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Un articolo tratto da “Protestantesimo online” del 2 ottobre 2019

Volontaria in Zambia sulle tracce dei missionari valdesi

Intensa esperienza in progetti di alfabetizzazione laddove oltre un secolo fa la famiglia Jalla svolse una grande opera educativa e di evangelizzazione

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Nel mese di agosto ho passato tre settimane in Zambia, lavorando con l’associazione inglese di volontariato The Book Bus. Essa si prefigge lo scopo di promuovere l’alfabetizzazione collaborando con le scuole nel campo della lettura e della scrittura in lingua inglese. Molte scuole dello Zambia hanno pochissime risorse e ancor meno libri. Si cerca di sopperire a queste difficoltà con una biblioteca mobile che porta libri nei villaggi rurali, sovente difficili da raggiungere visto il territorio. In Zambia The Book Bus ha il pieno riconoscimento da parte del ministero dell’Educazione. I volontari vengono inviati per lavorare con il personale e con i volontari locali. Se i ragazzi e le ragazze imparano a leggere e scrivere in inglese, le loro possibilità di contribuire al bilancio familiare aumentano notevolmente. Eppure solo il 50 per cento di essi riesce a terminare la scuola elementare, quindi i volontari fanno anche lettura individuale ai ragazzi nei due piccole biblioteche del Book Bus. Il motto dell’associazione è “Migliorare la vita dei bambini un libro alla volta”.

Ero particolarmente contenta di essere stata accettata, non solo perché amo leggere, ma anche perché avrei lavorato dove alcuni missionari valdesi hanno lasciato le loro impronte, come ho letto in un articolo de La Beidana e come ho potuto vedere in una recente esibizione del Centro culturale valdese. Penso in particolare a Luigi e Adolfo Jalla, che su incarico della Società missionaria di Parigi, verso la fine dell’800, hanno svolto la loro missione, nei dintorni di Livingstone. Essi hanno fondato scuole, chiese e centri i evangelizzazione; Adolfo Jalla ha anche tradotto libri in una delle oltre 70 lingue locali parlate in Zambia. Nel 1926 sua figlia, Graziella Jalla, ha fondato la prima scuola per ragazze del paese e ha anche organizzato dei gruppi femminili a Livingstone.

Questa città è una delle poche che ancora conservi il nome coloniale. Infatti David Livingstone, dottore, missionario ed esploratore scozzese, è ancora oggi stimato dal popolo del paese. Il museo locale ha una sezione a lui dedicata (che contiene anche il suo cappotto – decisamente inutile in Zambia!). Si trovano anche scuole con il suo nome e dei monumenti che lo ricordano. Questo affetto è dovuto al fatto che, diversamente da molti colonizzatori, egli era di umile origine, ha lottato duramente contro la schiavitù e ha sempre assunto africani nella sua squadra. Livingstone morì e fu sepolto in Africa, e più tardi due amici africani si incaricarono di riportare il suo corpo a Londra. La sua eredità spirituale deve aver colpito i missionari valdesi, infatti Adolfo Jalla fu uno degli oratori alle celebrazioni del centenario della nascita del missionario scozzese e sua cognata faceva parte del comitato organizzatore.

Fino al 1935 la città di Livingstone è stata la capitale e ha visto crescere la sua importanza come centro di scambi commerciali tra la parte settentrionale e meridionale del fiume Zambesi, importanza cresciuta ancora dopo l’arrivo della ferrovia. In essa vi è un grande numero di chiese di varie denominazioni e forse alcune di esse debbono la loro origine all’opera dei valdesi. I culti sono caratterizzati dalla loro energia e dal volume degli inni. C’è un collegeper la preparazione dei ministri di culto. Mi ha colpita come molti negozi abbiano insegne influenzate dalla fede cristiana, come l’«Emporio Grazia di Dio» e (il mio favorito) «Negozio anglicano Sant’Agostino». Professarsi cristiano non è qualcosa da tenere nascosto: in Inghilterra non mi è mai capitato di sentire inni del culto in un taxi e non mi è mai neppure successo che un autista ditaxi mi invitasse al culto! Anche questo è l’effetto positivo del lavoro dei missionari che hanno lavorato con sacrificio nel paese!

Nella prima settimana di lavoro con il Book Bus abbiamo lavorato in una scuola nella regione di Kazungula (dove i Jalla ospitarono una conferenza missionaria nel 1898 – v. Coïsson, La Beidanan. 70/2015). La scuola era solo una serie di edifici polverosi, con pochissimi arredi e risorse, con del personale scarso e poco qualificato. L’accesso all’acqua potabile era molto limitato. Per raggiungere la scuola i ragazzi e le ragazze devono sobbarcarsi marce tra i 5 e i 9 chilometri. Inoltre la siccità che ha colpito soprattutto il sud dello Zambia, negli ultimi anni, fa sì che molti di essi siano denutriti.

La Kamatanda Community School è stata fondata cinque anni fa da un’insegnante in pensione, e finché non sono arrivati i fondi le lezioni si sono tenute sotto un albero di mango. L’anno scorso lei è riuscita a trovare i fondi per dare ai bambini una razione di nshima (mais) e la frequenza e l’attenzione degli allievi sono aumentate. Quando la scuola ottiene l’approvazione governativa le cose migliorano – ma i parenti devono pagare per essa. La seconda scuola dove abbiamo lavorato era distante solo 17 chilometri da Livingstone, ma con il bus ci mettevamo 90 minuti per raggiungerla. Anche questa scuola, Chaba, non ha risorse, c’è una sola toilette per la scuola e per il villaggio. Gli abitanti locali cercano di sopravvivere alla mancanza di pioggia che minaccia il raccolto e quindi la possibilità di nutrirsi e di vendere un po’ di raccolto al mercato locale, molti bambini del luogo apparivano privi di energia e forza.

Il Book Bus cerca di rendere piacevole la lettura e l’alfabetizzazione con canti, giochi e lavoretti. Era bello notare come questi bambini fossero capaci di disegnare, colorare, tagliare e incollare, non appena fornivamo loro colori e cancelleria che mancano nelle scuole. L’insegnante di inglese ci ha detto quanto fosse difficile insegnare la lingua senza libri e quello di materie tecniche quanto fosse complicato insegnare senza elettricità e computer.

È stata un’esperienza intensa e commovente che non potrò mai dimenticare. Esperienza resa ancor più interessante dal fatto che mi sembrava di seguire le orme dei missionari valdesi che avevano lasciato alle loro spalle amici e famiglie per servire Dio in una terra allora sconosciuta.

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