu rapito vicino a Dio e al suo trono”.
È la maniera tutta particolare con cui l’Apocalisse descrive la risurrezione di Gesù e la sua ascesa alla destra del Padre: Cristo ha vinto, il dragone è sconfitto, e noi viviamo il tempo del compimento cosmico della sua vittoria.
Pure, guardando alle vicende storiche di questi duemila anni dalla risurrezione ad oggi, non sembra proprio di vivere il tempo della vittoria. “Dite che Cristo ha vinto, ma nella storia e nelle vite umane non è cambiato niente”… È l’obiezione di tanti, sovente in buona fede: il male ed il dolore e le ingiustizie sono oggi il grande scandalo che spinge molti verso l’ateismo o almeno a distaccarsi da una fede vissuta…

L’Apocalisse è la risposta del Nuovo Testamento a questa grande obiezione. Ci dice infatti che non è affatto vero che non sia cambiato nulla. L’autore di questo libro ha la convinzione di vivere nel tempo, che sarà più o meno lungo senza che questo cambi sostanzialmente niente, “del già e del non ancora”, cioè il tempo della vittoria di Cristo sul male e sulla morte che troverà il suo pieno compimento. Ricordate, nel capitolo 6 il “cavaliere bianco” che simboleggia la forza della risurrezione che corre nella storia e che all’aprirsi del primo dei sigilli “viene fuori da vincitore e per vincere ancora”? Ma come per cogliere il galoppo del cavaliere bianco dobbiamo avere l’orecchio in grado di discernere la sua corsa fra i rumori degli altri cavalieri, simboli della guerra e della fame, e delle pestilenze e della morte, che ancora hanno libero corso nelle vicende umane, noi dobbiamo, proprio guidati dalla parola della Bibbia, imparare a discernere i segni dei tempi: viviamo nel nuovo Esodo annunciato dai profeti, cioè in un nuovo tempo della prova che serve a verificare la nostra fedeltà, ma anche in un tempo in cui sperimentiamo la rassicurante protezione del Signore. E poiché dire “prova” e dire “protezione” significa anche dire “impegno e sofferenza”, questa è oggi la nostra condizione; noi dobbiamo resistere al male. È la nostra condizione di creature e insieme di credenti. Sapendo che, a dispetto di tutti i suoi mille errori e orrori, la storia, ha un senso. Ha il senso che le viene da Dio e che trionfa sull’insensatezza che sembra caratterizzare tante vite e tanti fatti. E sapendo che, allora, tutte le sofferenze che hanno segnato e segnano la vicenda umana sulla terra, non sono state né saranno vane.

Anche e soprattutto quella sofferenza particolare che la Chiesa è chiamata a subire: la sofferenza della persecuzione. Ogni persecuzione infatti è per l’Apocalisse un segno e uno strumento: è il segno che tradisce la rabbia disperata del signore del male che si sa già sconfitto, e pieno di furore si scaglia contro tutti “coloro che custodiscono la testimonianza di Gesù”, e che ci dà per questo la certezza che davvero già viviamo il tempo del “potere del Risorto”. E è anche, la persecuzione, uno strumento della vittoria sul male; perché è certo per il sangue dell’Agnello, e cioè per il sacrificio di Cristo sulla croce, ma è anche per il sangue dei martiri, che la vittoria definitiva è acquisita.

Accennavamo prima con dolore ai martiri di oggi. Qui e adesso allora, in questo culto di Pasqua, noi possiamo anche dire alla luce del Risorto che il loro sacrificio non è vano, che il sangue versato da quelle giovani studentesse keniane che sono state uccise con il nome di Cristo sulle labbra, è il segno benedetto che la Chiesa di Cristo è ancora viva, che rende ancora la sua testimonianza!

Ruggero Marchetti

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