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Romani 13, 1-7, testo biblico e testo della predicazione tenuta nella Basilica di San Silvestro – Cristo Salvatore domenica 3 aprile 2016, nel corso del culto unificato della Giornata della Giornata della Legalità

Romani 13 , 1 – 7

Ogni persona stia sottomessa alle autorità superiori; perché non vi è autorità se non da Dio; e le autorità che esistono, sono stabilite da Dio. Perciò chi resiste all’autorità si oppone all’ordine di Dio; quelli che vi si oppongono si attireranno addosso una condanna; infatti i magistrati non sono da temere per le opere buone, ma per le cattive.
Tu, non vuoi temere l’autorità? Fa’ il bene e avrai la sua approvazione, perché il magistrato è un ministro di Dio per il tuo bene; ma se fai il male, temi, perché egli non porta la spada invano; infatti è un ministro di Dio per infliggere una giusta punizione a chi fa il male. Perciò è necessario stare sottomessi, non soltanto per timore della punizione, ma anche per motivo di coscienza.
È anche per questa ragione che voi pagate le imposte, perché essi, che sono costantemente dediti a questa funzione, sono ministri di Dio. Rendete a ciascuno quel che gli è dovuto: l’imposta a chi è dovuta l’imposta, la tassa a chi la tassa; il timore a chi il timore; l’onore a chi l’onore.
Romani 13. Una pagina famosa. E però qui c’è molto, che ci va per traverso. C’è quasi l’imbarazzo della scelta.
Già la frase iniziale è effettivamente imbarazzante: “Ogni persona stia sottomessa alle autorità superiori”, che per giunta al tempo dell’Apostolo voleva dire: “Ogni persona stia sottomessa alle autorità dell’Impero romano”. Quell’impero che, pur senza esserne stato l’inventore, utilizzava su larghissima scala la crocifissione, applicandola di preferenza agli schiavi che fuggivano o si rivoltavano ai loro padroni, e più in generale a tutti quanti i “ribelli” (una parola, questa, rimasta sempre di moda nella storia), e che su una sua croce aveva anche appeso quel Gesù di cui Paolo, proprio all’inizio di questa stessa lettera si proclama “servo”.
Ma poi qui c’è anche il tono usato dall’Apostolo che fa difficoltà… rileggiamo: “Ogni persona stia sottomessa alle autorità superiori”. È un tono che non ammette discussioni, una norma assoluta. Potremmo quasi dire che Paolo usa più sfumature quando parla della “giustificazione per grazia” che non quando impone la sottomissione alle autorità! E alla fin fine abbiamo l’impressione di trovarci di fronte alla enunciazione di un principio chiarissimo: “Sottomettersi è bene; opporsi è male!”; e io spero che fra noi qualche coscienza protestante sia a disagio nell’ascoltare come qui ogni protesta sia severamente condannata.
Siamo quasi ridotti a rimpiangere il buon vecchio Antico Testamento. Lì almeno i profeti non si facevano problemi a denunciare i potenti, i re ingiusti, i cattivi pastori di Israele! Come avrebbero preso non solo quest’idea che “sottomettersi è bene”, ma anche l’altra affermazione che troviamo anch’essa in queste righe: “Chi resiste all’autorità si oppone all’ordine di Dio e si attirerà addosso una condanna”?

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Che pensare? Forse si tratta semplicemente di leggere questo testo con un po’ di attenzione, e forse ci accorgeremo che le cose non sono come sembrano, ma sono più complesse, più profonde…

Certo qui, in una visione complessivamente positiva dell’autorità, emerge (e questo mi sembra importante e molto attuale) emerge quella visione “laica” della società umana che è la particolarità del cristianesimo rispetto alle altre due grandi religioni monoteiste l’Ebraismo e l’Islam, caratterizzate ambedue dalla presenza di sistemi di leggi (la Torah e la Sharia) che mirano a regolare tutti gli aspetti individuali e sociali del vivere umano e che di fatto rendono un tutt’uno società religiosa e società civile. Diversamente infatti da Mosè e da Maometto, Gesù, e dopo di lui Paolo, sono vissuti in un mondo che era giuridicamente organizzato dal diritto romano, e ne hanno riconosciuto l’autorità, per cui nel Nuovo Testamento noi non troviamo un diritto cristiano.
Per Paolo parla chiaramente questa pagina; per Gesù ci basta ricordare quel passo del vangelo di Luca in cui a un uomo che gli chiede di fare da arbitro in un conflitto d’interessi fra lui e suo fratello, egli risponde: “Chi mi ha costituito su di voi giudice o spartitore?” (Luca 12,14). Sottinteso: “Io non sono stato inviato per questo; va’ piuttosto da chi, nella società assolve a questo compito”.
Proprio queste due pagine, ma ce ne sono anche altre, hanno permesso al cristianesimo di situare lo Stato e il suo diritto nell’ordine della creazione, cioè dell’universale, del civile, e non in quello della salvezza, distinguendolo chiaramente dalla chiesa.

Ma in Romani 13 c’è anche altro. E qui vorrei partire da un ricordo. Anni fa ho visto un ragazzino di tre o quattro anni che, nel vialetto di un parco, pedalava a tutta lena sulla sua biciclettina, coi genitori che lo stavano a guardare. Sul volto aveva un’espressione d’esultanza: sentiva tutto il fascino della scoperta dell’equilibrio, della velocità, della capacità di padroneggiare nuovi movimenti. E correva, correva… ma sul viale c’era della gente e il piccolo minacciava di andare loro addosso. Le persone cominciarono allora a scansarsi e qualcuno anche a preoccuparsi. Io mi chiedevo quando i suoi sarebbe intervenuti per fermarlo, e invece niente. Se lo guardavano ridendo e lo lasciavano fare.
Così da bella, la scena è diventata quasi tragica. Nessuna parola di adulto veniva a complimentarsi col piccolo per la sua conquista dell’equilibrio e della velocità, e nessuna parola veniva a mettere un limite a quell’esperienza che stava diventando pericolosa per gli altri e per lui. C’era un problema di autorità. E sul volto di quel bambino, da un certo punto in poi, non c’era più la gioia, ma paura: desiderava disperatamente un limite al quale confrontarsi, di fronte a cui doversi e potersi fermare, e non lo trovava.
Perché lì c’era appunto un’assenza di parole. L’assenza di una parola che celebrasse la conquista dell’aver imparato ad andare in bicicletta; e l’assenza di una parola che venisse a porre un limite a quella conquista, e consentisse a quel bambino di farne un’altra: quella della padronanza “sociale” della sua nuova capacità. Insomma mancavano le parole che gli consentissero di chiarire il rapporto col suo corpo, col suo pedalare, con le sue emozioni, con le sue nuove competenze… quelle parole necessarie per mettere veramente se stesso davanti all’importante novità dell’aver imparato a andare in bicicletta…

Quell’esperienza (che poi è finita bene) è però forse una prova che l’essere umano ha bisogno, fin da bambino e poi lungo tutta la vita, di una parola autorevole di riferimento. La parola di un’autorità che, appunto, parla, dice la legge comune, la spiega e ne fissa il quadro; e anche la parola di un’autorità che applica la legge, ne denuncia le trasgressioni e le sanziona.
Quando allora Paolo parla di “sottomissione alle autorità” non tocca forse questo bisogno fondamentale? Credo sia giusto dire che ogni essere umano ha, non il dovere, ma il diritto di potersi riferire a un’autorità. “L’ordine di Dio” a cui l’Apostolo fa cenno, comporta proprio questa funzione dell’autorità per il bene degli esseri umani.

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Oggi l’umanità dà l’impressione di cercare disperatamente – come quel bambino sulla sua bicicletta – un limite nella vertigine provocata dai poteri immensi ma anche fragilissimi che la scienza e la tecnica le hanno messo a disposizione… Pensiamo solo al mondo virtuale, che poi però è realissimo, di Internet, che possiede enormi, quasi infinite possibilità positive; e pensiamo anche a come lo stesso Internet sia anche il mezzo attraverso il quale i terroristi contattano ed ingaggiano nuovi adepti; i pedofili e i trafficanti di organi e di ragazze nuove vittime; e quelli di armi e droga nuovi clienti…

Ma come individuare e caratterizzare da cristiani quali siamo l’autorità che dovrebbe mettere questo limite e offrire l’occasione di costruire una società più umana?
Paolo anzitutto ci dice che quest’autorità che deve mettere un limite, dev’essere essa stessa limitata. È il senso dell’affermazione: “Non vi è autorità se non da Dio; e le autorità che esistono, sono stabilite da Dio”, con la quale l’Apostolo non afferma che le autorità sono di origine divina e perciò insindacabili. Ci dice invece che, se le autorità “sono stabilite da Dio”, dipendono da lui, e non sono “dio” in se stesse; e questo al tempo della diffusione del culto divino dell’imperatore, non era mica poco…
In più, se l’autorità è “da Dio”, vuole anche dire che Dio è il limite invalicabile di ogni pretesa dell’autorità ad un potere appunto illimitato… ma lo vedremo tra poco, parlando dell’obbedienza “per motivo di coscienza”.

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Per venire ora a noi, alla luce di quanto abbiamo detto, qual è la testimonianza specifica che noi, cittadini e cristiani del ventunesimo secolo, siamo chiamati a dare?
Per prima cosa Paolo ci ricorda che non dobbiamo crederci al di sopra delle autorità stabilite. “Gesù come sola autorità, l’Evangelo come unica legge, lo Spirito come sola guida, e poco importano le autorità di questo mondo decaduto e destinato a sparire”: è la posizione di alcune chiese evangeliche che oggi vanno per la maggiore, ma non è certamente la posizione dell’Apostolo.
Ma il cristiano non deve neanche situarsi al di sotto delle autorità, in un’attitudine di sottomissione passiva come se si sottomettesse a un fato ineluttabile.

E qui arriviamo alla parola “coscienza” che appare in maniera importante in questa pagina: “È necessario stare sottomessi, non soltanto per timore della punizione, ma anche per motivo di coscienza”.
La “coscienza” per noi ha a che fare con Dio. È il nostro santuario, il luogo in cui ciascuno si trova al suo cospetto, e nella fede si scopre – sono altre parole di Paolo in questa stessa lettera – “preconosciuto” (conosciuto da Dio prima del suo stesso venire al mondo), “predestinato”, “chiamato”, “giustificato”, “glorificato”; e anche, con gli altri credenti come lui, si scopre membro di “una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa” (cfr 1 Pietro 2,9). Oppure – per citare Lutero – si scopre nella fede “un libero signore a nessuno sottoposto”, che però sa di essere al medesimo tempo, nella dimensione dell’amore, “un servo volenteroso, a ciascuno sottoposto”; sottoposto anche all’autorità, ma sempre solo come “libero” in Dio, al quale anche le autorità sono sottomesse.
Questo in concreto comporta – quando l’autorità travalica il suo limite e pretende di dominare le coscienze, usurpando quella signoria che spetta solo a Dio – la possibilità e anzi il dovere dell’obiezione di coscienza. Ci sono infatti delle situazioni in cui, come Pietro davanti al Sinedrio, bisogna avere il coraggio di affermare: “Bisogna ubbidire a Dio, anziché agli uomini” (Atti 5, 29).
Ecco allora: “sottoposti e liberi, per motivo di coscienza”, e questo “grazie a Dio”. Dobbiamo essere sempre consapevoli che qui, per noi cristiani il principio di non contraddizione non ha alcun valore…

Ma il discorso del “motivo di coscienza” non riguarda soltanto la signoria che Dio rivendica sulle nostre esistenze nel rapporto con le autorità. Dobbiamo prendere questa parola dell’Apostolo anche a un livello più “terreno”. Dobbiamo cioè essere coscienti che ogni essere umano ha bisogno di confrontarsi con l’autorità per costruirsi, che cioè ciascuno e ciascuna costruisce se stesso, la sua storia e il suo “io” nel rapporto con gli altri, e perciò anche immancabilmente nella società, e poiché nessuna situazione del nostro vivere in una società, a qualsiasi livello ci si situi, sfugge alla questione dell’autorità, ecco che essa tocca il cuore stesso del nostro essere e del nostro costruirci come esseri umani.
E così, e dobbiamo essere ben coscienti di questa ineludibilità della questione dell’autorità, e chiamare anche gli altri ad averne coscienza. Insomma, noi cristiani, proprio perché cristiani, dobbiamo essere cittadini nel senso più nobile di questa parola (uomini e donne della civitas, da cui viene civiltà) pronti a reagire alla barbarie che minaccia tutto quello che abbiamo costruito, ma anche pronti a dire a chi ci vive accanto che, ben peggiore della “sottomissione alle autorità politiche”, c’è la sottomissione non scelta e non cosciente ai poteri economici e a quelli del mercato.
Ci può piacere o non piacere, ma qui Paolo ci chiama a vedere nell’autorità civile un dono di Dio che egli ha dato all’essere umano per la sua crescita e per il suo benessere. È anche quello che Gesù dice a Pilato quando gli ricorda: “Tu non avresti alcuna autorità su di me, se non ti fosse stata data dall’alto” (Giovanni 19, 11).
Dio allora, nella sua grazia, non ci dà solamente il prossimo da amare, ma anche delle autorità da rispettare. Che certo sono sempre “seconde” rispetto a lui, ma che dobbiamo ben guardarci da considerare “secondarie”. In questo spirito, il rispetto che dobbiamo avere verso di loro va forse accostato al quinto comandamento: “Onora tuo padre e tua madre”. Anche coi genitori infatti, non si tratta di prestare loro sempre e comunque un’obbedienza assoluta, ma nemmeno possiamo prendere alla leggera la loro autorità.

Tutto questo non è senza conseguenze: vedere l’autorità come un dono che ha la sua origine in Dio, ispira infatti un’attitudine fatta di rispetto e di vigilanza. Una vigilanza che miri a conservare all’autorità il suo ruolo di parola che va detta e va ascoltata per evitare i rischi della confusione, della deresponsabilizzazione, ed infine del caos.
Sì, va evitata ogni confusione che porti al populismo, e cioè a un’autorità che rigetta ogni assunzione di responsabilità affermando che non fa altro che mettere in pratica la volontà del popolo; e va anche evitata la confusione opposta che può condurre da parte del popolo a un’attitudine servile, anch’essa esonerata da ogni responsabilità che porta al grosso rischio di quell’obbedienza cieca a ogni comando dell’autorità stabilita che – pensiamo alla Germania sotto Hitler – ha portato agli orrori a cui ha portato…

Insomma, dobbiamo stare attenti a fare in modo che l’autorità civile non perda quel ruolo che Paolo le attribuisce: essere “ministro di Dio per il bene”.
Un bene che, per noi che ascoltiamo l’evangelo, prende la forma della costruzione di una fraternità umana ispirata dall’amore di Cristo e fondata sul riconoscimento della dignità di ogni persona. Così, ad esempio, si tratta di favorire leggi che diano e garantiscano la parola anche a chi non la pensa come noi e di eleggere delle autorità incaricate di fare rispettare quelle leggi. Una autorità che allora può legittimamente parlare a nome di tutti e lo fa per preservare la libertà di parola di ciascuno e ciascuna.

Concludendo, lo sguardo positivo che Paolo in questa pagina posa sulle autorità, ci invita a ringraziare Dio per loro e insieme ci ricorda che dobbiamo guardarci dal disonorarle. Invece, dobbiamo ogni volta piazzarle di nuovo sotto la luce dell’evangelo, per usarne in uno spirito di libertà, di responsabilità e di servizio.
Quanto al nostro essere oggi cittadini e cristiani, consiste come sempre, nel saperci e nell’essere “liberi e sottomessi” anche davanti all’autorità, perché consapevoli del suo ruolo e del suo limite. Uomini e donne che sanno che quando l’autorità è quello che deve essere, “ministro di Dio per il bene”, è un dono per la convivenza civile di cui essere riconoscenti, un segno che il mondo è amato e curato dal suo Signore e Creatore.
In questa prospettiva possiamo persino pensarci in questo modo: “cittadini del regno dei cieli” che “pagano le imposte”… perché sanno che, facendo così, rendono all’“autorità stabilita da Dio” quello che le è “dovuto”.

Ruggero Marchetti

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