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Luca 12, 13-21. Testo biblico e predicazione tenuta in San Silvestro – Cristo Salvatore la domenica 4 ottobre 2015, durante il culto della diciottesima domenica dopo la Trinità.

Or uno della folla gli disse: “Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità”. Ma Gesù gli rispose: “Uomo, chi mi ha costituito su di voi giudice o spartitore?”
Poi disse loro: “State attenti e guardatevi da ogni avarizia; perché non è dall’abbondanza dei beni che uno possiede, che egli ha la sua vita”.

E disse loro questa parabola:
“La campagna di un uomo ricco fruttò abbondantemente; egli ragionava così, fra sé: “Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti?” E disse: “Questo farò: demolirò i miei granai, ne costruirò altri più grandi, vi raccoglierò tutto il mio grano e i miei beni, e dirò all’anima mia: Anima, tu hai molti beni ammassati per molti anni; ripòsati, mangia, bevi, divèrtiti”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa l’anima tua ti sarà ridomandata; e quello che hai preparato, di chi sarà?”
Così è di chi accumula tesori per sé e non è ricco davanti a Dio”.
Chi di noi non vorrebbe incontrare Gesù? Incontrarlo davvero “a faccia a faccia”, avere il privilegio di vederlo e di parlargli, come potevano fare i suoi contemporanei in Israele? Sarebbe meraviglioso… ma potrebbe anche essere raggelante.
Così come deve essersi sentito raggelare quel “tale” che, nella pagina di oggi, s’era rivolto a lui elevando la voce “dalla folla” per chiedergli di fare da “giudice e spartitore” in una contesa che aveva col fratello circa un’eredità (davvero non c’è mai “nulla di nuovo sotto il sole”…).

Quello sconosciuto ha avuto il privilegio di vivere quello che noi possiamo solo sognare ad occhi aperti: ha incontrato Gesù, ha veduto i suoi occhi, l’ha ascoltato parlare, e ne è stato colpito. Al punto che ha deciso di chiedere il suo intervento in una faccenda per lui fondamentale, decisiva. Si sentiva defraudato da suo fratello della parte di beni che pensava gli spettasse, ed effettivamente in casi come questo, era uso in Israele, là dove era possibile, non rivolgersi ad un tribunale e affrontare una causa come facciamo noi, ma (forse in modo più saggio) chiamare a fare da arbitro un maestro, un rabbì, la cui equità e incorruttibilità fossero note a tutti. Adesso, quel “tale dalla folla ” pensa di aver trovato il maestro che cercava, il rabbì che può imporre la sua autorevolezza anche a quel “delinquente” del fratello, e lo può indurre a rendergli il maltolto.
Ecco allora la sua richiesta a Gesù: “Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità”; ma ecco anche la risposta che lo “gela”: “Uomo, chi mi ha costituito su di voi giudice o spartitore?”.
Insomma Gesù rifiuta in maniera molto chiara di intervenire in quella faccenda. E questo non perché abbia considerata ingiusta la richiesta di quel tale, e nemmeno perché per uno scrupolo morale non voleva aver nulla a che fare con questioni di soldi o di beni materiali. È che ha colto in colui che lo interpella qualcosa che non va e che non gli va… qualcosa che chiamerà subito dopo col nome che gli spetta: “avarizia” – che noi potremmo anche rendere con “avidità”, che è la convinzione che il solo vero modo di garantire se stessi e il proprio benessere è rivendicare e accumulare quanti più beni è possibile.

C’è in queste righe una sorta di gioco di parole: l’uomo chiede a Gesù di farsi “divisore” nella questione che ha con suo fratello circa la loro eredità, e Gesù non accetta quel ruolo, perché concepisce la divisione solo come “condivisione”.
Al cuore del suo evangelo, infatti, c’è il Regno di Dio, che è anch’esso una “eredità”, ma è un’eredità che non si può “dividere” e invece solo appunto “condividere”, perché il Regno di Dio ci attende perché tutti ne possiamo godere.
Insomma, qui Gesù rifiuta una giustizia tutta umana che non sia legata al nuovo ordine di condivisione che è proprio del Regno di Dio, e non accetta di lasciarsi coinvolgere in una questione di proprietà che, nel nome del tuo interesse e di quelli che pensi siano i tuoi diritti, ti impedisce di vedere nell’altro con il quale sei in contesa il prossimo da amare – e qui è chiaro che per l’uomo che si è rivolto a Gesù il fratello da cui rivendica la propria parte di eredità non è quel che si dice “il prossimo che egli ama”…

Anche perché Gesù ha a cuore non soltanto un aspetto, ma la pienezza della vita umana e -come preciserà subito dopo – la vita non consiste nell’“abbondanza dei beni che uno possiede”.
Ed è proprio così. I beni che riusciamo a accumulare non riescono a renderci immortali, non gliela fanno a sconfiggere la morte, che per ciascuno è sempre appena dietro la linea dell’orizzonte. È strano, ma è così, e forse ogni tanto dovremmo anche pensarci: noi viviamo grazie al respiro, al soffio vitale che è in noi: si tratta solo di un po’ di fiato, ma tutti i beni di questo mondo non possono garantircene il possesso…

* * *
Però, se ha dice no alla sua richiesta di arbitrato, Gesù non abbandona quell’uomo che lo ha interpellato, e come già altre volte ha fatto con altre persone che l’hanno incontrato, anche per lui si inventa e costruisce una parabola, quella del “ricco stolto”.
Sì, il “ricco stolto”, perché se uno si illude si poter garantire a se stesso un futuro felice con l’accumulo dei beni materiali, è proprio soltanto uno “stolto” che dimostra di non conoscere il valore effettivo delle cose.
E qui in particolare, la stoltezza del ricco contadino della storia che Gesù ci ha raccontato sta nel fatto che per lui la realtà consiste tutta solo nei suoi “granai” ricolmi, che allora sono tutta la sua gioia, la sua fiducia, il suo appagamento, e al di fuori di essi nulla conta…
Ma la vita non viene dai “granai”: la vita, e il grano stesso ed ogni bene… tutto viene da Dio! È Dio che dona, conserva e rende fecondi i campi e la vita. E allora – a volte le parabole di Gesù sono spietate – questo ricco che si bea dei suoi progetti di benessere e d’ozio, dovrà morire quella notte stessa: così capirà che neanche la sua “anima”, con la quale parla come se ne disponga a piacimento, neppure quella è sua (e ripensando a quello che abbiamo detto prima, non dimentichiamo che nella cultura di Israele, e perciò di Gesù, “l’anima” corrisponde al “soffio” che tiene l’essere umano in vita): Dio gliel’ha data, e Dio se la riprende quando vuole. E il ricco morirà. I suoi granai invece resteranno, ma andranno a qualcun altro…
In conclusione allora – questo è l’insegnamento di Gesù al “tale” dell’eredità e alla folla raccolta attorno a lui – l’unico atteggiamento non “da stolti” è capire che ogni guadagno, ogni possesso e accumulo (pur certo in sé perfettamente lecito) vale infinitamente meno di quel po’ di respiro che ti mantiene in vita, ed imparare a vivere di conseguenza: bisogna – è la chiusura della parabola – sapere farsi “ricco davanti a Dio” da cui viene la vita ed ogni cosa

* * *
Ma in questo testo d’oggi c’è anche di più di un sia pur importante e profondo insegnamento sul giusto o sull’ingiusto rapporto dell’essere umano coi beni e le ricchezze materiali.
Come ci viene indicato dall’affermazione finale di Gesù, che contrappone l’“accumulare tesori per sé” e “l’essere ricco davanti a Dio”, quell’uomo “dalla folla” e noi con lui, siamo tutti invitati a riflettere, in una prospettiva ben più ampia, sul modo complessivo in cui impostiamo la nostra vita, su tutto il nostro rapportarci a Dio, ed agli altri, e noi stessi, ed alle cose.

Luca, che ci ha raccontato la risposta di Gesù all’anonimo in lite col fratello e la parabola che poi ne è seguita, l’ampiezza dell’insegnamento del Signore sulle relazioni che fanno il nostro vivere l’ha compresa molto bene. E per aiutarci a comprenderla bene anche noi, ha fatto ricorso a una particolare tecnica di scrittura. Da un lato, infatti, proprio perché si parla delle relazioni – e per noi entrare in relazione con qualcuno, comunicare con lui, significa parlargli – ha evidenziato appunto l’importanza del parlare: in queste poche righe, il verbo “dire” è quasi onnipresente, è ripetuto per ben nove volte… Dall’altro lato, dando luogo a un contrasto che ci invita a riflettere, il contenuto del testo illustra invece la difficoltà che tutti abbiamo nel comunicare, nell’aprirci all’incontro con gli altri, e il pericolo, qualche volta mortale, che per questo corriamo di chiuderci in noi stessi, di diventare – nell’illusione dell’autosufficienza – spiritualmente “autistici”…

È proprio quello che capita all’“uomo ricco” della parabola che Gesù ha raccontato. È impressionante vedere con quale arte ci viene qui descritta la sua progressiva rovinosa chiusura verso tutto e tutti.
Già la prima reazione di fronte all’abbondanza del raccolto è molto indicativa. Quando proviamo nel cuore una grande gioia cosa c’è di più spontaneo di poterla condividere, di parlarne a coloro che amiamo… a chi ci vive accanto… e se siamo credenti, ci viene anche di ringraziarne Dio; qui invece, in questo ricco contadino, nulla di tutto questo. La sua “campagna” ha fruttato in abbondanza? Non il minimo segno di un minimo pensiero rivolto verso gli altri, e tanto meno nessun accenno di ringraziamento a Dio, che pure ha benedetto i suoi possedimenti.
No, quest’uomo pensa solo a se stesso: “Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? … demolirò i miei granai, ne costruirò altri più grandi, vi raccoglierò tutto il mio grano e i miei beni, e dirò all’anima mia: Anima, tu hai molti beni ammassati per molti anni; riposati, mangia, bevi, divertiti”.
C’è qui un impressionante accumulo di verbi alla prima persona singolare: “farò”, “demolirò”, “costruirò”, radunerò”, “dirò”; e un accumulo altrettanto impressionante del possessivo “mio”: “i miei raccolti”, “i miei granai”, “il mio grano”, “i miei beni” “la mia anima”… E in questo affastellarsi di “io” e di “mio” quest’uomo è convinto di trovare la sua felicità… guarda al futuro come tutto roseo… ancora una volta: “Dirò all’anima mia: Anima, tu hai molti beni ammassati per molti anni; riposati, mangia, bevi, divertiti”.
Ma poiché la sua felicità non la sa condividere, poiché la vuole tutta per sé, ne farà indigestione: essa gli scoppierà dentro la pancia e gliela squarcerà: quell’“anima” che è l’unica realtà con cui riesce a parlare, perché è talmente ricolmo di se stesso da doversi dividere in due (appunto lui e la sua anima) per riuscire a guardarsi e potersi piacere e potersi parlare – la sua anima gli sarà tolta via.
È un dono di Dio, come quel grano che vuole accumulare a più non posso. Tutti e due, la “sua anima” e il “suo grano”, sono doni di quel Dio a cui non pensa affatto. E poiché quel misero “uomo ricco” nemmeno sa cosa vuol dire “dono”, poiché sa solo accaparrare per se stesso… quel che gli è stato dato gli sarà tolto via: “Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa l’anima tua ti sarà ridomandata; e quello che hai preparato, di chi sarà?”. Sì, in quella stessa notte Dio gli richiederà quello che è suo (“suo” di Dio, e non del “ricco”), e non avrà più niente, né “anima” né “grano”… semplicemente, non avrà più se stesso. Lui che pensava solo al proprio “io” vivrà l’annientamento del suo “io”.

* * *
Sorelle e fratelli, questa parabola che certo si chiude in un modo non allegro nel segno della morte, e cioè della nostra finitudine, è un insegnamento sulla vita. Anche la nostra.
In questo tempo in cui… crisi e trionfo, rigetto o adorazione… tutto quanto è mercato, noi dobbiamo sapere che i giorni della vita non si comprano… ma questo non perché, come i monaci trappisti, ci dobbiamo ripetere ogni giorno: “Ricordati che devi morire”…. la vita non è una continua preparazione alla morte… l’evangelo non ci insegna affatto questo, come invece tanti cristiani hanno purtroppo pensato per tanto, troppo tempo… bensì per darci, o meglio, per lasciarci dare da Gesù uno stile di vita.
La felicità, ogni momento di felicità che ci è concesso di vivere, la viviamo davvero (come accennavo prima) solo se la sappiamo condividere affinché ci sia dato di vederla, la felicità che ci riscalda il cuore, riflessa e moltiplicata negli occhi di coloro che amiamo e che ci amano… È così: noi possiamo essere felici solo se riversiamo le gioie che ci è dato di vivere su chi ci vive accanto, sapendo che donare è il solo vero modo per guadagnare noi stessi e chi ci è caro…
Insomma, la felicità è un po’ come la manna (anch’essa un dono di Dio) che Israele raccoglieva nel deserto: ne dobbiamo conservare per noi stessi quel che ci è sufficiente per sorridere all’oggi; il di più è da condividere, sotto pena che ci marcisca in mano…

Anche oggi l’evangelo ci ha ricordato che la salvezza ci viene dall’esterno, non è dentro di noi, non consiste né nell’“io” né nel “mio”, ma consiste nel “noi”, nella condivisione al cui fondamento c’è il Signore.
Cristo è la nostra salvezza, con il suo insegnamento e con la sua persona, e oggi ce ne siamo resi conto una volta di più. Ma chiunque viene a noi, chiunque incontriamo sulle vie della vita, può essere per noi un dono di Gesù. Anzi, ancora di più, è un Gesù al quale aprirci per dare gioia e ricevere gioia. Due occhi, delle mani ed un sorriso che ci salvano dal rinchiuderci in noi stessi e – poiché,come abbiamo visto, la vita è relazione – due occhi, delle mani, un sorriso che ci salvano dal morire male e anche dall’essere morti mentre siamo ancora vivi.
Ruggero Marchetti

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