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Luca 2, 8-20. Testo biblico e predicazione tenuta in San Silvestro il venerdì 25 dicembre 2015, durante il culto del Natale

Luca 2 , 8 – 2 0

In quella stessa regione c’erano dei pastori che vigilavano e di notte facevano la guardia al loro gregge. E un angelo del Signore fu su di loro e la gloria del Signore rifulse intorno a loro, ed essi temettero d’un grande timore. E disse loro l’angelo: “Non temete, poiché ecco, vi porto il lieto annunzio di una grande gioia che sarà per tutto il popolo: oggi nella città di Davide è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo Signore. E questo sarà per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce e coricato in una mangiatoia”. E subito, all’angelo si unì una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva:

“Gloria a Dio nei luoghi altissimi,
e pace in terra agli uomini che egli ama”.

E quando gli angeli si furono allontanati da loro verso il cielo, i pastori dicevano fra di loro: “Andiamo fino a Betlemme e vediamo quel che è avvenuto e che il Signore ci ha fatto conoscere”. E andarono in fretta, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E avendo visto, fecero conoscere la parola che era stata loro detta riguardo a quel bambino. E tutti quelli che udirono erano meravigliati delle cose dette loro dai pastori. Maria poi conservava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. E i pastori se ne tornarono indietro glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano visto e udito, come era stato loro detto.
“Un angelo del Signore fu su di loro e la gloria del Signore rifulse intorno a loro, ed essi temettero d’un grande timore”.

 

“Temettero d’un grande timore”: l’evangelo ci dice che cosa hanno provato i pastori di Betlemme quando hanno visto irrompere su loro “un angelo del Signore”.
Ma cosa avevano quegli uomini nel cuore prima che l’angelo venisse “su di loro”? A cosa mai pensavano, quali speranze, e che timori avevano?…
Luca non ce lo dice, e noi non lo sappiamo. Forse non pensavano niente, affaticati come erano in quelle lunghe ore della notte… forse tra loro qualcuno dormicchiava… forse qualcun altro correva, gridando ed imprecando, dietro a qualche animale che s’era allontanato. E anche chi pensava, probabilmente grandi pensieri non ne aveva: erano, quei pastori, uomini scostanti e solitari, spesso anche pericolosi, abbrutiti dalla dura esistenza che portavano avanti, sotto il cocente sole di quelle latitudini e al freddo delle notti; e erano anche degli esclusi: in particolare, per i pii di Israele, delle persone impure, perché quasi mai in grado di compiere le abluzioni richieste per mangiare, o per poter pregare…

Ma lasciamo per un attimo quei poveri pastori al loro “grande timore” per l’arrivo dell’angelo, e facciamo un salto indietro di otto secoli, all’altra pagina della Scrittura che abbiamo letto oggi.
Abbiamo udito come, in quella stessa terra, l’angelo del Signore sia apparso a un altro uomo, di cui invece sappiamo bene quel che pensava prima che l’inviato divino arrivasse e lo toccasse. Quell’uomo era un profeta, e si chiamava Elia ( cfr 1 Re 19, 1-21). Ed era disperato. Aveva combattuto contro il culto degli idoli nel nome del Signore, ed era stato vinto e messo in fuga. Aveva camminato un giorno intero, e poi s’era appoggiato ad una pianta e aveva detto: “Basta, Signore. Prendi la mia vita, perché io non valgo più dei miei padri”.
Ma se quell’uomo forte è così stanco e sconsolato da non avere in mente che quel ”Basta!” da dire al suo Signore, il suo Signore – Dio – ha per lui altri pensieri, ha un suo progetto da portare avanti.

Ecco allora la parola dell’angelo ad Elia, che spazza via il suo “basta”: “Alzati e mangia, perché il cammino è lungo”. E Elia si alza, mangia e si mette in cammino e arriva al Monte Oreb, la montagna della rivelazione di Dio a Mosè. Sull’Oreb c’è una grotta, Elia vi entra e vi passa la notte.
Poi, ecco la parola del Signore: “Che fai qui, Elia?”. Ed Elia allora ricorda la sua lotta, la sua sconfitta, la sua solitudine: “Io sono stato mosso da un grande zelo per il mio Signore, per il Dio delle schiere, perché i figli di Israele hanno abbandonato il tuo patto, hanno demolito i tuoi altari e hanno ucciso con la spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo e cercano di togliermi la vita”.
Di fronte al fallimento di quell’uomo, di fronte alla sua angoscia, Dio non ha una parola di risposta. Ha di meglio e di più: offre ad Elia se stesso: “Va’ fuori” – così dice al profeta – “e fermati sul monte, davanti al Signore”.
“E il Signore passò”. E’ la scena giustamente famosa, perché davvero grande, del passaggio di Dio davanti a Elia: si leva d’improvviso “un vento forte”, una tempesta che schianta i monti e spezza le rocce, “ma il Signore non era nel vento”. Poi ecco un terremoto, che scuote tutto il monte, “ma il Signore non era nel terremoto”. Ancora, cade “un fuoco”, un fulmine dal cielo, ma neanche lì c’è Dio.
Poi… silenzio. Un silenzio assoluto, impressionante… anzi, “una voce del massimo silenzio” (questo è il significato letterale dell’espressione ebraica che troviamo nel testo e che quasi tutte le traduzioni addolciscono e anche banalizzano parlando di “un suono dolce e sommesso”…).
E Elia si rende conto con stupore che è in quel silenzio che Dio si fa presente, e solo allora esce dalla grotta e, coprendosi il volto, si mette innanzi a lui.

E, a sorpresa, si ripete il colloquio di prima: il Signore gli chiede un’altra volta: “Che fai qui, Elia?”, e Elia risponde raccontando ancora, con le stesse parole, la sua vicenda di lotta e di sconfitta: “Io sono stato mosso da un grande zelo per il Signore, per il Dio delle schiere, perché i figli di Israele hanno abbandonato il tuo patto, hanno demolito i tuoi altari e hanno ucciso i tuoi profeti. Sono rimasto io solo, e cercano di togliermi la vita”.
Ma mentre ancora ripete quello che gli è accaduto, ora si rende conto di come abbia sbagliato e stia sbagliando: che proprio quello zelo così grande che l’aveva guidato nella sua lotta contro i suoi nemici e che l’aveva spinto a “mettere scompiglio in Israele” (cfr 1 Re, 18,17) dando e rischiando morte, gli aveva fatto credere d’essere lui il protagonista della lotta contro i Baal. S’era sentito forte, Elia, e sicuro di sé: forte del suo vigore, forte della passione per il suo Dio che gli faceva fremere il cuore S’era sentito in qualche modo “inafferrabile come il vento”, “squassante come il terremoto”, “ardente come il fuoco”…
Adesso Dio gli dice: “Come io qui sul monte non mi sono reso presente in quegli elementi, così non c’ero in te quando con il tuo grande zelo e la tua forza, ti pensavi al centro delle vicende che vivevi. Io sono presente dove c’è silenzio; dove l’uomo sa mettere a tacere la consapevolezza di quel che vale e di quello che sa fare, per creare il vuoto in sé, ed in quel vuoto cogliere il mio agire, la mia potenza che non ha avversari. Da adesso in poi, “la voce del massimo silenzio” parlerà nel tuo cuore, dentro te… e così non vivrai più tu, Elia, con il tuo zelo che t’ha reso forte ma ti ha anche condotto al fallimento; d’ora in poi io vivrò in te, e vincerò con te e attraverso te!”.
Adesso Elia ha compreso, e è pronto a ripartire nel nome e per la forza del Signore. Ritornerà a combattere, ricolmo non di zelo, ma invece di quella “voce del massimo silenzio”: colmo solo di Dio! Ecco il frutto per lui del suo incontro col Signore sul Monte Oreb…

Torniamo a Betlemme, e torniamo a quei pastori che hanno aperto le nostre riflessioni.
Anche loro, come Elia, sono stati invitati dall’angelo a mettersi in cammino: “Troverete un bambino avvolto in fasce e coricato in una mangiatoia”…
E vanno, come Elia, e trovano il bambino, e sua madre e suo padre. Trovano una situazione e una realtà che non hanno proprio nulla di eccezionale: il contrasto tra questa scena del tutto “normale” di due genitori che vegliano e accudiscono il loro neonato, e la “moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: Gloria a Dio nei luoghi altissimi e in terra pace agli uomini che egli ama” è – se ci facciamo caso – impressionante.
Contrariamente a quel che si rappresenta nel presepe, accanto alla mangiatoia di Gesù, non solo non ci sono né l’asino né il bue, ma non ci sono nemmeno gli angeli, e non ci sono canti… non c’è più niente di quello “straordinario” ch’era apparso ai pastori. C’è solamente – per tornare ad Elia – “la voce del massimo silenzio”, della normalità di una povera nascita di un povero bambino…

Ma proprio questa “normalità” impensabile di un Dio che si rende presente in un bambino in tutto simile a tanti altri bambini… proprio quel divino “massimo silenzio”, quanto mai eloquente, interpella i pastori, chiede loro (come la voce di Dio al suo profeta): “Cosa fate qui, voi?”.
E stranamente, e meravigliosamente, di fronte a quel neonato che non parla ma sa solo frignare come tutti i neonati, i poveri pastori di Betlemme si sentono liberati dal “gran timore” della visione angelica, e trovano la pace, e quei pensieri che prima non avevano. Scoprono il “Dio con loro”, si sentono guardati, accompagnati, considerati, nella loro vita così dura, difficile, “impura”, da quello strano Dio che ha chiamato proprio loro per primi a accorrere a suo Figlio… apprezzati ed amati nella loro miseria, nell’emarginazione in cui si trovano…
È proprio così: l’apparizione sfolgorante dell’“angelo del Signore” li aveva davvero impauriti nel profondo, ma ora la semplice vista di quel “bambino” come tanti altri, li ricolma di gioia: “se ne tornarono indietro glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto”…

Ecco allora: Elia che si copre la faccia col mantello davanti alla “voce del massimo silenzio” in cui indovina Dio… i pastori che trovano un “bambino avvolto in fasce” e sentono che il cuore si dilata… che la salvezza è lì, nata per loro…
Veramente il nostro è un Dio che parla nel silenzio, nella semplicità… ci parla e ci trasforma… ridà senso a una vita che spesso non ha senso, e è invece solo angoscia, povertà e fallimento…

* * *
Dopo Elia e i pastori di Betlemme, oggi ci siamo noi.
Non ce ne siamo accorti stamattina, ma “l’angelo del Signore” ci ha toccati e ci ha mandati qui. Se no, come fanno tanti altri, ce ne staremmo forse ancora a letto, o a scartare i regali, o a fare colazione in tutta calma…
E come Elia e i pastori, anche noi ci siamo incamminati, e adesso siamo qui.

E qui troviamo il bambino di Betlemme, la sconvolgente normalità della sua nascita. Qui troviamo “la voce del massimo silenzio” che ci accoglie e ci parla con i nostri pensieri, suscitando cioè in noi la riflessione su chi siamo e facciamo, su quello che vorremmo per essere diversi: meno angosciati e stanchi, e meno soli… con nuove prospettive innanzi a noi…
Soprattutto ci dice, quel silenzio che viene dal bambino, quanto anche noi siamo amati da Dio: se il Creatore del cielo e della terra, se il Signore possente della storia adesso è qui, presente in un batuffolo di carne… e se fa tutto questo per amore,se lo fa solo per noi, ci vuole far capire, e ancora più, sentire dentro al cuore, che ci è davvero accanto… che è Dio ed è uno di noi… è Dio e è fra di noi… ed è così per noi.

E proprio perché Dio s’è fatto carne nella normalità di un parto di un bambino, proprio perché ha voluto venire fino a noi nel “massimo silenzio”, la storia non finisce, il tempo non s’arresta, come dovrebbe essere: Dio che viene nel mondo, dovrebbe essere… è la fine del mondo!
Ma non è così. La storia va avanti coi suoi giorni, i suoi mesi i suoi anni… il calendario scorre “dopo Cristo” così come scorreva ”avanti Cristo”, col medesimo ritmo…
Dante, in quel gran sogno che è il suo Inferno, dice che quando Lucifero è stato precipitato sulla terra, la terra inorridita s’è ritirata indietro aprendo una voragine, e l’angelo ribelle è andato ad incastrarsi nel centro del pianeta…
Qui Dio, che è ben più grande di Lucifero, discende sulla terra, e non accade niente, e tranne quei pastori lì in Giudea, nessuno se ne accorge… tutto va avanti nella normalità…

Già otto secoli prima, dopo l’incontro col suo Dio silenzioso eppure grande, Elia il profeta è ritornato a fare il profeta… e anche i pastori se ne ritorneranno al loro gregge, alla loro fatica… e anche noi oggi, al termine del culto ce ne ritorneremo a casa nostra, oggi al nostro pranzo di festa; e poi nei giorni che verranno, ai nostri impegni, alle normali cose d’ogni giorno… ritorneremo a fare quello che abbiamo sempre fatto…

Se però abbiamo capito, se ci è stata fatta la grazia di ascoltare, qui di fronte al ”bambino avvolto in fasce”, nella “voce del massimo silenzio”, la presenza di Dio – di questo Dio “accanto a noi” – allora, proprio come Elia e i pastori, noi ce ne torneremo a casa consolati… non più soli ma insieme a quel bambino, con dei pensieri nuovi ed un annuncio e una speranza nuova: “Non temete, poiché ecco, vi porto il lieto annunzio di una grande gioia, che sarà per tutto il popolo: oggi nella città di Davide è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo Signore…”.

* * *
Così abbiamo finito questo nostro sermone di Natale.
O forse no… o forse non per tutti…
Perché qualcuno può non riconoscersi nel modello che oggi ci siamo dati, di Elia e dei pastori di Betlemme: il primo in preda al proprio fallimento, al punto che sognava di morire… gli altri, povera gente emarginata, sola e abbrutita…
Sì, qualcuno di noi può forse dire: “Ma io non sono così. Io sono abbastanza soddisfatto della mia vita, non mi sento un fallito né tanto meno abbrutito… ho fatto molto, ho buone prospettive… Perché mai tutto questo dovrebbe riguardarmi?”.
Forse anche questo è vero… forse è proprio così…
C’è però un passo, nel libro dei Proverbi, sulcui vale la pena di riflettere. È al capitolo 30 e dice questo:

“Tre cose hanno un incedere solenne
e quattro hanno un’andatura maestosa:
il leone, che è il re degli animali
e non indietreggia davanti a nessuno;
il gallo che ancheggia in mezzo alle galline,
il capro che cammina in testa al gregge,
e il re quando è in mezzo alle sue truppe.
Se tu sei stato così stolto da diventare superbo,
metti alla bocca il dito…” (Proverbi 30, 30-32).

Se sei così soddisfatto di te stesso, se sei così sicuro da sentirti un gradino sopra gli altri, guardati attorno… Ti accorgerai che non soltanto il re, che non solo il leone, ma anche il capro… persino il gallo che ancheggia nel pollaio ti supera in maestà…
Perciò impara a stupirti: “metti alla bocca il dito” e sta’ in silenzio, riflettendo e ammirando…
Capirai che anche tu hai bisogno del Dio che non “incede” e non “ancheggia”… il Dio che si fa bambino e che, in silenzio, viene al mondo per te, anche proprio per te.

Ruggero Marchetti

 

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