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Un pensiero dalla predicazione su Geremia 1, 4-19, tenuta in Scala dei Giganti il 18 ottobre 2015, durante il culto unificato in occasione dell’Assemblea di inizio attività.

QUI trovate il testo completo della predicazione e QUI l’elenco dei Sermoni

“La parola del Signore fu su di me…”: così Geremia. “La parola del Signore è su di noi”: così noi oggi, la chiesa del Signore. Perché oggi quella Parola afferra noi, la chiesa, e chiama noi ad essere profeti.
Sì, noi siamo affidati a questa Parola forte e scomoda, e chiamati a farla risuonare in tutta la sua scomodità. Se Geremia è stato un profeta per un tempo di crisi, il tempo della fine della libertà del suo popolo, noi siamo una chiesa per un tempo difficile, da molti segni il tempo del tramonto della nostra civiltà occidentale. E se bisogna dire tutto quello che Dio ci comanda di dire al “paese tutto intero”, dovremo anche noi affrontare dei conflitti.
A causa della sua predicazione, Geremia ha trascorso venti anni della sua vita prigioniero, perché non ha voluto e nemmeno potuto camuffare nulla sia della Parola che annunciava, sia della realtà del mondo a cui l’annunciava.
C’erano quei verbi: “sradicare, demolire, abbattere, distruggere”, che non potevano non suscitare le reazioni più dure, ma che andavano detti, perché solo così si potevano diventare realtà gli altri due verbi “costruire e piantare”…
E è solo perché ha saputo proclamare con coraggio quei primi quattro verbi negativi che Geremia s’è mostrato solidale fino in fondo con coloro che per averli uditi dalla sua bocca gli si rivoltavano contro e l’odiavano e lo sbattevano in prigione: solo così ha potuto creare le condizioni per la loro conversione e la loro ripartenza incontro al tempo in cui si può “costruire”… si può “piantare” il nuovo…
E in questo modo, quest’antico profeta solidale col suo mondo, chiama anche noi alla solidarietà col nostro mondo: come è toccato a lui, così invita anche noi a vivere in tensione tra Dio e le sue esigenze (che poi sono le esigenze dell’amore) e il popolo a cui noi apparteniamo e le sue infedeltà.
E anche la nostra missione ha i suoi verbi negativi e i suoi verbi positivi. E che cos’è per noi oggi “distruggere” e “demolire”? E che cos’è per noi “piantare” e “costruire”?
Dobbiamo anche noi accettare la sfida di essere sempre al centro dello scontro tra la Parola scomoda di Dio che per costruire deve prima criticare ed abbattere, ed i nostri fratelli e sorelle in umanità che da questa parola sono criticati, giudicati, abbattuti, e perciò la contestano e perciò ci contestano, oggi spesso ignorandoci… e non è affatto facile per una chiesa essere ignorata, e quanta frustrazione, quanto scoraggiamento tutto questo ci provoca!
Insomma, predicare ci rimette continuamente in questione, e però al tempo stesso, il nostro meditare… il nostro lasciarci investire dalla Parola per poterla annunciare… accresce la nostra fiducia… ci rinnova l’esperienza che “non ci vinceranno, perché il Signore è con noi per liberarci”… R. M.

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