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2 Timoteo 1, 1-12. Testo biblico e della predicazione tenuta in San Silvestro-Cristo Salvatore domenica 11 settembre 2016

2 Timoteo 1 , 1 – 12

Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, secondo la promessa della vita che è in Cristo Gesù, a Timoteo, mio caro figlio, grazia, misericordia, pace da Dio Padre e da Cristo Gesù nostro Signore.

Ringrazio Dio, che servo come già i miei antenati con pura coscienza, ricordandomi regolarmente di te nelle mie preghiere giorno e notte; ripenso alle tue lacrime e desidero intensamente vederti per essere riempito di gioia. Ricordo infatti la fede sincera che è in te, la quale abitò prima in tua nonna Loide e in tua madre Eunice, e, sono convinto, abita pure in te. Per questo motivo ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te mediante l’imposizione delle mie mani.

Dio infatti ci ha dato uno spirito non di timidezza, ma di forza, d’amore e di autocontrollo. Non aver dunque vergogna della testimonianza del nostro Signore, né di me, suo carcerato; ma soffri anche tu per il vangelo, sorretto dalla potenza di Dio. Egli ci ha salvati e ci ha rivolto una santa chiamata, non a motivo delle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la grazia che ci è stata fatta in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma che è stata ora manifestata con l’apparizione del Salvatore nostro Cristo Gesù, il quale ha distrutto la morte e ha messo in luce la vita e l’immortalità mediante il vangelo, in vista del quale io sono stato costituito araldo, apostolo e dottore. È anche per questo motivo che soffro queste cose; ma non me ne vergogno, perché so in chi ho creduto, e sono convinto che egli ha il potere di custodire il mio deposito fino a quel giorno.

Paolo, ormai quasi alla fine della sua vicenda umana, è a Roma imprigionato. Quasi tutti i suoi collaboratori lo hanno abbandonato, al punto che può parlare con riconoscenza di una sola persona, Onesiforo, l’unico tra i suoi collaboratori che s’è recato a Roma, lo ha cercato e trovato, è andato a visitarlo e in questo modo è stato il suo conforto perché – dice l’Apostolo – “non si è vergognato della mia catena”: quella catena che lo legava al soldato romano incaricato della sua sorveglianza.

Ma in questa situazione molto triste, Paolo, lui, non è triste. Perché non si considera un prigioniero del potere romano, ma – l’abbiamo udito nella pagina di oggi, quando scrive a Timoteo: Non aver dunque vergogna della testimonianza del nostro Signore, né di me, suo carcerato” – prigioniero di Gesù, che s’è impadronito di lui quando gli è apparso sulla via di Damasco. E questo cambia tutto! Non si può essere prigionieri di due realtà diverse, e il suo vincolo col Signore non consente a Paolo che la catena che gli serra le caviglie gli serri pure il cuore e lo condizioni nella libertà spirituale che Cristo gli ha donato.

Come abbiamo anche udito nel saluto che apre questa lettera, Paolo vive infatti il suo carcere e l’ormai quasi certa sua condanna a morte nella prospettiva della “promessa della vita che è in Cristo Gesù”.

E proprio la “promessa della vita”, gli fa apprezzare tutte le cose belle di cui la vita, nonostante tutto, continua a fargli dono. E ce parla, di queste cose belle, le fa apprezzare anche a noi.

La prima cosa bella è proprio colui a cui scrive la sua lettera, il suo “caro figlio” nello spirito Timoteo, sempre presente nei suoi ricordi e nelle preghiere e nei ringraziamenti che eleva a Dio dal carcere. Sì, anche nelle catene, Paolo è riconoscente. Riconoscente per le catene stesse, che lo uniscono in maniera più stretta a Gesù, che anche lui è stato incatenato durante la passione; ma soprattutto riconoscente per Timoteo stesso, per l’affetto filiale che nutre per lui, perché è stato ed è ancora un collaboratore premuroso nel suo ministero, e poi per la sua fede e per tutti gli altri doni che il Signore gli ha elargito…

E fra quei doni – è la seconda cosa bella per cui l’Apostolo esprime al sua riconoscenza – c’è la famiglia di Timoteo: sua nonna Loide e sua madre Eunice, che Paolo ha conosciuto di persona e la cui “fede sincera” ha alimentato quella di Timoteo. Del padre non si parla, la sua figura è assente: dagli Atti degli Apostoli 16, 1, sappiamo che Timoteo era figlio di una donna ebrea credente e di un padre greco, che forse al tempo della lettera era morto, e comunque non era stato coinvolto nella sua educazione cristiana, di cui probabilmente si era incaricato direttamente Paolo, e questo spiegherebbe perché si rivolge a Timoteo come a un figlio… In ogni caso questo ripercorrere la discendenza di Timoteo attraverso la sua linea materna, e non paterna, è significativo: è forse un’indicazione dell’importanza delle figure femminili nelle prime generazioni del cristianesimo, e soprattutto rimanda molti di noi alla loro esperienza famigliare: per quanti infatti la trasmissione della fede è avvenuta proprio ad opera della madre o della nonna? E se oggi la trasmissione intergenerazionale della fede è nelle nostre chiese in forte crisi, non è forse perché sono venute in qualche modo meno proprio quelle figure femminili dalla fede sincera e sinceramente vissuta, le cui giornate erano scandite dalla preghiera e dalla lettura quotidiana della Bibbia?

Era bello, e importante, tutto questo, e possiamo solo pregare che ritorni, per il bene delle nostre chiese. Paolo sapeva quanto era importante, per il futuro delle comunità cristiane, che la sua generazione trasmettesse la fede ai propri figli e figlie, perché a loro volta la trasmettessero alle generazioni successive… E questo era per lui il compito per eccellenza di Timoteo. Ma se Timoteo può svolgere quel compito è perché prima di lui l’hanno svolto sua nonna e sua madre. Sì, la “fede sincera” di Timoteo, non contaminata da secondi fini e immune da ogni ipocrisia, è venuta a lui grazie a Loide e ad Eunice. Da loro inizia quella bella catena in cui Paolo si è inserito con la formazione cristiana che ha garantito a Timoteo e con l’imposizione delle mani che lo ha costituito ministro della chiesa, e che proseguirà e si dilaterà nella fede di innumerevoli altri.

E questa catena – è un altro dono per cui Paolo ringrazia – viene da Israele: abbiamo detto che il libro degli Atti ricorda Eunice come “ebrea credente”, e noi sappiamo anche che Timoteo aveva preso così sul serio la sua origine ebraica da parte della madre da avere chiesto la circoncisione, e sappiamo anche che Paolo, che pure s’era opposto con tutte le sue forze alla circoncisione dell’interamente greco Tito, non ha avuto problemi, proprio sulla base della sua discendenza materna da Israele, a circoncidere Timoteo. E tanto Paolo quanto Timoteo sono rimasti legati ad Israele, grati per la loro formazione ebraica, e per la Torah, e per la profezia che fluiva da Israele verso il suo pieno compimento e al suo culmine in Cristo. Contrariamente a quello che sovente si pensa, Paolo non ha mai considerato la sua fede in Gesù come una brusca rottura con la religione dei suoi padri e delle sue madri, ma piuttosto appunto come il suo compimento. Ancora nel libro degli Atti, ma anche nelle sue lettere, si presenta senza alcun problema come un “fariseo figlio di farisei” che continua ad adorare e servire “il Dio dei padri… credendo in tutte le cose che sono scritte nella legge e nei profeti” (cfr Atti 23,6; 24,14). Ciò che egli ha combattuto non è mai stata la legge in sé, da lui sempre considerata come un dono di Dio, ma l’interpretazione distorta della legge, da un lato assolutizzata fino a prendere il posto stesso di Dio, e dall’altro completata e ricoperta da una serie infinita di regole e tradizioni umane. Un commentatore delle due lettere a Timoteo ha una bella espressione che vi voglio riportare; scrive che in esse è come se Paolo dica al suo “caro figlio” nella fede: “Io sono ebreo, tu sei ebreo, e non lo siamo di meno essendo diventati tutti e due cristiani”. E credo che quel commentatore abbia ragione…

Insomma, qui sinora per Paolo e per Timoteo tutto è dono: la fede, la discendenza familiare e quella da Israele, il servizio nella chiesa. Ma se tutti i doni vengono da Dio – e certo “i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili” (Romani 11,29), è anche vero che questa irrevocabilità deve essere regolarmente ravvivata. I doni, i suoi “carismi”, Dio ce li mette nelle mani, e nelle nostri mani (come una pianta che non viene curata), si possono appassire… e allora è necessario il nostro impegno quotidiano perché restino freschi e efficaci… E a questo impegno Paolo richiama Timoteo: “Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te…”.

Qui c’è da fare attenzione. Paolo non sta insinuando che Timoteo sia stato negligente. Semplicemente vuole che egli si renda pienamente conto di quanto siano grandi i doni che gli sono stati concessi da Dio, e di quanto sia importante per il presente e per il futuro della chiesa in cui serve che quei doni siano conosciuti, accolti, messi in pratica. Non è una cosa che si fa una volta e basta. Chi accende nell’inverno un caminetto, sa come occorre spesso riattizzare la fiamma che in esso arde. Lo stesso accade per il ministero di Timoteo e di tutti e tutte noi: la fiamma deve essere continuamente ravvivata in risposta alla costante attività ispiratrice e produttrice di Dio… Insomma a noi accostare al nostro cuore ed alla nostra bocca la scintilla dello Spirito Santo del Signore.

Ma questo che significa in concreto? Continuiamo a leggere: “Dio ci ha dato uno spirito non di timidezza, ma di forza, d’amore e di autocontrollo”.

Sì, nel nostro battesimo noi abbiamo ricevuto il carisma della “forza” (cioè dell’energia che, rafforzata dalla grazia, ci fa agire nella vita quotidiana), e quello dell’“amore” e dell’“autocontrollo”.

Questi tre doni che il Signore ci concede noi li dobbiamo fare agire insieme: la forza deve essere diretta e plasmata dall’amore; in mancanza d’amore infatti, la forza è pericolosa: può facilmente diventare fanatismo, e allora (come sappiamo bene in questi tempi che ci troviamo a vivere) sono davvero guai! E dall’altra parte, un amore senza forza non riesce a fare molto… E però è anche vero che un amore che possiede la forza ma è privo di una mente equilibrata rischia di essere avventato e alla fine infruttuoso. Insomma, “forza”, “amore” “autocontrollo”, sono davvero tutti e tre complementari fra di loro.

Ma prima di parlare a Timoteo di quei doni, Paolo gli ha ricordato che lo spirito di cui Dio gli ha fatto dono “non è di timidezza”. Lo ha fatto giustamente, perché quello che più di ogni altra cosa può impedire di ravvivare i carismi ricevuti, è uno spirito di rifiuto o di rinuncia alla loro messa in pratica, dovuto alla paura di fronte a qualche pericolo. È l’ansia che ci blocca davanti a una minaccia o anche solo a un impegno che ci sembra sia al di sopra delle nostre piccole forze, che poi è quel medesimo timore che – nella celebre parabola di Gesù – ha impedito al terzo servo di mettere a frutto il talento ricevuto e glielo ha invece fatto seppellire, nell’illusione di metterlo e di mettersi al sicuro… (cfr Matteo 25,25).

Qui invece Paolo ci invita alla preghiera per avere da Dio il dono della forza che ci viene dall’alto, la stessa che è discesa a Pentecoste sulla chiesa neonata, trasformando dei pescatori impauriti nei predicatori che seppero portare l’evangelo nel mondo. Se vogliamo anche noi che il nostro mondo lo conosca nuovamente, non possiamo procedere con timidezza, ma dobbiamo rinnovare questa fiamma, questo dono di Dio: lo spirito di potenza che vive nell’amore e è guidato da una mente che conosce se stessa e si sa controllare.

Ecco allora perché Paolo ricorda a Timoteo che il dono di Dio per lui e per tutti i credenti è “Uno spirito non di timidezza, ma di forza, d’amore e di autocontrollo”.

A questo punto, ci è possibile dire che quest’espressione con le sue quattro parti, la possiamo in un’unica parola: la parola “coraggio”. Sì, Dio ci dona “uno spirito di coraggio”.

Ed è proprio al coraggio che Paolo chiama Timoteo; lo fa presentandogli se stesso prigioniero e la catena che lo lega: “Non aver dunque vergogna della testimonianza del nostro Signore, né di me, suo carcerato”. Timoteo deve parlare ai membri della sua comunità dell’arresto e della prigionia dell’Apostolo, “senza alcuna vergogna”.

Ma perché mai dovrebbe vergognarsi di Paolo incarcerato? Prendiamola un po’ alla lontana: scrivendo ai Galati lo stesso Paolo li aveva lodati per il fatto che, la prima volta che era arrivato in Galazia, s’era fermato per un certo tempo e vi aveva annunciato l’evangelo solo perché era stato colto da una grave malattia che gli aveva impedito di proseguire oltre; e però loro, i Galati, non lo avevano disprezzato a causa della sua infermità, dicendo: “Ma come? Quest’uomo afferma di essere un inviato del Dio altissimo e del Messia suo Figlio; dice anche di saper operare guarigioni, e s’è ammalato lui stesso? Che Dio da quattro soldi è allora il suo, che non riesce neanche a preservarlo da questa malattia di cui ora sta soffrendo?”, ma avevano saputo superare quella umanissima tentazione e lo avevano accolto come un angelo di Dio (cfr Galati 5, 13-14). Come un apostolo ammalato, così anche un apostolo in catene può rappresentare uno scandalo: anche qui qualcuno potrebbe osservare che è ben strano e ben debole un Dio che non riesce a sottrarre il suo rappresentante dalla prigione e dalla sofferenza…

In realtà il Dio che Paolo e Timoteo sono stati chiamati a servire e a annunciare non rivela se stesso in termini di potere e sconfitta dei nemici. È un Dio, sicuramente, anzi l’unico vero Dio Creatore e Signore del cielo e della terra, ma insieme è il “Dio che è amore” (cfr 1 Giovanni 4, 8); il Dio che “ha tanto amato il mondo che ha dato il suo Figlio unigenito affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna” (Giovanni 3, 16). Per questo, proprio il “Figlio unigenito di Dio”, è stato lui per primo incatenato, e ha sofferto ed è morto su un patibolo. Vergognarsi delle catene di Paolo significherebbe allora in primo luogo vergognarsi di Gesù. Ed è questo che Paolo ricorda qui a Timoteo: se avete fatto caso. prima gli dice: “Non aver vergogna della testimonianza del nostro Signore”, e solo dopo aggiunge: “né di me, suo carcerato”, cioè: “Non vergognarti di me che, con le mie sofferenze, non faccio altro che seguire il Signore che ha sofferto per primo, perché vergognandoti di me, ti vergogneresti di lui”. È la via della croce, il discepolato cristiano, la condivisione delle sofferenze di Gesù che hanno redento e redimono il mondo. Ecco perché l’invito a “non aver vergogna” si trasforma subito dopo in un appello: “soffri anche tu per il vangelo, sorretto dalla potenza di Dio”. Un appello alla sofferenza che non ha proprio nulla di masochistico, ed è invece la chiamata – valida in ogni tempo e per ogni cristiano – a testimoniare con le parole e con la vita la presenza del Signore che vive in noi e per noi, e ad assumerci la responsabilità di eventuali conseguenze anche spiacevoli, ricordando la parola del Signore che dice: “Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Giovanni 15, 20).

Oggi per noi – almeno fino a adesso nei nostri paesi occidentali – non è più questione di persecuzioni, ma è invece ancora, e forse più che mai, questione di “vergogna”: “Non aver vergogna della testimonianza del nostro Signore”, così scrive Paolo a Timoteo. Quanto volte, di fronte alla ricerca ossessiva del benessere che domina la nostra società, che ci vuole tutti uomini e donne di successo, e tutti belli, ricchi, sani, giovani (o almeno giovanili), abbiamo vergogna di dire alto e forte che Dio odia il peccato (già dire questa parola così terribilmente fuori moda e così terribilmente moralistica, ci fa sentire strani…), che noi siamo peccatori, che la storia umana continua a essere una storia di peccato, e che Dio in Cristo ha sofferto per noi per salvarci dal peccato, perché da soli noi non potremmo mai riuscirci…

E è poi proprio della salvezza come dono di Dio che Paolo parla, in una frase che è un bellissimo riassunto della sua predicazione: “Egli (Dio) ci ha salvati e ci ha rivolto una santa chiamata, non a motivo delle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la grazia che ci è stata fatta in Cristo Gesù fin dall’eternità”.

Qui c’è davvero tutto: il dono e la chiamata; “il dono” è che è Dio che “ci ha salvati non a motivo delle nostre opere (ancora una volta Paolo è molto protestante), ma secondo il suo proposito e la grazia”. “Il compito” è che, proprio chiamandoci a credere in lui e nella sua salvezza, il Signore ci chiama ad una vita di santità: a appartenere a lui e a nessun altro potere sulla terra o nei cieli o sotto terra.

E la piena realizzazione del progetto eterno di Dio, la sua salvezza per pura, immeritata grazia – così continua Paolo: “È stata ora manifestata con l’apparizione del Salvatore nostro Cristo Gesù, il quale ha distrutto la morte e ha messo in luce la vita e l’immortalità mediante il vangelo”. Morendo sulla croce “il Figlio unigenito di Dio”, ha trionfato sulla morte, l’“ha distrutta” e ha distrutto il suo potere: ora la morte non è più un orrore, ma la porta attraverso cui si passa da questo mondo corrotto alla vita con Dio. Sì Gesù ha davvero dato alla luce, ha come generato per noi, nel travaglio della morte, “la vita e l’immortalità”, e adesso, finalmente il significato della vita, la vita terrena e quella eterna, come Dio le ha concepite da prima che il mondo cominciasse, tutto è stato compiuto e tutto è rivelato, ed è reso presente “mediante l’evangelo”.

Anche per tutto questo c’è una sola parola, e però questa volta è una parola davvero straordinaria, la parola che è al cuore di ogni cosa: “risurrezione”.

E come ai tempi di Paolo e di Timoteo, anche nel nostro tempo il rinnovamento della fede cristiana dipende dal recupero della centralità e della forza di questa parola nella nostra predicazione dell’evangelo.

Sì, la dobbiamo recuperare, questa parola, che poi è un evento, è l’evento centrale della storia e della fede – ricordate ancora Paolo: “Se Cristo non è stato risuscitato, vana è la nostra predicazione, e vana pure è la vostra fede; voi siete ancora nei vostri peccati” (cfr 1 Corinzi 15, 14. 17) e ancora: “Se abbiamo sperato in Cristo soltanto per questa vita, noi siamo i più miserabili fra tutti gli uomini” (1 Corinzi 15, 19)? Dobbiamo recuperare la centralità della risurrezione, perché non è più al centro della nostra predicazione e della nostra fede. Sembra assurdo anche solo dire questo, ed è molto doloroso, ma è così. Noi siamo stati ingannati dalla modernità, che con la sua pretesa di razionalità e il suoi criteri di ciò che può essere storico e di ciò che non può esserlo, prima ha negato la storicità dei miracoli di cui parla la Scrittura e poi, e soprattutto, ha negato la storicità della risurrezione: “Ci sono delle leggi ben precise, che regolano in maniera precisissima gli eventi ed i fenomeni che accadono qui in terra e nell’intero universo, e nulla può mutare il loro funzionamento, senza alcuna eccezione. E siccome il miracolo e una risurrezione sarebbero eccezioni che andrebbero ad infrangere le leggi universali che adesso conosciamo, vanno semplicemente eliminati dal campo stesso delle possibilità, né sono dimostrabili.

Tutto questo è passato nel cristianesimo e voi trovate oggi non pochi teologi che dicono che Paolo ha un bel citare i testimoni delle apparizioni del risorto: al massimo è possibile arrivare fino al sepolcro vuoto, ma non si può andare oltre, se vogliamo restare razionali e che la teologia abbia un suo posto, seppure secondario, fra le cosiddette “scienze umane”. Di conseguenze la risurrezione è un mero evento della fede, storicamente del tutto indimostrabile…

Ora è vero che questo è un discorso per soli specialisti, ma è passato nelle Facoltà di teologia che formano i predicatori; e poi comunque è un fatto di cultura… per cui noi ci fidiamo solo di quello che tocchiamo e che vediamo… di ciò che è scientificamente dimostrabile…

Ma oggi siamo venuti qui, ed abbiamo ascoltato questa pagina che ci ha detto che, al di là e al di sopra di ogni criterio scientifico di dimostrabilità, c’è qualcosa che in Gesù è stato reso manifesto una volta per tutte, e questo qualche cosa è stato reso chiaro nella sua risurrezione che ha abolito il potere spaventoso della morte e ci ha aperto innanzi a noi un prospettiva di luce, di vita di eternità…

È l’evangelo di cui Paolo è stato “costituito araldo, apostolo e dottore”. Non si tratta di titoli accademici, e neanche della scelta di una professione o di un mestiere… uno non sceglie di diventare “predicatore dell’evangelo di Gesù Cristo”. Invece viene scelto. Un predicatore è come chi è stato risvegliato dal sonno, buttato giù dal letto e scaraventato in mezzo all’avventura: non a caso c’è in Paolo come una costante nota di sorpresa per essere stato scelto e chiamato ad essere quello che è, e ad assumersi i rischi che s’è dovuto assumere… Quei rischi che adesso hanno per lui il nome di “catena”, “tribunale”. “condanna a morte”, “boia e esecuzione”. Ma, ancora una volta, non se ne vergogna, e nemmeno si rattrista: “È per questo motivo che soffro queste cose; ma non me ne vergogno, perché so in chi ho creduto, e sono convinto che egli ha il potere di custodire il mio deposito fino a quel giorno”. È pieno di fiducia verso Colui alla cui fedeltà ha dedicato se stesso, e la fatica e i dolori e le gioie di tutta quanta intera la sua vita. Ed è convinto che il Signore “abbia il potere di custodire” quello che chiama in maniera suggestiva “il suo deposito”, e cioè i carismi che Dio gli ha elargito come strumenti per portare avanti la sua missione, e l’evangelo stesso che è il suo dono e il suo compito. E questo, fino all’ultimo giorno, quando la sua corsa arriverà al suo termine e troverà il sorriso e troverà l’abbraccio di quel Gesù nelle cui mani ha a sua volta affidato in deposito tutto quello che lo riguarda: la sua persona, le sue speranze, i suoi sogni, le sue chiese, il suo popolo Israele, il mondo intero.

Questa lettera in fondo un testamento. Nel testamento ‘è sempre un erede. Qui l’erede è Timoteo. Che ora, adeguatamente incoraggiato, è pronto a caricarsi del “deposito” apostolico. I carismi saranno adesso i suoi, e a lui sarà affidata la predicazione dell’evangelo.

Certo, con tuta la sua buona volontà, Timoteo non è Paolo, e non lo sarà mai… Ma in fondo importa poco: in realtà i doni della grazia, l’evangelo, tutto quanto “il deposito” che Dio ha affidato a Paolo, e Paolo affida a Timoteo, è sempre saldamente custodito da Dio stesso. Lui veglia su di esso, come veglia su Paolo e su Timoteo e su ciascuno di noi.

Perché anche noi sappiamo in chi abbiamo creduto! Non abbiamo paura, e non ci vergogniamo! Diamo la nostra testimonianza all’evangelo. Siamo qui solo per questo.

È la nostra “grazia”, la “misericordia” e la “pace” che vengono a noi e restano con noi da parte “di Dio Padre e di Cristo Gesù nostro Signore”.

                                                                                                 Ruggero Marchetti

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