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Un pensiero dalla predicazione su Luca 12, 13-21, tenuta in San Silvestro – Cristo Salvatore il 4 ottobre 2015, durante il culto della diciottesima domenica dopo la Trinità.

 

 

QUI trovate il testo completo della predicazione e QUI l’elenco dei Sermoni

C’è in queste righe una sorta di gioco di parole: l’uomo chiede a Gesù di farsi “divisore” nella questione che ha con suo fratello circa l’eredità, e Gesù non accetta quel ruolo, perché concepisce la divisione solo come “condivisione”.
Al cuore del suo evangelo, infatti, c’è il Regno di Dio, che è anch’esso una eredità (la nostra vera celeste eredità), ma è un’eredità che non si può “dividere” e invece solo appunto “condividere”, perché il Regno di Dio ci attende perché tutti ne possiamo godere.
Insomma, qui Gesù rifiuta una giustizia tutta umana che non sia legata al nuovo ordine di condivisione che è proprio del Regno di Dio, e non accetta di lasciarsi coinvolgere in una questione di proprietà che, nel nome del tuo interesse di quelli che pensi siano i tuoi diritti, di impedisce di vedere nell’altro con il quale sei in contesa il prossimo da amare – e qui è chiaro che per l’uomo che si è rivolto a Gesù il fratello da cui rivendica la propria parte di eredità non è quel che si dice “il prossimo che egli ama”…

Anche perché Gesù ha a cuore non soltanto un aspetto, ma la pienezza della vita umana e, come preciserà subito dopo, la vita non consiste nell’“abbondanza dei beni che uno possiede”. Ed è proprio così. I beni che riusciamo a accumulare non riescono a renderci immortali, non gliela fanno a sconfiggere la morte che per ciascuno è sempre appena dietro la linea dell’orizzonte. È strano, ma è così, e forse ogni tanto dovremmo anche pensarci: noi viviamo grazie al respiro, al soffio vitale che è in noi: è solo un po’ di fiato, ma tutti i beni di questo mondo non possono garantircelo per sempre. Dietro alla richiesta dell’anonimo “tale dalla folla” Gesù ha colto qualcosa di questa convinzione, che se avesse avuto la sua “parte d’eredità” questo avrebbe dato sicurezza alla sua vita; da qui il secco e chiaro “no” di Gesù…
Ma se dice di no alla sua richiesta di arbitrato, Gesù non abbandona quell’uomo che lo ha interpellato, e come già altre volte ha fatto con altre persone che l’hanno incontrato, anche per lui si inventa e costruisce una parabola, quella del “ricco stolto”. Sì, il “ricco stolto”, perché se uno si illude si poter garantire a se stesso un futuro felice con l’accumulo dei beni materiali, è proprio soltanto uno “stolto”, perché dimostra così di non conoscere la realtà effettiva delle cose. E qui in particolare, la stoltezza del ricco contadino della storia che Gesù ci ha raccontato sta nel fatto che per lui la realtà consiste tutta soltanto nei suoi “granai” ricolmi… nel fatto che quei “granai” siano la sua gioia, la sua fiducia, il suo appagamento, e che al di fuori di essi nulla conti…

Ma la vita non viene dai “granai”: la vita, e il grano stesso ed ogni bene… tutto viene da Dio! È Dio che dona, conserva e rende fecondi i campi e la vita. E allora (a volte le parabole di Gesù sono spietate) questo ricco che si bea dei suoi progetti di benessere e d’ozio, dovrà morire quella notte stessa: così capirà che neanche la sua “anima” con la quale parla come se ne disponesse a piacimento… neppure quella è sua (e ripensando a quello che abbiamo detto prima, non dimentichiamo che nella cultura di Israele, e perciò di Gesù, “l’anima” corrisponde al “soffio” che tiene l’essere umano in vita). Dio gliel’ha data, e Dio se la riprende quando vuole. E il ricco sparirà. I suoi granai invece resteranno, ma andranno a qualcun altro…
In conclusione allora – questo è l’insegnamento di Gesù al “tale” dell’eredità, e alla folla raccolta attorno a lui – l’unico atteggiamento non “da stolti” è capire che ogni guadagno, ogni possesso e accumulo (pur certo in sé perfettamente lecito) è un dono di Dio, e d imparare a vivere di conseguenza: bisogna – è la chiusura della parabola – sapere farsi “ricco davanti a Dio”.
R. M.

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