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Giosuè 24, 1-28. Testo biblico e predicazione tenuta nella chiesa metodista di Scala dei Giganti alla domenica 10 gennaio 2016, durante il culto unificato della Giornata del Rinnovamento del Patto

GIOSUE’ 24 , 1 – 28

Giosuè radunò tutte le tribù d’Israele a Sichem, e convocò gli anziani d’Israele, i capi, i giudici e gli ufficiali del popolo, i quali si presentarono davanti a Dio.
Giosuè disse a tutto il popolo: «Così parla il Signore, il Dio d’Israele:
“I vostri padri, come Tera padre di Abraamo e padre di Naor, abitarono anticamente di là dal fiume, e servirono gli altri dèi. E io presi il padre vostro Abraamo di là dal fiume, gli feci percorrere tutto il paese di Canaan, moltiplicai la sua discendenza e gli diedi Isacco A Isacco diedi Giacobbe ed Esaù, e assegnai a Esaù la proprietà del monte Seir, e Giacobbe e i suoi figli scesero in Egitto. Poi mandai Mosè e Aaronne, e colpii l’Egitto con i prodigi che feci in mezzo a esso; e dopo ciò, vi feci uscire. Dunque feci uscire dall’Egitto i vostri padri, e voi arrivaste al mare. Gli Egiziani inseguirono i vostri padri con carri e cavalieri fino al mar Rosso. Quelli gridarono al Signore ed egli pose delle fitte tenebre fra voi e gli Egiziani; poi fece venire sopra di loro il mare, che li sommerse – e gli occhi vostri videro quel che io feci agli Egiziani. Poi rimaneste a lungo nel deserto. Io vi condussi quindi nel paese degli Amorei, che abitavano di là dal Giordano; essi combatterono contro di voi e io li diedi nelle vostre mani; voi prendeste possesso del loro paese e io li distrussi davanti a voi. Poi Balac, figlio di Sippor, re di Moab, si mosse per combattere contro Israele; e mandò a chiamare Balaam, figlio di Beor, perché vi maledicesse; ma io non volli dare ascolto a Balaam; egli dovette benedirvi e vi liberai dalle mani di Balac. E passaste il Giordano, e arrivaste a Gerico; gli abitanti di Gerico, gli Amorei, i Ferezei, i Cananei, gli Ittiti, i Ghirgasei, gli Ivvei e i Gebusei combatterono contro di voi e io li diedi nelle vostre mani. E mandai davanti a voi i calabroni, che li scacciarono davanti a voi, com’era avvenuto dei due re amorei: ma questo non avvenne per la tua spada né per il tuo arco. E vi diedi una terra che non avevate lavorata, delle città che non avevate costruite; voi abitate in esse e mangiate il frutto delle vigne e degli uliveti che non avete piantati”.
Dunque temete il Signore e servitelo con integrità e fedeltà; togliete via gli dèi ai quali i vostri padri servirono di là dal fiume e in Egitto, e servite il Signore. E se vi sembra sbagliato servire il Signore, scegliete oggi chi volete servire: o gli dèi che i vostri padri servirono di là dal fiume o gli dèi degli Amorei, nel paese dei quali abitate; quanto a me e alla casa mia, serviremo il Signore».

Allora il popolo rispose e disse: «Lungi da noi l’abbandonare il Signore per servire altri dèi! Poiché il Signore è il nostro Dio; è lui che ha fatto uscire noi e i nostri padri dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù, che ha fatto quei grandi miracoli davanti ai nostri occhi e ci ha protetti per tutto il viaggio che abbiamo fatto, e in mezzo a tutti i popoli fra i quali siamo passati; e il Signore ha scacciato davanti a noi tutti questi popoli, e gli Amorei che abitavano il paese. Anche noi serviremo il Signore, perché lui è il nostro Dio».
E Giosuè disse al popolo: «Voi non potete servire il Signore, perché egli è un Dio santo, è un Dio geloso; egli non perdonerà le vostre ribellioni e i vostri peccati. Quando abbandonerete il Signore e servirete dèi stranieri, egli si volterà contro di voi, vi farà del male e vi consumerà, dopo avervi fatto tanto bene».
E il popolo disse a Giosuè: «No! Noi serviremo il Signore».
E Giosuè disse al popolo: «Voi siete testimoni contro voi stessi, che vi siete scelto il Signore per servirlo!» Quelli risposero: «Siamo testimoni!».
Giosuè disse: «Togliete dunque via gli dèi stranieri che sono in mezzo a voi, e inclinate il vostro cuore al Signore, che è il Dio d’Israele!»
Il popolo rispose a Giosuè: «Il Signore, il nostro Dio, è quello che serviremo, e alla sua voce ubbidiremo!»

Così Giosuè stabilì in quel giorno un patto con il popolo, e gli diede delle leggi e delle prescrizioni a Sichem. Poi Giosuè scrisse queste cose nel libro della legge di Dio; prese una gran pietra e la rizzò sotto la quercia che era presso il luogo consacrato al Signore.
E Giosuè disse a tutto il popolo: «Ecco, questa pietra sarà una testimonianza contro di noi; perché essa ha udito tutte le parole che il Signore ci ha dette; essa servirà quindi da testimonianza contro di voi; affinché non rinneghiate il vostro Dio».

Poi Giosuè rimandò il popolo, ognuno alla sua eredità.

 

“Scegliete oggi chi volete servire: o gli dèi che i vostri padri servirono di là dal fiume o gli dèi degli Amorei, nel paese dei quali abitate; quanto a me e alla casa mia, serviremo il Signore”.
Queste parole di Giosuè al suo popolo sono il cuore di questa lunga pagina. Dopo tanto cammino, tante lotte e fatiche, dopo tanti momenti di gioia e tante angosce, Israele vive ora un momento insieme difficile e privilegiato: il momento della scelta. Un momento difficile, perché fare una scelta, prendere una decisione è sempre difficile, o almeno non è facile: “decidere” significa “tagliare”, “separare”, perché si tratta ogni volta di prendere una cosa e di lasciarne un’altra. E chi mi dice che prendo la cosa giusta? Chi mi garantisce che non sto sbagliando? La scelta è sempre rischiosa: solo il futuro potrà dirmi se ho indovinato o no. Ma il futuro quando scelgo non c’è ancora, e non può darmi una mano né un consiglio…
E però il momento difficile e rischioso della scelta è anche sempre un momento privilegiato: è il momento in cui ho intatte davanti a me tutte le possibilità, tutte le strade aperte e percorribili. Un momento di inizio di qualcosa di nuovo, in qualche modo un momento creativo per costruire me stesso e la mia sorte…

Radunato “davanti a Dio” a Sichem, Israele vive il momento difficile e privilegiato della sua scelta.
Per quarant’anni non ha avuto né il bisogno né la possibilità di scegliere: aveva abbandonato gli dèi egiziani al di là del Mar Rosso, li aveva lasciati silenziosi ed immobili nei loro splendidi templi là sul Nilo, e aveva camminato, combattuto, sofferto ed esultato assieme al suo Signore, il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, e soprattutto il Dio di Mosè.
Ha percorso il deserto, Israele, col suo Dio; ne ha colto la presenza terrorizzante e rassicurante nella colonna di fuoco e nella nuvola che al tempo stesso lo rivelavano e lo nascondevano ai suoi occhi, perché “nessuno può vedere Dio in faccia, e vivere”!
Poi, il Dio camminatore nel deserto, s’era fatto – una volta arrivati nella terra di Canaan – il “Dio guerriero”, e Israele era passato di vittoria in vittoria e di conquista in conquista. E adesso la terra promessa, la “terra buona e vasta in cui scorre latte e miele”, è diventata finalmente la sua terra, la “terra di Israele”, e il popolo può finalmente riposare in pace: non deve più camminare né deve più combattere; può godere i frutti benedetti del suo lungo cammino e dei suoi combattimenti.
Ma ecco che il Dio camminatore e il Dio guerriero manda a chiamare i suoi che non vogliono più camminare e più combattere, e convoca a Sichem “tutte le tribù di Israele” e le obbliga alla scelta: “Scegliete oggi chi volete servire”.
Sì, adesso Israele deve scegliere, perché non è più nel deserto e non è più in lotta per la sua sopravvivenza e invece si dispone a vivere in Canaan. E Canaan, anche se conquistata con le armi, può adesso lei a sua volta conquistare i suoi conquistatori. Canaan è come una dark lady, una bellissima e fatale e ammaliatrice, è ricca di una culture raffinata, ben superiore a quella del popolo di nomadi e predoni che è Israele, abituato a vivere e a vagare per lande solitarie. Soprattutto, Canaan ha tanti splendidi dèi, tante sontuose suggestive divinità maschili e femminili, che promettono beatitudine a coloro che le venerano… a chi, al culmine di fantastici riti seducenti, si prostra davanti al loro in preda al delirio e al fanatismo…
È facile e è normale per Israele sentire l’incantesimo di quella civiltà e delle sue divinità legate al ciclo della terra e sensuali e materne al tempo stesso. È facile per lui ritornare agli antichissimi splendidi riti e cerimonie dell’Egitto e ritrovarvi una continuità coi nuovi riti anch’essi così splendidi di Canaan. È facile trovare la via del compromesso fra il vecchio austero Dio nomade del deserto e i nuovi dèi della fertilità…
Per questo Dio interviene di persona, e spezza la malia dell’incantesimo, butta all’aria ogni sogno di un facile e comodo sincretismo. Il Dio unico e geloso di Israele impone ai suoi che già stanno subendo l’incantesimo di Canaan una decisione immediata e radicale: o con me – o solo con me! – o con gli idoli di Canaan. Non è possibile una terza posizione: “Scegli oggi stesso, scegli adesso, Israele, con chi vuoi stare, quale dio vuoi servire, “o gli dèi che i vostri padri servirono di là dal fiume o gli dèi degli Amorei, nel paese dei quali abitate, oppure me, il Signore!”.

* * *
Così, con un’estrema chiarezza, Israele è stato chiamato dal suo Dio a vivere il momento privilegiato e difficile del rinnovamento della sua scelta.
Così anche noi qui oggi, in questo culto solenne del Rinnovamento del Patto, siamo chiamati da Dio a vivere il medesimo momento difficile e privilegiato della nostra scelta. Guai se questo di oggi fosse soltanto un rito, una bella tradizione annuale! No… È ben di più!
Come Israele a Sichem, anche noi veniamo da un cammino comune fatto assieme al Signore. E come camminava in mezzo al popolo manifestato e nascosto al tempo stesso nel cuore della nuvola di fuoco, così Dio, lo stesso Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e di Mosè, ha camminato con noi nell’anno che è trascorso, manifestato e nascosto in questo libro, nel cuore della Bibbia.
E soprattutto, come Israele, anche noi abbiamo alle nostre spalle e davanti a noi altre divinità che attirano la nostra attenzione e che esercitano su di noi un fascino ammaliante. Ma quali sono queste divinità dietro e davanti a noi?

Iniziamo da quelle alle nostre spalle, che il nostro testo chiama: “gli dèi che i vostri padri servirono di là dal fiume”…
Noi qui siamo in maggioranza metodisti e valdesi… alcuni nati in queste chiese, altro – penso la maggioranza – provenienti da altre confessioni e tradizioni, forse anche dall’ateismo… Insomma, abbiamo storie diverse, ma poi alla fine fra noi non ci sono grandi differenze. Perché le nostre piccole chiese hanno la bella capacità di integrare presto e bene ci nuovi entrati, per cui dopo relativamente poco tempo anche loro si sentono, e sono, pienamente metodisti o valdesi (e qui a Trieste spesso, e anche questo è molto bello, un po’ tutte e due le cose insieme): sentono come loro l’impostazione, la spiritualità, la teologia, la vita della chiesa, ed in particolare si sentono legati alla sua storia, se ne sentono partecipi e orgogliosi. Così, un metodista anche acquisito, pensa a Wesley come ad un suo padre nelle feda e guarda con ammirazione alle vicende del Metodismo dagli inizi ad oggi: il suo impegno per un risveglio spirituale dell’intera chiesa, la sua attenzione ai poveri e al sociale, il suo bellissimo patrimonio di preghiere e di inni… ed in particolare qui a Trieste sente la storia del pastore Dardi come la sua storia familiare ed è riconoscente di quella bella storia, anche sofferta, di testimonianza e di impegno per il riscatto spirituale ed umano dei più miseri… E non parliamo di chi è valdese: quella lunga straordinaria vicenda che iniziata nel pieno Medioevo, è miracolosamente arrivata sino ad oggi, fra persecuzioni, emarginazione, lotte e roghi… e la chiesa di oggi che vive senza paura le sfide della modernità dando laicamente la sua testimonianza cristiana…
Insomma, è tutto molto bello… forse anche troppo. Perché poi per ciascuno di noi c’è il pericolo di appiattirsi nell’omaggio a quel nostro bellissimo passato, quasi dimenticando che, al cuore delle tante vicende storiche che ci piace ricordare e raccontare, c’è stata la fede di generazioni di credenti impegnati a servire l’evangelo e a rendergli testimonianza con l’annuncio e la vita concreta di ogni giorno. E se si può lasciare in eredità la propria storia alle generazioni successive, la fede, no! Perché è vita, la fede. E va vissuta. E ognuno ha la sua fede, e non può avere quella degli altri. Puoi educare i tuoi figli e le tue figlie alla fede, puoi parlare loro della tua fede e pregare perché il Signore faccia anche a loro il dono della fede… ma nessuno può trasmettere direttamente ad un altro, nemmeno al proprio figlio!, la sua fede.
E allora, se pensiamo di poterci limitare a questo, se pensiamo che basti portare avanti con partecipazione e orgoglio la storia dei nostri padri e madri senza la nostra fede personale e senza curarla nella preghiera, nella lettura e nell’ascolto della Bibbia, nella vita comunitaria, là dove la fede dell’uno rafforza la fede dell’altro e – come dice l’apostolo Giovanni – “rende piena la sua gioia” (cfr 1 Giovanni 1,4), cadiamo senza rendercene conto in questa drammatica contraddizione: coloro che veneriamo come i nostri padri e madri non hanno mai servito gli altri dèi, e anzi hanno versato sangue e lacrime per non piegarsi mai all’idolatria, e noi facciamo proprio quasi un idolo della loro testimonianza di fede che lungo il tempo è diventata storia: una divinità che “abbiamo alle spalle” e che ci fa sentire a posto: “Siamo valdesi, siamo metodisti…”, anche perché non richiede da parte nostra un grande impegno.

Ecco: la tentazione de “gli dèi che i vostri padri servirono di là dal fiume”…
Ma la tentazione più pericolosa è in realtà l’altra, quella che sta davanti ai nostri occhi: la tentazione del presente e del futuro: “gli dèi di Canaan”, “del paese e del tempo che abitiamo”, che hanno per noi le mille e mille facce del mondo e della società che ci circondano…
Purtroppo tanti tanti anni fa, quando ero ragazzo, la società che si offriva di accogliermi mi si presentava iridescente, multicolore, nuova e affascinante. I miei genitori avevano vissuto la guerra e la fame e le privazioni, e io invece potevo scegliere fra tante possibilità sino a allora sconosciute. Un benessere nuovo, un’abbondanza nuova di prodotti finalmente accessibili non più soltanto ai ricchi: la macchina, la televisione… E così, senza accorgermene, pensavo di poter scegliere e afferrare, e invece ero io che ero scelto e afferrato dietro a quella disponibilità e al sorriso ammaliante della pubblicità… anch’io, come tutti, vittima di quello che poi abbiamo imparato si chiamava e si chiama consumismo…
Oggi è molto diverso. Abbondanza di cose ce ne è ancora, ed ancora di più… e la spinta dei poteri economici a farci buttare ciò che ancora funziona per comprare continuamente qualche nuovo prodotto che presto sarà anch’esso da buttare, resiste e anzi è vigorosa più che mai… Però, il sorriso ammaliante del passato, quello non c’è più… o se c’è s’è come disseccato. È un sorriso artificiale, al silicone, e reca in sé una smorfia di paura e di rabbia. C’è la crisi… economica sociale, ma anche e forse soprattutto spirituale e morale… Il mondo è cambiato e cambia molto in fretta… È cambiato il panorama… c’è tanta insicurezza, reale e provocata… siamo in un tempo di esodi biblici, come quello che nel nostro testo di oggi ha portato gli Israeliti fino a Canaan… di nuove mescolanze… di una multiculturalità che fatica maledettamente a diventare interculturalità… ed alla fine, c’è un grande smarrimento… E siamo diventati, ci hanno fatto diventare, diffidenti e pieni di sospetto verso tutto e tutti.
Così, davanti a noi c’è oggi l’idolo dello scoraggiamento e del tirarsi indietro. E questo è pericoloso, perché – come per i nostri idoli del passato che ci fanno correre la tentazione del nostro disimpegno personale, e come gli idoli del consumismo della mia gioventù – noi corriamo il rischio di scegliere di non scegliere nel nome del “Ma chi me lo fa fare? Tanto non serve a niente. Tutto è e rimarrà uno schifo”. E però, “schifo o no”, se scegli di non scegliere, sei fatalmente scelto… subisci l’andamento delle cose…
E in questa situazione è anche facile cadere nel rischio del “tiepidismo” e della privatizzazione della nostra fede. Io vi ringrazio perché siete qui, e in questo modo date una dimensione pubblica (un nostro culto è sempre a porte aperte, ha sempre una dimensione pubblica) alla vostra fede.
Perché oggi essere credenti e renderne testimonianza, non è facile, o comunque è sicuramente meno facile di qualche anno fa. Se parli della tua fede, corri sempre il rischio di essere guardato con un po’ di commiserazione, come un ingenuo, quasi un “minus habens”, o addirittura con un po’ di sospetto… In questi giorni – è uno dei tanti esempi di questa situazione – ascoltando i commenti sui fatti di Colonia, ho sentito più volte alcuni giornalisti o giornaliste affermare che il problema è che, se i protagonisti di quelle aggressioni e quei palpeggiamenti, e veri e propri stupri alle donne sono stati dei musulmani, è perché si tratta di persone troppo attaccate alla loro religione che postula l’inferiorità sociale della donna rispetto all’uomo, e allora bisognerebbe educarli a emanciparsi dalla loro visione religiosa del mondo… per poi arrivare alla conclusione che tutte le religioni dovrebbero essere messe fuori dalle scuole, dalla politica, dalla vita istituzionale e sociale… Se proprio ti ostini a credere in un Dio nel quale le persone emancipate e colte non credono ormai più, al massimo puoi farlo nel tuo cuore, nella tua sfera privata che “più è privata e, meglio è”, ma non farla entrare, la tua fede, nei tuoi rapporti con gli altri e con le istituzioni fuori di casa tua… Vedete… anche chi si proclama ateo ha i propri dèi, e la laicità (che – non dimentichiamolo mai – è uno dei doni dell’evangelo al mondo; basta che ripensiamo al “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” di Matteo 22)… anche la laicità, se fraintesa in laicismo può, paradossalmente ma non tanto, diventare una divinità e, nel nome della tolleranza può fare di te un intollerante…

E allora, se davvero la situazione è questa, come era importante per gli Israeliti radunati a Sichem ribadire chiaramente la loro scelta in Dio perché fosse ancora sempre lui il loro Dio, e non gli dèi che i loro padri avevano servito in Egitto di là dal fiume, o gli dèi del paese in cui adesso abitavano, così è importante per noi trovarci, fare sosta, ascoltare e parlare, e ribadire la nostra scelta, dichiarare gli uni agli altri, come il popolo ha risposto a Giosuè: “Il Signore, il nostro Dio, è quello che serviremo, e alla sua voce ubbidiremo!”.
Sì, noi oggi ci doniamo a vicenda l’opportunità e l’obbligo di una scelta… o meglio, ce lo dona il Signore servendosi (a volte anche la tradizioni servono) della tradizione metodista… Io, lo sapete, non sono metodista e prima di Trieste non ho mai servito in una chiesa metodista, per cui non avevo mai vissuto questo momento del Rinnovamento del Patto. Ci sono arrivato ormai quasi in vecchiaia, e ringrazio il Signore, e ringrazio voi, di questa esperienza così significativa e anche così corroborante per la mia fede personale.

Oggi noi qui per l’ennesima volta, ma ogni volta come se fosse la prima volta, rinnoviamo il nostro patto col Signore, il nostro impegno di uomini e donne liberati per grazia dai loro idoli a vivere da uomini e donne veramente liberi (ricordate la lettera ai Galati 5,1 ? “Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù”). Ci prostriamo nel cuore al cospetto del Signore, per non prostraci davanti a nessun altro. Lo facciamo ciascuno per sé e tutti quanti insieme come la chiesa del Signore; in quest’anno ancora ai primi passi, ci impegniamo come credenti ognuno a camminare assieme agli altri e alle altre lungo la via della fede e dell’obbedienza alla parola del Signore. Già lo sappiamo, non sarà un cammino facile; richiederà fatica e sudore, e a volte inciamperemo e finiremo a terra. Ma se camminiamo insieme – e qui sta la bellezza e il senso dell’essere una chiesa – sapremo sollevarci a vicenda, e ci sorreggeremo gli uni gli altri, e andremo avanti, da veri cristiani e cristiane, e veri uomini e vere donne…
Sì, non sarà un cammino facile… e questo lo sapeva molto bene già l’autore del libro di Giosuè. Nella pagina che abbiamo ascoltato, dopo che ha fatto la sua scelta e ha proclamato la sua volontà di voler servire il Signore, in un bellissimo e drammatico dialogo, Israele viene illuminato e ammonito sulla serietà della sua scelta e sulle difficoltà che incontrerà nel mantenersi fedele a quella scelta.
Prima di rinnovare solennemente il nostro patto col Signore, riascoltiamo alcune battute di quel dialogo, facciamo nostre le parole e le promesse del popolo di Dio di ieri, noi che siamo il suo popolo di oggi.
Vi invito ad alzarvi in piedi.

“Voi non potete servire il Signore, perché egli è un Dio santo, è un Dio geloso; egli non perdonerà le vostre ribellioni e i vostri peccati. Quando abbandonerete il Signore e servirete dèi stranieri, egli si volterà contro di voi, vi farà del male e vi consumerà, dopo avervi fatto tanto bene”. “No! Noi serviremo il Signore”.
“Voi siete testimoni contro voi stessi, che vi siete scelto il Signore per servirlo!”. “Siamo testimoni!”.
“Togliete dunque via gli dèi stranieri che sono in mezzo a voi, e inclinate il vostro cuore al Signore, che è il Dio d’Israele!” “Il Signore, il nostro Dio, è quello che serviremo, e alla sua voce ubbidiremo!”.

Ruggero Marchetti

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