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Giovanni 20, 19-23. Testo biblico e predicazione, tenuta il 12 aprile 2015 in Scala dei Giganti, nel culto della seconda domenica di Pasqua, di ringraziamento per i quaranta anni di matrimonio di Raul Matta e Novella Salari

Giovanni 20, 19 – 23
La sera di quello stesso giorno, che era il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, Gesù venne e si presentò in mezzo a loro, e disse: «Pace a voi!» E, detto questo, mostrò loro le mani e il costato.
I discepoli dunque, veduto il Signore, si rallegrarono.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre mi ha mandato, anch’io mando voi».

Detto questo, soffiò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo. A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi li riterrete, saranno ritenuti».

 

Ormai tanti anni fa, in una chiesa medievale in Francia ho visto una vetrata che mi ha molto colpito: due grandi figure da una parte il Signore glorioso uscito dal sepolcro, e dall’altra Sansone che – secondo un racconto del libro dei Giudici (16,1-3) – sale in cima ad un monte portando su di sé le grandi porte della città che aveva scardinato dopo che i Filistei le avevano serrate per imprigionarlo all’interno della città di Gaza, nella quale si era recato (ma questo è meglio dirlo sottovoce) per “entrare da una prostituta”.
Comunque sia, il significato di quell’accostamento era molto chiaro: come Sansone ha frantumato le porte della nemica città filistea, così Gesù, uscendo dal sepolcro, ha frantumato le porte, il potere della morte.

Adesso però Gesù risorto, in questa apparizione ai suoi discepoli nel vangelo di Giovanni, deve abbattere altre porte. Che non sono le “porte chiuse del luogo dove si trovavano i discepoli”… come abbiamo sentito, quelle le ha già sovranamente superate. No, le porte che Gesù adesso deve abbattere sono le barriere più dure della pietra che serrano l’animo dei discepoli.

Sì, Cristo deve abbattere gli sbarramenti della paura che ha afferrato i discepoli in un modo così forte che non hanno nemmeno osato credere alla testimonianza di Maria Maddalena, che era corsa da loro e aveva loro detto di aver visto il Signore risorto; e anche dopo che “Simone e il discepolo che Gesù amava” sono corsi alla tomba e l’hanno trovata vuota proprio come Maria aveva detto e sono tornati indietro a riferirlo, se ne stanno ben chiusi “per timore dei Giudei”: chi ha catturato e messo a morte Gesù, potrebbe benissimo, ora, prendersela anche con loro…
Ma poi c’è anche, a serrare il loro cuore, “la paura della paura”. I discepoli sono pienamente coscienti di essere stati dei vigliacchi… ricordano benissimo il panico che li ha colti nel momento della cattura di Gesù, quando sono scappati a gambe levate, e l’hanno abbandonato. E adesso, appunto, c’è in loro la paura che provano per aver avuto paura: una “paura al quadrato” che non avrebbero mai pensato di provare e che li fa star male: la paura di fronte all’eventualità di incontrare Gesù… È così: se faticano a credere che il Signore è risorto è anche perché quasi preferirebbero che non fosse così: “Se Gesù è vivo, non potrà non rimproverarci, non rinfacciarci il nostro abbandono… E cosa ci dirà? E che volto farà? E, soprattutto, come ci punirà?… No, forse è davvero meglio non incontrarlo più”…
Ecco, la paura e il rimorso, e la cattiva coscienza dei suoi discepoli: queste sono i veri duri ostacoli, le solide porte sbarrate che Gesù deve infrangere.

E le infrange. Ma le infrange senza fare uso della forza… potremmo dire… con la potenza della sua misericordia proprio verso coloro che, nell’affidare a Maria Maddalena l’evangelo della sua risurrezione, ha per la prima volta chiamato i suoi “fratelli”.
Così, quando, alla sera della Pasqua,“viene e si presenta”, non fa quello che essi giustamente temevano: non li rimprovera, non minaccia, non dà alcuna punizione. Invece dice loro: “Pace a voi”. e “detto questo, mostrò loro le mani e il costato”.
Se uniamo insieme le parole e il gesto di Gesù, noi capiamo quel che ha voluto dire a quel gruppetto angosciato: “Non abbiate paura! É vero: voi mi avete abbandonato. Sono rimasto solo, e ho subito il processo e la condanna. E sono morto solo sulla croce. Guardate: ecco nelle mie mani il segno dei chiodi… ecco quei buchi nella carne che non avete ancora visto mai, perché non c’eravate accanto al mio patibolo. Guardateli bene, ma non per ricordare in che brutta maniera mi avete abbandonato: adesso questi segni che porto nella carne sono segni di trionfo, di vittoria! Ricordate quando dissi: «Ora avviene il giudizio di questo mondo; ora sarà cacciato fuori il principe di questo mondo; e io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”» (12, 31-32) ? Con la mia croce ho giudicato il mondo, ed ho sconfitto il male una volta per tutte. E da lì, «innalzato da terra», ho cominciato ad «attirare a me» tutti quelli che in me hanno creduto, credono e crederanno. E, primi fra tutti, voglio attirare voi, voi che per primi avete creduto in me, voi che, nonostante le vostre paure, siete ancora i miei discepoli e i miei amici e, di più, ora siete i miei “fratelli”…
E il fatto che io sia qui davanti a voi… questa è la vostra pace. È la vittoria sulle vostre paure e sui vostri rimorsi. Sì, davvero e per sempre «Pace a voi!». Il passato è passato… conta solo il presente… conta solo il futuro… Il vostro futuro, che poi è il mio futuro, perché voi siete miei: e «come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi»”…

In questo modo e con queste parole, il Signore Risorto trasforma i suoi discepoli in “apostoli”. Saranno i suoi inviati per annunciare al mondo l’evangelo, la notizia gioiosa che il male è vinto, e la morte è sconfitta, e inizia un mondo nuovo, il mondo di Gesù.
Ma saranno capaci quegli uomini che (non dimentichiamolo) sono ancora dentro la casa in cui li ha serrati la paura, di uscirne fuori e di affrontare il mondo?
Sì. Lo potranno fare, perché Gesù – diversamente da quel che han fatto loro – non li abbandonerà, rimarrà assieme a loro, e… di più… sarà dentro di loro.

“Soffiò su di loro” – siamo al momento decisivo del racconto – “e disse: Ricevete lo Spirito Santo. A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi li riterrete, saranno ritenuti”. ”.
Vi ricordate, nel libro della Genesi, Dio che soffia nell’uomo da lui appena plasmato “un alito vitale” , “e l’uomo” – dice il testo – “divenne un’anima vivente” (cfr Gn. 2,7)? Qui è in azione la stessa potenza creatrice.
Come il Dio della vita ha dato col suo soffio vita all’uomo, così Gesù risorto a vita nuova, dà col suo soffio vita nuova ai suoi; dà loro quel coraggio che non hanno; mette sul loro labbro una parola che da sé non potrebbero mai dire; li rende portatori di quel perdono che hanno appena ricevuto, testimoni e strumenti della grazia…

* * *
Il 12 aprile di quarant’anni fa Novella e Raul celebravano il loro matrimonio.
Quarant’anni: sono gli anni dell’esodo, della traversata del deserto… Ma no… voi il deserto l’avete sempre tenuto lontano… non avete mai vissuto in una casa a porte chiuse, come quella dei discepoli… voi, le porte le avete tenute sempre ben aperte, accoglienti per tutti.
E questo – credo – dall’inizio.
Giorni fa si parlava di un filmato del vostro matrimonio… mi piacerebbe vederlo, perché faccio un po’ fatica a immaginare come eravate fisicamente quel 12 aprile di quarant’anni fa… Invece non faccio fatica a pensare a come eravate “dentro”: due giovani innamorati e generosi, pieni di progetti, sorretti dalla fede, che vi dava un surplus di ali… E avete avuto il dono, il privilegio (che oggi è di pochi) di far durare nel tempo il vostro amore.

Il nostro testo di oggi ci ha fatto contemplare Gesù che “soffia” sui discepoli il suo Spirito. E abbiamo anche letto Romani 12, 9-18, che ci ha parlato della vita cristiana. C’è lì un’espressione che si riaggancia a quel soffio del Signore della sera di Pasqua: è l’invito ad essere “ferventi nello Spirito”, che si può anche tradurre “lasciate soffiare lo Spirito”.
Questo è importante, perché ci dice che lo Spirito del Signore non opera soltanto in un contesto religioso, né soltanto per operare miracoli e prodigi, ma opera anche nella vita di ogni giorno.
Non c’è nulla di più concreto e di più quotidiano di quella pagina dell’apostolo Paolo: essere “gioiosi nella speranza”, “perseveranti nella preghiera”, attenti ai bisogni degli altri, esercitare l’accoglienza, non lasciarsi afferrare dal gusto della grandiosità… Cosa c’è di più semplice e concreto di questa serie di atteggiamenti con cui Paolo descrive la vita di coloro che “lasciano soffiare lo Spirito”?

Certo, lo sappiamo anche troppo bene: chi fra noi può vantarsi di rispettare questo programma pure così semplice?
E però, vivere l’amore come credenti non è questione di rispettare un programma. È invece appunto, “lasciare soffiare lo Spirito”, che ci rende migliori di quanto siamo e ci consente, e vi ha consentito in questi quarant’anni di essere tutto sommato… ma sì… “gioiosi nella speranza”, “perseveranti nella preghiera”, attenti ai bisogni degli altri, accoglienti con chi ha bisogno di accoglienza…
Poi certo, si può sempre far di meglio… ma a questo ci pensa lui, lo Spirito che soffia dove vuole e come vuole…

Ma adesso, sulle ali del soffio dello Spirito, pensiamo anche al futuro.
Qual è il vostro progetto di vita cristiana per i prossimi quarant’anni? Ancora nella pagina di Paolo, possiamo pescare oggi per voi due, ma anche per tutti noi, un’altra sua parola, quella che dice: “Quanto all’onore, fate a gara nel rendervelo a vicenda”, pensando che forse al posto di “onore” potremmo anche dire: “rispetto”.
Questo “onore” o “rispetto” non è “buona educazione”. Ci si può anche mandare a quel paese conservando il rispetto per l’altro. Perché il rispetto è essenzialmente quello sguardo che, posato sull’altro, coglie la sua importanza e – direi – la sua grandezza che l’altro neanche immagina di avere, e gli dà il tempo e il modo di manifestarla. Sì, “rispettare” vuol dire lasciare all’altro il tempo di crescere (e, di crescere, non si finisce mai…), accettandolo intanto per quel che è, anche coi suoi difetti. Per questo si può anche litigare, non perché “L’amore non è bello se non è litigarello” (che è una brutta frase fatta), ma perché spesso proprio la lite (se chiaramente è tra due che fondamentalmente si rispettano e si amano) segnala all’altro che si è creato uno squilibrio che va riequilibrato, una distanza che bisogna colmare.
Non che vi auguri di litigare, beninteso… voglio solo ricordare a voi a me stesso e a tutti che è poi vero che sovente i momenti di confronto chiaro e esplicito fanno crescere, e che sono un vivere il rispetto: se ti parlo, anche a voce un po’ troppo alta, è perché ti considero in grado di ascoltarmi… se non ti parlassi, se facessi finta di niente, non ti considererei… ma credo proprio che voi, questo pericolo di “far finta di niente” non lo avete mai corso e non lo correrete nel futuro… Siete due caratteri forti e se siete ancora qui è perché avete saputo confrontarvi quando occorreva sempre in maniera costruttiva, sempre accettando e rispettando l’altro, e questo è l’amore, quello vero… non quello romantico, che alla fine regge poco… basta che non ci sia la luna piena, e l’incanto sfuma via…

Però c’è anche bisogno di un pizzico di romanticismo… Finisco con una poesia (finire così è romantico…). È una poesia di una donna, Virginia Satir, che ho tradotto per voi dal francese, e che tocca proprio la nozione evangelica del “rispetto”, dell’“onore da rendersi a vicenda”:

Io voglio amarti senza abbarbicarmi a te,
voglio apprezzarti senza giudicarti,
raggiungerti senza invaderti,
invitarti senza insistere troppo,
criticarti senza biasimarti,
aiutarti senza sminuirti.
Se tu mi vuoi concedere la medesima cosa,
allora noi potremo veramente incontrarci
sempre e sempre di nuovo
e arricchirci l’un l’altro.

Che il Signore continui a far soffiare il suo Spirito concreto e quotidiano sul vostro voler continuare ad amarvi; che lo lasci soffiare su tutti e tutte noi.

Ruggero Marchetti

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