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CHIESA VALDESE

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La Chiesa evangelica valdese di Trieste nasce con l’arrivo in città, già nei giorni immediatamente successivi alla fine della Prima Guerra Mondiale, di alcuni militari, funzionari e impiegati valdesi che assieme a tanti altri venivano a sostituire i funzionari e impiegati triestini “compromessi” con l’amministrazione austro-ungarica. Con loro arrivò anche, inviato dalla Tavola Valdese, il pastore Francesco Rostan che il giorno di Natale 1918 tenne il primo culto dell’appena nata comunità valdese, nella basilica di San Silvestro, messa a disposizione dalla Comunità evangelica di Confessione Elvetica, a sua volta in quel tempo ospitata nella Chiesa Luterana. Per motivi di salute, il pastore Rostan lasciò quasi subito Trieste e dopo un breve intervallo fu sostituito nell’ottobre del 1919 dal giovane pastore di origine abruzzese Guglielmo Del Pesco, che rimarrà alla guida della comunità per 29 anni fino a quando, nel 1948, sarà nominato Moderatore della Tavola Valdese. Nel 1923 gli Elvetici rientrarono in San Silvestro, e ebbe così inizio quella “convivenza” fra le due comunità “sorelle” (perché ambedue riformate) che perdura ancora oggi. Per alcuni anni il pastore Del Pesco curò le comunità valdese ed elvetica insieme all’anziano pastore elvetico Schalaudek, che morirà nel 1925. A quel punto gli Elvetici fecero la scelta di un pastore di lingua italiana, ed in particolare chiesero di poter continuare ad essere seguiti da Del Pesco. Si arrivò così nel 1927 alla firma di una Convenzione fra la Tavola Valdese e la Comunità elvetica che, rinnovata più volte ed ancora in vigore, stabilisce che la Comunità elvetica accoglie nella sua chiesa e nei suoi locali la Comunità valdese, mentre la Tavola fornisce il pastore che si occupa delle due comunità.
Dopo il Pastore Del Pesco, gli altri pastori che hanno curato le due comunità di San Silvestro sono stati Giorgio Girardet, Umberto Bert, Teodoro Fanlo y Cortez e Renato Coisson, che nell’ultima parte del suo ministero a Trieste dovette anche prendersi cura, per problemi sorti nella conduzione di quella comunità, della Chiesa metodista di Scala dei Giganti. Dopo Coisson tornò a Trieste, sua città natale, il pastore metodista Giovanni Carrari che prima si occupò da solo delle tre comunità, e poi fu affiancato dal pastore emerito Enos Mannelli. Purtroppo il pastore Carrari è precocemente mancato nel 2008, ed è stato sostituito dal Candidato al pastorato Michel Charbonnier, ancora affiancato dal pastore Mannelli. Dall’estate 2010, il pastore delle tre chiese elvetica, metodista e valdese, è Ruggero Marchetti.
La chiesa valdese conta oggi circa 90 membri iscritti, ed è la più numerosa fra le nostre tre comunità triestine. Il Consiglio di chiesa valdese è attualmente presieduto da Dionisio Cignola. La vice presidente è Rosy Castelletti Balos.

L’organizzazione
La Chiesa evangelica valdese è la Chiesa riformata (o calvinista) d’Italia.
Nasce come Chiesa evangelica con il Sinodo di Chanforan del 1532 in cui gli esponenti del movimento valdese (l’unico sopravvissuto alle persecuzioni dell’Inquisizione fra tutti i movimenti “ereticali” del Medioevo) aderirono ai principi della Riforma protestante portati avanti in particolare dagli evangelici svizzeri che si rifaranno prima a Zwingli e poi a Calvino. Per la sua origine così antica, la Chiesa valdese è comunemente chiamata “Mater Reformationis” dalle altre chiese protestanti.
La Chiesa valdese ha un’organizzazione di tipo assembleare, in cui cioè l’autorità parte dalla base e non dai vertici, che si può definire “presbiteriano-sinodale”. Le singole comunità sono infatti condotte da un Concistoro o Consiglio di Chiesa formato, insieme al pastore, a seconda del tipo di chiesa eletto dalla comunità o inviato dalla Tavola Valdese, dagli “anziani” (che hanno il compito di guidare la chiesa e di sorvegliare l’applicazione della disciplina ecclesiastica) e dai “diaconi” (che si incaricano dell’assistenza e dell’aiuto ai poveri e ai bisognosi), sia gli uni che gli altri nominati per cinque anni, fino ad un massimo di quindici, dall’Assemblea formata dai membri di chiesa. Il Sinodo, che invece è il principale organismo terreno della Chiesa valdese nella sua globalità, è una sorta di parlamento ecclesiastico formato dai deputati eletti dalle chiese locali e dai pastori, che si riunisce ogni anno per sei giorni a Torre Pellice nelle Valli Valdesi del Piemonte. Il Sinodo vota degli ordini del giorno sui vari argomenti relativi alla vita della chiesa e a quei problemi del mondo e della società su cui la chiesa si sente chiamata a prendere posizione. Se l’ordine del giorno viene approvato, diventa un Atto del Sinodo, vincolante per tutte le cominità.
Il Sinodo nomina anche ogni anno (per un massimo di sette anni consecutivi) i sette membri della Tavola Valdese, l’esecutivo della Chiesa sino al Sinodo successivo. Ogni anno è anche nominato dal Sinodo il Moderatore della Tavola Valdese, chiamato a presiedere la Tavola e a rappresentare la Chiesa Valdese in tutti i suoi atti e rapporti istituzionali.
Altre strutture “intermedie” dell’organizzazione della Chiesa sono i Distretti (quattro grandi regioni ecclesiastiche, corrispondenti alle Valli Valdesi, nel cui piccolo territorio vive la metà della popolazione valdese complessiva, e poi al Nord, Centro e Sud Italia) e i Circuiti, attualmente in numero di sedici (sono strutture di origine metodista ognuna delle quali raggruppa sei o sette chiese viciniori).

Ricordiamo che in seguito all’emigrazione verificatasi soprattutto nella seconda metà dell’Ottocento, di molti Valdesi nell’America del Sud, sono nate nella regione del Rio de la Plata, in Uruguay e in Argentina, alcune comunità valdesi che formano il ramo sudamericano della Chiesa valdese.

La teologia e la vita della Chiesa

La Chiesa valdese e una chiesa cristiana che si riconosce nei grandi principi della Riforma protestante: Sola Scrittura, Solo Cristo, Sola Grazia. Crede cioè che l’unica fonte della rivelazione e della volontà di Dio per noi sia la Scrittura (cioè la Bibbia con le sue due parti: Antico e Nuovo Testamento), e rigetta i dogmi della Tradizione e del Magistero ecclesiastico; crede che Gesù Cristo, il Figlio di Dio e il Figlio dell’Uomo al quale le Scritture rendono la loro testimonianza, sia il solo Salvatore in virtù della sua morte sulla croce e della sua risurrezione e il solo Mediatore fra noi e Dio; crede infine che nessun essere umano può salvarsi con le sue opere né può accumulare meriti davanti al Signore, ma che invece gli uomini e le donne siano salvati per pura grazia in virtù dell’opera di redenzione e di riconciliazione con sé che Dio ha portato a compimento in Cristo.

La Chiesa valdese (come tutte le chiese protestanti) non rivendica per sé di essere l’unica vera chiesa di Gesù Cristo. Crede che vi siano tante diverse chiese cristiane, ognuna delle quali sottolinea alcuni aspetti del messaggio evangelico e li condivide con le altre. Tutte queste chiese sono l’espressione sulla terra dell’unica invisibile Chiesa di Gesù Cristo formata da tutti i veri credenti di ogni epoca e paese, il cui cuore soltanto lui conosce. Esistono però delle caratteristiche e dei segni della presenza della vera Chiesa nel mondo. Sono la libera e fedele predicazione dell’Evangelo (l’annuncio di Cristo morto e risuscitato per la nostra redenzione), la retta amministrazione dei sacramenti (che per tutti i Protestanti sono soltanto i due espressamente istituiti da Gesù: il Battesimo e la Cena del Signore), e la disciplina ecclesiastica, cioè l’organizzazione della Chiesa secondo il modello e con i ministeri di cui parla il Nuovo Testamento e l’impegno comune dei credenti a vivere la santificazione, cioè la loro appartenenza al Signore.
Le chiese valdesi sono curate da un pastore, normalmente laureatosi presso la Facoltà di teologia valdese di Roma e consacrato dopo un periodo di prova della durata di circa due anni nel culto di apertura del Sinodo. Il pastore è un ministro della Parola, e svolge il proprio servizio mediante la predicazione e l’amministrazione dei sacramenti. La Chiesa valdese riconosce e consacra anche dei diaconi, che svolgono il suo ministero di accoglienza al servizio dell’intera chiesa.

Per diventare membro di una chiesa valdese è necessario essere in età adulta e confessare pubblicamente la propria fede. Questo si può fare – se si è figli e figlie di membri di chiesa – al termine di un percorso di formazione che inizia dall’infanzia e prevede la partecipazione dei bambini alle lezioni bibliche della Scuola Domenicale e quella dei ragazzi al catechismo, che normalmente termina attorno al diciassettesimo anno di età e sfocia (se questa è la decisione del catecumeno) nella confermazione o – se non ha già ricevuto il battesimo da piccolo – nel suo battesimo; in entrambi i casi il ragazzo (o la ragazza) è chiamato a confessare la sua fede davanti alla comunità riunita per il culto. Se invece si tratta di persone che chiedono di essere ammesse nella Chiesa venendo da altre esperienze cristiane o a volte anche dall’agnosticismo, si chiede loro di fare un corso di catechesi per adulti, la cui durata viene stabilita di caso in caso, e normalmente non è mai inferiore ad un anno. Anche in questo caso il percorso si chiude con la confessione di fede davanti alla chiesa nel corso di un culto domenicale.

La storia

Da Valdo di Lione (XII secolo) alla Riforma Protestante (XVI secolo)
La Chiesa valdese deve il proprio nome a Valdo (o Valdesio) di Lione, un ricco mercante autore nell’ultimo quarto del Dodicesimo secolo di una radicale conversione a Cristo (ricordiamo come un teologo cattolico dell’epoca descrisse Valdo e i suoi con le parole: “Nudi seguono un Cristo nudo”), Attorno a Valdo, infatti, si formò ben presto un movimento pauperistico e di predicazione, già all’inizio del tredicesimo secolo condannato come “setta ereticale” per il rifiuto di Valdo di fare del suo gruppo di fratelli e sorelle un ordine religioso regolare e per la sua decisione di portare avanti una predicazione laica (e sembra anche femminile) nel nome della libertà dello Spirito.
I Valdesi, la cui diffusione toccò l’Europa intera, dalla Danimarca alla Calabria e dalla Catalogna alla Boemia, costretti a vivere in clandestinità sotto la guida spirituale dei loro predicatori itineranti chiamati familiarmente “barba” (lo zio materno in molti dialetti del Nord Italia), riuscirono a sopravvivere lungo tutto il Medioevo a innumerevoli persecuzioni e condanne al rogo, anche se fatalmente furono obbligati a restringere sempre di più il raggio della loro presenza e della loro azione sino a ridursi alla Boemia Hussita, ad alcune località della Calabria e alle valli e versanti al di qua e al di là delle Alpi Cozie.
Venuti a conoscenza della Riforma evangelica in Germania e in Svizzera e apprezzando soprattutto il principio “Sola Scriptura” che già caratterizzava la loro fede cristiana, nel settembre 1532 decisero, in un Sinodo di una settimana tenuto, con la partecipazione dei “barba” e dei capifamiglia, nella località di Chanforan in Valle d’Angrogna (nel Pinerolese), di aderire a questa nuova realtà cristiana, e così il movimento valdese medievale divenne una Chiesa riformata.

Da Chanforan (1532) all’emancipazione (1848)
Anche dopo l’adesione alla Riforma non mancarono le persecuzioni e le “crociate” organizzate contro i Valdesi che, massacrati sino alla totale scomparsa nel Delfinato e in Calabria, riuscirono in Piemonte a bloccare le truppe mandate contro di loro dal Duca di Savoia Emanuele Filiberto e ad ottenere che, nel 1561, il Duca stesso concedesse loro una sorta di trattato di pace firmato dalle due parti nella cittadina di Cavour, con cui riconosceva il diritto all’esistenza di quei suoi sudditi di religione riformata all’interno dello Stato cattolico sabaudo (primo caso del genere in Europa dopo il “cuius regio eius religio” della pace di Augusta del 1555), pur sottoponendoli a tutta una serie di strettissimi vincoli, tra cui in particolare l’obbligo di vivere e praticare il culto solo nelle zone di media e alta montagna delle Valli delle Alpi Cozie da loro abitate, che saranno poi chiamate “Valdesi”.
Nonostante il Trattato di Cavour, nei secoli successivi i Valdesi dovettero subire ancora sanguinosi episodi di persecuzioni e spedizioni militari contro di loro. Particolarmente dura fu la vera e propria campagna di guerra che, nell’ultimo decennio del diciassettesimo secolo, dovettero subire da parte delle truppe francesi del Re Sole e di quelle Sabaude, con gravissime perdite umane nei combattimenti e a causa delle esecuzioni sommarie e delle condizioni disumane delle carceri in cui furono ammassati alla rinfusa uomini, donne e bambini. Solo una piccola parte della popolazione valdese sopravvisse e fu inviata in esilio forzato nei stati protestanti della Svizzera e della Germania che si erano offerti di accoglierli. Nel 1689 con una spedizione armata nota come “Glorioso Rimpatrio” alcuni Valdesi riuscirono a rientrare dal Cantone di Ginevra nella loro terra e da allora, curati dai loro pastori che si formavano a Ginevra e a Losanna, i Valdesi riuscirono a sopravvivere più o meno in pace nelle loro Valli che continuavano a essere anche il loro “ghetto”, salvo subire una continua serie di angherie e prepotenze: ricordiamo come dovessero continuamente vigilare sui loro bambini per evitare che fossero rapiti da cattolici zelanti e convinti con lusinghe e promesse a farsi cattolici, ribattezzati e affidati come valletti e cameriere alle famiglie nobili di Torino.

Dal 1848 alla Resistenza
Dopo una breve parentesi di libertà durante l’occupazione francese al tempo della Rivoluzione e di Napoleone, terminata con il ritorno dei Savoia che reintrodussero subito tutta la legislazione che regolava la loro vita di “sudditi di seconda serie”, il 17 febbraio 1848, nel clima di nuova libertà creatosi nel Regno di Sardegna alla vigilia della Prima Guerra d’Indipendenza, il Re Carlo Alberto promulgò le famose Lettere Patenti con le quali concedeva ai Valdesi gli stessi diritti civili degli altri sudditi del suo Stato, “nulla innovando” riguardo al loro culto che si sarebbe dovuto ancora celebrare solo nei luoghi autorizzati delle Valli. I Valdesi però, seguendo l’ammonimento del loro benefattore e protettore, il generale inglese Charles Beckwith: “O sarete missionari o non sarete nulla”, andarono subito al di là della lettera del testo che stabiliva la loro emancipazione, e costituirono delle comunità e edificarono i loro nuovi templi nel fondo valle di Torre Pellice, e poi a Pinerolo, a Torino, ad Aosta e in altre località del regno sardo-piemontese. Al tempo stesso però, rifiutarono di seguire l’indicazione di Beckwith di diventare una sorta di Chiesa episcopale anglicana, e conservarono la loro organizzazione riformata sinodal-presbiteriana.
Fedeli nonostante tutto alla dinastia sabauda, e comunque attivi nel movimento risorgimentale guidato dal Piemonte a cui dettero un significativo contributo, i Valdesi si impegnarono dopo il 1861 in un’estesa opera di evangelizzazione del nuovo Stato unitario, e così nacquero un po’ in tutto il territorio del Regno d’Italia molte comunità, la cui fondazione era spesso legata alla richiesta di un pastore o predicatore evangelico fatta dagli esponenti liberali della società che nel loro paese intendevano introdurre un cristianesimo diverso da quello del parroco cattolico che dal pulpito e nel confessionale tuonava contro gli “anti-Dio” che avevano tolto al papa il potere temporale.
Dopo la prima guerra Mondiale, in cui caddero non pochi valdesi, con l’avvento del Fascismo e il Concordato mussoliniano del 1929 che proclamò la religione cattolica “religione di stato” e relegò le altre confessioni cristiane fra i cosiddetti “culti ammessi”, i Valdesi videro crollare molte loro speranze in un’Italia “adulta” e libera dal clericalismo, e dovettero tornare a fare i conti con leggi e norme che tendevano a esercitare su di loro un controllo anche di tipo poliziesco.
Dal 1943, fu spontanea e massiccia la partecipazione dei Valdesi alla Resistenza, e le loro Valli furono teatro di una grande lotta per la libertà, con numerosi giovani e meno giovani partigiani evangelici arrestati, deportati, fucilati.

Dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi
Nell’Italia democratica uscita dalla seconda guerra mondiale, la Chiesa valdese ha continuato a rendere la sua testimonianza all’Evangelo nelle sue tante piccole e meno piccole comunità sparse in tutta la Penisola e nella Sicilia, caratterizzandosi ben presto come una chiesa “aperta” all’ecumenismo e alla società.
Per quel che riguarda l’ecumenismo all’interno del variegato mondo evangelico italiano, la Chiesa valdese ha partecipato in prima persona alla creazione della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, di cui rappresenta ancora oggi una delle principali componenti, e si è poi unita nel 1974 in un Patto di Integrazione con la Chiesa metodista. Anche sul piano dell’ecumenismo con la Chiesa cattolico-romana la Chiesa valdese ha subito accolto le aperture del mondo cattolico avutesi soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, e ancora oggi, in cui questo tipo di ecumenismo sembra in forte difficoltà a livello dei vertici ecclesiastici, quasi tutte le comunità valdesi partecipano attivamente a tutta una serie di iniziative di dialogo e confronto con esponenti del mondo cattolico di base.
Nei rapporti con la Società, a livello istituzionale la Chiesa valdese ha firmato nel 1984 una Intesa con lo Stato Italiano recepita dal Parlamento e diventata Legge della Repubblica, sforzandosi di applicare il principio “libera Chiesa in Libero stato”, per il resto fondamentalmente estraneo alla cultura del nostro paese. Conseguenza diretta dell’Intesa è stata la decisione adottata dal Sinodo di accedere ai fondi dell’Otto per mille, sulla base delle scelte effettuate dai cittadini.
Ma l’apertura alla società consiste soprattutto nel fatto che la Chiesa valdese ha accettato di vivere in pieno la sfida della modernità, cioè di confrontarsi con serietà con le nuove problematiche di carattere etico e teologico sorte in questi ultimi anni in seguito ai grandi cambiamenti avvenuti nel modo di vivere e di pensare delle ultime generazioni rispetto a quelle precedenti. Forti della loro approfondita lettura storico -critica della Bibbia (che cioè, pur sempre venerata e considerata “Sacra Scrittura” e cioè Scrittura che contiene la rivelazione di Dio, è studiata facendo ricorso a tutti gli strumenti culturali e scientifici con cui si esamina ogni antico testo) e della loro teologia, i Valdesi hanno accettato di rivedere alcune loro posizioni e principi tradizionali, confrontandoli con quelli del nostro tempo. Così si spiegano anzitutto la decisione, ormai di oltre quarant’anni or sono, di aprire il ministero pastorale alle donne (oggi le pastore sono circa il venti per cento del totale dei ministri della chiesa), e poi le prese di posizione della maggioranza dei Valdesi (che non hanno un magistero né scelte etiche obbligatorie dettate dalla Chiesa) in favore del mantenimento della Legge del Divorzio e di quella per la Regolamentazione dell’Aborto, e la decisione sinodale di questi ultimi anni in favore della benedizione delle unioni di coppie omoaffettive.
Tutto questo ha fatto sì che oggi la Chiesa valdese, sia da un lato criticata dalle chiese più conservatrici, ma dall’altro sia conosciuta e apprezzata in Italia in molti ambienti progressisti, ben al di là dei suoi piccoli numeri (i valdesi adulti iscritti nei registri delle chiese sono circa 25.000): ricordiamo soltanto che le persone che in questo ultimo anno hanno deciso di devolvere il loro Otto per mille alla Chiesa valdese, che si è liberamente impegnata a non usare neanche un euro di questo gettito per pagare i suoi pastori e le sue attività ecclesiastiche, si avvicinano alle cinquecentomila.

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