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Un pensiero dalla predicazione su 2 Timoteo 1, 1-12, tenuta in San Silvestro la domenica 11 settembre 2016

Per Paolo e per Timoteo tutto è dono: la fede, la discendenza familiare e quella da Israele, il servizio nella chiesa. Ma se tutti i doni vengono da Dio – e certo “i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili” (Romani 11,29), è anche vero che questa irrevocabilità deve essere regolarmente ravvivata. I doni, i suoi “carismi”, Dio ce li mette nelle mani, e nelle nostri mani (come una pianta che non viene curata), si possono appassire… e allora è necessario il nostro impegno quotidiano perché restino freschi e efficaci. E a questo impegno Paolo richiama Timoteo: “Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te…”.

Qui c’è da fare attenzione. Paolo non sta insinuando che Timoteo sia stato negligente. Semplicemente vuole che egli si renda pienamente conto di quanto siano grandi i doni che gli sono stati concessi da Dio, e di quanto sia importante per il presente e per il futuro della chiesa in cui serve che quei doni siano conosciuti, accolti, messi in pratica. Non è una cosa che si fa una volta e basta. Chi accende nell’inverno un caminetto, sa come occorre spesso riattizzare la fiamma che in esso arde. Lo stesso accade per il ministero di Timoteo e di tutti e tutte noi: la fiamma deve essere continuamente ravvivata in risposta alla costante attività ispiratrice e produttrice di Dio… Insomma a noi accostare al nostro cuore ed alla nostra bocca la scintilla dello Spirito Santo del Signore.

Ma questo che significa in concreto? Continuiamo a leggere: “Dio ci ha dato uno spirito non di timidezza, ma di forza, d’amore e di autocontrollo”.

Questi tre doni che il Signore ci concede noi li dobbiamo fare agire insieme: la forza deve essere diretta e plasmata dall’amore; in mancanza d’amore infatti, la forza è pericolosa: può facilmente diventare fanatismo, e allora (come sappiamo bene in questi tempi che ci troviamo a vivere) sono davvero guai! E dall’altra parte, un amore senza forza non riesce a fare molto… E però è anche vero che un amore che possiede la forza ma è privo di una mente equilibrata rischia di essere avventato e alla fine infruttuoso. Insomma, “forza”, “amore” “autocontrollo”, sono davvero tutti e tre complementari fra di loro.

Ma prima di parlare a Timoteo di quei doni, Paolo gli ha ricordato che lo spirito che Dio gli ha donato “non è di timidezza”. Lo ha fatto giustamente, perché quello che più di ogni altra cosa può impedire di ravvivare i carismi ricevuti, è uno spirito di rifiuto o di rinuncia alla loro messa in pratica, dovuto alla paura di fronte a qualche pericolo. È l’ansia che ci blocca davanti a una minaccia o anche solo a un impegno che ci sembra sia al di sopra delle nostre piccole forze, che poi è quel medesimo timore che – nella celebre parabola di Gesù – ha impedito al terzo servo di mettere a frutto il talento ricevuto e glielo ha invece fatto seppellire, nell’illusione di metterlo e di mettersi al sicuro (cfr Matteo 25,25).

Qui invece Paolo ci invita alla preghiera per avere da Dio il dono della forza che ci viene dall’alto, la stessa che è discesa a Pentecoste sulla chiesa neonata, trasformando dei pescatori impauriti nei predicatori che seppero portare l’evangelo nel mondo. Se vogliamo anche noi che il nostro mondo lo conosca nuovamente, non possiamo procedere con timidezza, ma dobbiamo rinnovare questa fiamma, questo dono di Dio: lo spirito di potenza che vive nell’amore e è guidato da una mente che conosce se stessa e si sa controllare.

                                                                                                               R. M.

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