sito delle CHIESE EVANGELICHE ELVETICA, METODISTA e VALDESE di TRIESTE e DIASPORA
Per ulteriori informazioni chiama lo 040 632770

Geremia 1, 4-19. Testo biblico e predicazione tenuta in Scala dei Giganti la domenica 18 ottobre 2015, durante il culto unificato in occasione dell’Assemblea di chiesa di inizio attività..

Geremia 1 , 4 – 19

La parola del Signore mi fu rivolta in questi termini: «Prima che io ti avessi formato nel grembo di tua madre, io ti ho conosciuto; prima che tu uscissi dal suo grembo, io ti ho consacrato e ti ho costituito profeta delle nazioni». Io risposi: «Ahimè, Signore, Dio, io non so parlare, perché non sono che un ragazzo». Ma il Signore mi disse: «Non dire: “Sono un ragazzo”, perché tu andrai da tutti quelli ai quali ti manderò, e dirai tutto quello che io ti comanderò. Non li temere, perché io sono con te per liberarti», dice il Signore. Poi il Signore stese la mano e mi toccò la bocca; e il Signore mi disse: «Ecco, io ho messo le mie parole nella tua bocca. Vedi, io ti stabilisco oggi sulle nazioni e sopra i regni, per sradicare, per demolire, per abbattere, per distruggere, per costruire e per piantare».
Poi la parola del Signore mi fu rivolta in questi termini: «Geremia, che cosa vedi?» Io risposi: «Vedo un ramo di mandorlo». E il Signore mi disse: «Hai visto bene, poiché io vigilo sulla mia parola per mandarla ad effetto».
La parola del Signore mi fu rivolta per la seconda volta: «Che cosa vedi?» Io risposi: «Vedo una gran pentola che bolle e ha la bocca rivolta dal settentrione in qua». E il Signore mi disse: «Dal settentrione verrà fuori la calamità su tutti gli abitanti del paese. Poiché, ecco, io sto per chiamare tutti i popoli dei regni del settentrione», dice il Signore; «essi verranno, e porranno ognuno il suo trono all’ingresso delle porte di Gerusalemme, contro tutte le sue mura all’intorno, e contro tutte le città di Giuda. Pronunzierò i miei giudizi contro di loro, a causa di tutta la loro malvagità, perché mi hanno abbandonato e hanno offerto il loro incenso ad altri dèi, e si sono prostrati davanti all’opera delle loro mani. Tu dunque, cingiti i fianchi, àlzati, e di’ loro tutto quello che io ti comanderò. Non lasciarti sgomentare da loro, affinché io non ti renda sgomento in loro presenza. Ecco, oggi io ti stabilisco come una città fortificata, come una colonna di ferro e come un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda, contro i suoi prìncipi, contro i suoi sacerdoti e contro il popolo del paese. Essi ti faranno la guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per liberarti», dice il Signore.

 

“La parola del Signore mi fu rivolta in questi termini”. Alla lettera del testo ebraico: “La parola del Signore fu su di me”, e anzi, poiché il termine ebraico “parola”, “davar”, dice molto di più che non in italiano, poiché significa anche “la realtà concreta”, “l’energia”, “i fatti” che la parola pronunciata produce, Geremia ci sta qui raccontando la sua vocazione nei termini di una forza che gli è arrivata addosso e l’ha afferrato per non mollarlo più. È, né più né meno, un rapimento: adesso quel giovane uomo, quel “ragazzo”, non s’appartiene più: non ha più una sua storia, un suo progetto autonomo di vita, è un possesso di Dio.
Adesso, ma in realtà già da sempre: la parola che lo afferra gli dice chiaramente che l’aveva fatto suo da prima ancora che venisse al mondo: “Prima che io ti avessi formato nel grembo di tua madre, io ti ho conosciuto; prima che tu uscissi dal suo grembo, io ti ho consacrato”. È davvero impressionante: il passato, il presente, il futuro di Geremia tutto è serrato, stretto, dominato dalla Parola/Forza del Signore!
Siamo lontanissimi dalla visione del trono di Dio e della sua gloria, dal “Santo, santo, santo!” di Isaia (cfr 6,1 ss.)! E siamo anche lontani da Ezechiele al quale, sulla riva dell’Eufrate, sono accordate “visioni divine” (cfr capp. 1 -3)! Qui c’è solo, poderosa, la “nuda” Parola di Dio che già da prima del suo concepimento, quando ancora non aveva un corpo e un nome, l’ha “conosciuto” e l’ha “messo da parte”: lo ha separato da ogni altra realtà per farlo suo profeta. Non profeta “della gloria” come Isaia, né profeta “dello Spirito” come Ezechiele, ma profeta della Parola, sola e nuda!

Dinanzi a questa Parola che l’afferra, Geremia si ritrae terrorizzato. È troppo grande Dio e è troppo grande quello che vuole da lui: “Io ti ho consacrato e ti ho costituito profeta delle nazioni”: profeta non soltanto “di Israele” – e già ce ne sarebbe ben più che a sufficienza, ma “delle nazioni”: profeta di Dio per il mondo che non conosce Dio!
Così la prima parola che Geremia pronuncia da profeta è un gemito, un suono inarticolato: “Ah, Signore, Dio, io non so parlare, perché non sono che un ragazzo”: “Sono senza esperienza e senza autorità, incapace anche solo di parlare davanti agli anziani del mio popolo; e come mi puoi chiedere di rivolgermi addirittura al mondo, alle nazioni, in nome tuo e con il tuo potere?”…
Davvero Geremia è molto diverso dagli altri grandi profeti del suo popolo (ricordiamo il bell’“Eccomi, manda me!” con cui Isaia ha risposto al “Chi manderò?” divino): è molto più timido, più insicuro, e sono anche diversi i tempi e le situazione che si trova a vivere… Sa, Geremia, che dovrà condividere con chi gli vive accanto un’agonia. Sa che Giuda s’avvia rapidamente incontro alla disfatta e sa anche – poiché Dio glielo dice chiaramente – che lui dovrà in qualche modo contribuire a quella disfatta: la Parola, che s’è impadronita di lui e che d’ora in poi lo porterà, perché a sua volta egli la porti agli uomini, è “per sradicare, demolire, abbattere, distruggere”… tutte realtà negative, di dolore. E certo sarà duro per lui vedere la disperazione che lo scatenarsi che la Parola che dovrà portare susciterà nei cuori, negli sguardi, nella vita dei suoi fratelli e delle sue sorelle…
Ma come aveva fatto con Mosè, il primo dei profeti (ci sono tanti punti di contatto, impressionanti, fra la scena del “pruno ardente” in Esodo 3 e questa scena di vocazione) così Dio fa con lui: passa sovranamente al di sopra dei suoi dubbi, delle sue difficoltà, delle sue scuse; passa sopra al suo doloroso smarrimento e con una risolutezza, che stronca ogni obiezione, lo mette davanti alla realtà del compito che lo attende ineluttabile: “Non dire: Sono un ragazzo, perché tu andrai da tutti quelli ai quali ti manderò, e dirai tutto quello che io ti comanderò”. Piaccia o no a Geremia, è obbligato all’ubbidienza: deve essere profeta, e profeta sarà; e lo sarà come Dio ha stabilito! Ma proprio l’obbedienza al suo Signore sarà, è già per lui, libertà: se temi Dio non temi nessun altro. Ed è il Signore stesso che questo lo ricorda a Geremia: “Non li temere”… non temere nulla e nessuno… “perché io sono con te per liberarti”.

Poi, ecco che la Parola si fa gesto: “ Il Signore stese la mano e mi toccò la bocca; e il Signore mi disse: «Ecco, io ho messo le mie parole nella tua bocca…”.
La Parola di Dio non è mai solo un soffio o solo un suono; come dicevo prima, è un’energia vitale: ti arriva addosso e si fa carne della tua propria carne, nutrimento che ti dà quella forza che non hai… Per sopportare il peso della sua vocazione, Geremia non deve solo ascoltarla, capirla e interpretarla: la deve assimilare… È un cibo sostanzioso che deve fare suo…
E così, nutrito e fortificato dalla “parola/cibo” del suo Dio, questo “ragazzo” timido e sgomento ora è costituito, con un vertiginoso salto d’orizzonte, “sorvegliante” sui popoli e sui re! Come Adamo nel giardino dell’Eden controllava e amministrava il mondo appena nato nel nome del Creatore, così Geremia dovrà sorvegliare su nazioni e sovrani…
Sì, questo piccolo ebreo che trema a paragonarsi anche solo agli anziani di Israele, dominerà, nel nome di Dio, su culture e persone, su eserciti e città, dallo schiavo più umile al gran re del Caldei. Innalzerà la Parola che – come abbiamo visto – “sradicherà e demolirà, abbatterà e distruggerà” l’orgoglio e la violenza degli umani coi loro frutti bacati, perché solo così, dopo aver fatto piazza pulita, potrà finalmente “costruire e piantare”, dare vita a un mondo nuovo.
Non è un caso che, a trent’anni dalla sua vocazione, nella meravigliosa lettera che dopo la catastrofe e la distruzione di Gerusalemme invierà ai suoi compatrioti deportati a Babilonia, Geremia darà loro il coraggio necessario per vivere la schiavitù senza disperazione e senza sogni vani, parlando del futuro che li attende proprio con i due ultimi verbi, quelli positivi, della sua vocazione: “Costruite case e abitatele; piantate giardini e mangiatene il frutto… cercate il bene della città dove vi ho fatto deportare e pregate il Signore per essa, perché dal suo bene dipende il vostro bene” (cfr Geremia 29, 5.7).

* * *
Ma intanto la Parola del Signore non s’arresta e ancora fa e colpisce: “Cosa vedi, Geremia?”. Geremia non deve solo ascoltare. Deve guardarsi attorno e decifrare la realtà che lo circonda. La potenza di Dio coinvolge la materia di cui il mondo è formato. E la Parola che s’era fatta prima nutrimento del corpo del profeta, si fa corpo essa stessa, dice se stessa negli oggetti concreti che si fanno messaggio, insegnamento, rivelazione…
“Vedo un ramo di mandorlo”. Un frammento ordinario di realtà, nulla di prodigioso e sconvolgente; ma in quel ramo e in quei fiori in sé così normali, Geremia coglie Dio, la sua presenza viva che gli parla, si rivolge ai suoi dubbi: “Pensi che il tuo compito sia impossibile? che tu, un essere umano così fragile non possa parlare a nome mio, perché solo Dio può parlare di Dio? Sappi che, se ho affidato a te la mia Parola, ‘io vigilo su lei per mandarla ad effetto’. Non dipende da te che il fiore del mandorlo sbocci alla sua stagione prima di ogni altro fiore, e nello stesso modo non dipende da te che la mia Parola trovi la sua realizzazione nella storia.
E proprio della storia parla l’altra visione: “la grande pentola che bolle ed ha la bocca rivolta dal settentrione in qui”. Come quella “pentola” tutta la terra “bolle”, e Geremia sarà scaraventato nel cuore stesso di questo ribollire. Sì, il dolce interprete del “mandorlo fiorito” sarà gettato nella mischia dei popoli. Questa è la sua missione, il suo destino: “profeta delle nazioni”, sentinella avanzata, dovrà vedere prima di ogni altro l’irrompere furioso dei popoli del nord addosso alla sua gente, e soffrirne per primo, lacerato fra un Dio condannato a punire e il suo popolo che ama, condannato a subire quella punizione. “Guardo la terra: “è deserta e vuota” – saranno di lì a poco le parole della sua desolazione – “il cielo: la luna è scomparsa da esso. Guardo le montagne: tremano; tutte le colline sono scosse. Guardo: non ci sono più uomini, e tutti gli uccelli sono fuggiti. Guardo: il paese dei frutteti è un deserto, tutte le città sono incendiate dal Signore, dalla sua ira ardente” (cfr 4, 23 ss.).
Sarà proprio così: Geremia prenderà su di sé, fin nelle viscere, i frammenti spezzati della disgregazione del suo popolo.

* * *
Ed il Signore porta un terzo assalto. E eccoci al terzo ruolo che Geremia è chiamato a vivere: dopo il predestinato a portare alla genti la Parola, dopo il veggente che guarda la realtà per capirla e farla capire, ecco il guerriero destinato a affrontare il potere politico e quello religioso, e l’opinione comune del suo popolo. Questo “ragazzo” timido dovrà levarsi in piedi e fare della sua vita un fatto pubblico: “Tu dunque” – così gli viene detto – “cingiti i fianchi, alzati, e di’ loro tutto quello che ti comanderò”.
Dopo l’autorità con cui l’ha costituito “sorvegliante dei popoli e dei re”, ora il Signore comunica a Geremia la libertà interiore ed esteriore che solo lui può dare. Così, il colloquio di Dio con Geremia non si chiude nell’interiorità ma, appunto, “in piedi!”, per annunciare a tutti la parola.
“Ti faranno la guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per liberarti”. Le parole finali della vocazione che Dio rivolge al suo giovane profeta ci dicono che la missione che gli viene affidata è fondamentalmente un “mandato a lottare ed a vincere”. Geremia non è chiamato a essere debole, ma forte; non ad essere un vinto, bensì un vincitore; non a morire ma a sopravvivere ad una dura guerra. Come abbiamo ascoltato, Dio lo chiama a “cingersi i fianchi”, a fare il gesto di chi s’appresta a partire per un viaggio, o s’appresta a combattere… E ancora, e di più!, Geremia è “stabilito come una città fortificata, come una colonna di ferro e come un muro di bronzo contro tutto il paese”! Davvero saldo e solido, dritto in piedi al cospetto della casa reale, e nel tempio e nella strada.

Certo, quest’immagine forte e in qualche modo rude di Geremia contrasta con l’idea che abitualmente abbiamo di lui, come “il profeta delle lamentazioni e delle lacrime”. Ma appunto, è quest’idea che è sbagliata, così com’è sbagliato tanto dolorismo cristiano (o pseudo cristiano), che si compiace di vedere prima nei profeti, poi in Gesù stesso e nei suoi apostoli dei miti sconfitti sofferenti…
Per Geremia in particolare si usa a volte la parola “passione”, la stessa che usiamo pensando alle sofferenze e alla morte di Gesù. Dobbiamo stare attenti ad evitare di introdurre in questa parola una nota di passività che invece non dev’esserci: “passione” ha in sé anche un significato forte, si riferisce all’essere “appassionati”. E Gesù e Geremia prima di lui, sono stati trascinati a lottare dalla loro passione per Dio. Sì, la loro passione è stata una lotta, e una lotta all’ultimo sangue! E questa lotta, e la sofferenza che è legata alla lotta, questo (e qui chiaramente pensiamo soprattutto a Gesù) ha prodotto la salvezza! Noi non siamo salvati perché Gesù ha sofferto, ma perché ha lottato e per questo anche sofferto per salvarci!
In termini diversi, questo vale anche per Geremia. Dovrà gridare “contro tutto il paese” per far conoscere a “tutto il popolo” le decisioni che Dio ha preso “a causa di tutta la loro malvagità” e così, ancora una volta posto fra queste due totalità: da un lato “tutto il paese” e dall’altro tutto il peso dei “giudizi di Dio contro di loro”, si troverà fatalmente al centro dello scontro. Per evitare questo, occorrerebbe infatti un compromesso che elimini o qualcosa della radicalità della Parola, o qualcosa della radicalità del peccato degli uomini a cui la Parola è indirizzata. Ma questo “smussamento degli spigoli” non fa parte del progetto di Dio per il profeta. E allora, “i re di Giuda, i suoi principi, i suoi sacerdoti e il popolo del paese”, tutti, nessuno escluso, combatteranno contro Geremia e i quarant’anni del suo ministero saranno tempestosi e pieni di dolore.
Ma ciò non ci autorizza a parlare di lui in modo sbrigativo come del “profeta sofferente”. Qui si parla di un uomo assegnato a un progetto, il progetto di Dio, con la serena certezza (che certo avrà le sue incrinature, ma saprà superarle) che proprio lui, il suo Dio, lo aiuterà: “Io sono con te per liberarti, dice il Signore”. È la parola che chiude la sua vocazione… la parola che Geremia non dimenticherà mai, e sarà la sua forza nella sua debolezza…

* * *
“La parola del Signore fu su di me…”, così Geremia. “La parola del Signore è su di noi”, così noi oggi, la chiesa del Signore. Perché oggi quella Parola afferra noi, la chiesa, e chiama noi ad essere profeti.
Sì, noi siamo affidati a questa Parola forte e scomoda, e chiamati a farla risuonare in tutta la sua scomodità. Se Geremia è stato un profeta per un tempo di crisi, il tempo della fine della libertà del suo popolo, noi siamo una chiesa per un tempo difficile, da molti segni il tempo del tramonto della nostra civiltà occidentale. E se bisogna dire tutto quello che Dio ci comanda di dire al “paese tutto intero”, dovremo anche noi affrontare dei conflitti.
A causa della sua predicazione, Geremia ha trascorso venti anni della sua vita prigioniero, perché non ha voluto e nemmeno potuto camuffare nulla sia della Parola che annunciava, sia della realtà del mondo a cui l’annunciava. C’erano quei verbi: “sradicare, demolire, abbattere, distruggere”, che non potevano non suscitare le reazioni più dure, ma che andavano detti, perché solo così si potevano diventare realtà gli altri due verbi “costruire e piantare”…
E è solo perché ha saputo proclamare con coraggio quei primi quattro verbi negativi che Geremia s’è mostrato solidale fino in fondo con coloro che per averli uditi dalla sua bocca gli si rivoltavano contro e l’odiavano e lo legavano con catene: solo così ha potuto creare le condizioni per la loro conversione e la loro ripartenza incontro al tempo in cui si può “costruire” e “piantare” il nuovo…
Così, quest’antico profeta solidale col suo mondo, chiama anche noi alla solidarietà col nostro mondo: come è toccato a lui, così invita anche noi a vivere in tensione tra Dio e le sue esigenze (che poi sono le esigenze dell’amore) e il popolo a cui noi apparteniamo e le sue infedeltà.
E anche la nostra missione ha i suoi verbi negativi e i suoi verbi positivi. E che cos’è per noi oggi “distruggere” e “demolire”? E che cos’è per noi “piantare” e “costruire”?
Abbiamo tutti avvertito nella carne, e l’avvertiamo ancora, la crisi economica di questi nostri anni: un sistema che non funziona più. Per “costruirne” uno nuovo, più giusto e solidale, che abbracci il mondo intero e non pensi solo a rilanciare i nostri paesi ricchi, non dovremmo forse dire col coraggio che ci viene da Dio la sua Parola che contribuisca a “demolire” la corsa al profitto e all’arricchimento più sfrenato che ci ha portato sino a questo punto?
E anche nel nostro ambito religioso, noi dovremmo “sradicare” l’idea soprattutto molto diffusa di un Dio solo “misericordia”, “il cui mestiere è solo perdonare”, che alla fine diventa irrilevante. No, proprio perché “Dio è amore”, e l’amore è esigente, vuole il bene di chi ama… nel momento stesso in cui ci fa misericordia, non chiude gli occhi sulle nostre menzogne, e vuol “piantare”, e ci chiama a far questo, la sua Parola di giudizio e di grazia (e noi sappiamo bene che solo se prima è “di giudizio”, può davvero essere “di grazia”) al centro delle nostre esistenze.

Ma come portiamo noi questa Parola? Innanzitutto con la predicazione… Ricordate La seconda confessione elvetica di Bullinger: “La predicazione della parola divina è Parola di Dio”?…
Una predicazione che sia insieme una critica dell’opera umana e un’apertura all’opera di Dio; che sia portatrice di un fuoco che distrugge (che sia “pentola bollente”) e sia anche ricca della promessa del Dio che veglia (che sia “ramo di mandorlo”)…
Una predicazione così non può lasciarci indenni. Dobbiamo anche noi accettare la sfida di ritrovarci inevitabilmente al centro dello scontro tra la Parola scomoda di Dio che per costruire deve prima criticare ed abbattere, ed i nostri fratelli e sorelle in umanità che da questa parola sono criticati, giudicati, abbattuti, e perciò la contestano e perciò ci contestano, oggi spesso ignorandoci… e non è affatto facile per una chiesa essere ignorata, e quanta frustrazione, quanto scoraggiamento tutto questo ci provoca!
Insomma, predicare ci rimette continuamente in questione, e però al tempo stesso, il nostro lasciarci investire dalla Parola per poterla annunciare accresce la nostra fiducia… ci rinnova l’esperienza che “non ci vinceranno, perché il Signore è con noi per liberarci”…
Scoramento e fiducia… frustrazione ed impegno… è la nostra lotta al servizio di Dio, la nostra partecipazione alle sofferenze di chi subisce la distruzione e alla realizzazione di ciò che la Parola a cui siamo affidati, dopo avere distrutto, costruirà.

Ruggero Marchetti

I commenti sono stati disabilitati.

Chiesa Elvetica e Valdese

Piazza S. Silvestro 1
34121 Trieste
tel. e fax 040632770
chiesaelveticavaldese@gmail.com

Chiesa Metodista

Scala dei Giganti 1
34122 Trieste
tel. e fax 040 630892
chiesametodistatrieste@virgilio.it

Past. Ruggero Marchetti

Via G. Brunner 8
34125 Trieste
tel. 040 3480366
uff. 040 2415915
rmarchetti@chiesavaldese.org